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venerdì 23 ottobre 2020

Film sulle videochat - [Linux Day 2020]

Linux Day 2020 - film videochat
Sabato 24 e domenica 25 ottobre c'è un doppio Linux Day. Se in passato la giornata dedicata al software libero era organizzata solo per il sabato, quest'anno, in tempi di coronavirus, si raddoppia.
Ma a differenza della Mostra del cinema di Venezia non sarà un possibile mezzo di diffusione Covid-19 perchè questa ventesima edizione è interamente online con conferenze unificate, migrando dalla strutturazione nelle varie iniziative pubbliche diffuse sul territorio a un coordinato incontro virtuale a livello nazionale. 
Per vedere se c'è qualche talk che può interessare rimando al programma delle giornate dal quale sarà anche possibile accedere alle varie videoconferenze. 
Per collegare il blog a questa iniziativa propongo una lista di film dove le videochat hanno un ruolo da protagonista, in pratica sono tutti declinati nel genere drammatico o horror, mostrando il duplice aspetto di questa tecnologia che ci risulta comoda ed utile per comunicare e relazionarsi senza vincoli di spazio ma, da tempo, è anche un luogo dove mettere in scena paure e aspetti terrificanti degli esseri umani.
Potrebbe essere una lista di film adatta anche per la giornata di Halloween, un "Halloween in videochat", vedremo se ho preso due piccioni con una fava o ci sarà un altro post. Dei nove film sulle videochat che seguono ne ho visti solo due e non mi erano piaciuti, quindi non è una lista di consigli bensì solo una lista di proposte. 
Buoni Linux Day, e buone videochat hot.


Film sulle videochat


chatroom i segreti della mente locandina
Chatroom - I segreti della mente 
(2010, H. Nakata, trailer)


catfish locandina
Catfish 
(2010, H. Joost e A. Schulman, trailer)


disconnect
Disconnect 
(2012, H.A. Rubin, trailer)


smiley locandina
Smiley 
(2012, M.J. Gallagher, trailer)


the den locandina
The Den
(2013, Z. Donohue, trailer)


unfriended locandina
Unfriended 
(2014, L. Gabriadze, trailer)


cam locandina
Cam 
(2018, D. Goldhaber, trailer)


unfriended dark web locandina
Unfriended: dark web 
(2018, S. Susco, trailer)


searching locandina
Searching 
(2018, A. Chaganty, trailer

mercoledì 31 luglio 2019

The Terror (serie, prima stagione)

the-terror-locandina
The Terror è una serie antologica a stagioni, questa prima è composta di 10 episodi, tratta dal libro “La scomparsa dell’Erbus” di Dan Simmons, è stata da poco annunciata la seconda che si intitolerà The Terror - Infamy e parlerà di un campo di internamento per americani di discendenza giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale.
The Terror prima stagione è inspirato ai fatidici fatti realmente accaduti (La spedizione perduta di Franklin) e in effetti per la prime puntate della serie gli elementi rimangono in equilibrio fra il realismo diluito da possibili scherzi della mente e la possibilità che invece ci siano elementi fantastici, con il proseguo “la cosa” si espliciterà togliendo i dubbi; forse sarebbe stato meglio se invece si fosse riusciti a rimanere in bilico dall’inizio alla fine.
La trama vede due navi britanniche, la Erebus e la Terror, inviate nel 1845 nella zona artica alla ricerca di un passaggio a nord-ovest. I fatti storici dicono che di quella spedizione non si sia saputo più nulla fino al 2014 quando furono ritrovati i resti della prima nave e nel 2016 quelli della seconda.
La nostra serie inizia poco prima che le due imbarcazioni rimangano bloccate ed intrappolate nei ghiacci e continua immaginando quali siano state le sorti dei 129 membri dell’equipaggio.


A colpire subito è il contrasto fra lo spazio claustrofobico e ricco della nave e l’esterno vuoto e sconfinato che si trasforma però in una seconda gabbia, questo è lo scenario che influenzerà in modo determinante le relazioni prima di un equipaggio, poi di singole individualità, alla ricerca di salvezza o qualche forma di redenzione.
Allora che cos’è questo terrore? È solo il nome di una barca? Ovviamente no, nel corso delle puntate assaggiamo le sue sfaccettature, la sua capacità di prosciugare le speranze e di generare in risposta violenza. Questo terrore può trasformare le persone, perché a lottare con i mostri è un attimo a trasformarsi a sua volta in altri mostri. Il terrore può cambiare così profondamente un uomo da renderlo completamente un’altra persona, può segnare una spaccatura esistenziale impossibile da ricomporre.
Quale sarebbe l’origine di questo terrore, qual è la fonte del male?
È un boccone che si mangia giornalmente e che nasconde al suo interno qualcosa di nocivo, è un freddo che ti avvolge fino a spegnere la fiammella che ti fa andare avanti, è qualcosa che ti monta dentro e ti fa implodere quando le tue possibilità diventano contingentate, è il mettere in discussione la vita tua per la vita mia, oppure è solo qualcosa di sconosciuto che ti minaccia dall’esterno, o forse è la certezza che il tuo tempo è finito.

the-terror-ufficiali
Oltre a queste riflessioni sottotraccia nella storia, mi hanno convinto in particolare i primi episodi, per la sensazione di realismo della vita nelle navi, e mi è piaciuto anche la scelta per il finale. Quello che ho trovato in difetto è un ritmo troppo lento nella seconda parte oltre ad alcuni fatti poco convincenti: penso alla pseudo festicciola e ai suoi risvolti, ai trasferimenti sulla terra ferma incredibili e all’accampamento che pare un villaggio, quando le disponibilità avrebbero dovuto essere molto ridotte.
Se siete disposti ad immergervi nel freddo polare e lasciarvi avvolgere da una storia che non vi donerà alcun calore, ma che puntella alcuni stati della natura umana, vi consiglio di guardare questa serie che offre un mix di generi dallo storico al dramma, passando per l'horror, l'avventura, il survival, il tutto con uno sfondo di fantastico. In ogni caso se decidete di rimanere alla larga, o al largo, vi capisco, è meglio non disturbare il Tuunbaq che dorme.

mercoledì 17 settembre 2014

Pubblicità d'auto-re • Locke

locke-auto-bmw
Per fare un buon film è indispensabile una buona sceneggiatura, poi basta un bravo attore, luci sapientemente usate, un buon montaggio e una macchina affidabile, non da ripresa, un'automobile.
Non ce l'ho fatta a non farmi condizionare da pochi attimi in apertura e chiusura del film che lasciano vedere – con quel tipo di discrezione che diventa sottolineatura – il marchio automobilistico del mezzo che permette al protagonista, oberato da un'ora di telefonate che segnano la vita, di affidarsi almeno sulla sua auto.
È sera, Ivan Locke lascia il cantiere e sale sulla sua BMW, all'indomani ci deve essere una delle più grandi gettate di cemento, una di quelle opere mastodontiche che segnano la carriera e di cui lui è il coordinatore, ma questa notte deve andare da un'altra parte e al mattino non sarà presente.
Il film ha una caratteristica che mi piace molto, quello della location unica, al chiuso, e qui siamo proprio strettini (anche se Buried si è spinto oltre) infatti passeremo in tempo reale nell'abitacolo dell'auto di Locke, o pochi metri al di fuori, per tutto il viaggio notturno.
State pensando male, non c'è da annoiarsi, Locke grazie al cellulare deve sistemare figli, moglie, lavoro e rassicurare quello che lo spinge a mettere a rischio tutta la sua vita, la tensione è costante tutto crolla ma allo stesso tempo è il momento per mostrare la struttura... E poi domani ci sono delle fondamenta da costruire e tutto andrà per il meglio. Insomma la metafora è chiara.
Locke è l'uomo che fa della responsabilità sulle proprie azioni una questione d'onore, dovrebbe essere la condotta comune, ma scopriremo che nello specifico le sue motivazioni psicologiche sono dovute al non volersi comportare come il padre, passeggero immaginario (secondo me una nota stonata) a cui rinfacciare quello che deve fare un vero uomo.
Tom Hardy che interpreta Locke è protagonista assoluto, gli altri li sentiamo solo come voci, la sua è una prova di recitazione di tutto rispetto che riesce ad esprimere sofferenza e determinazione, e una calma zen al limite del credibile.
Se luci, storia e montaggio ci rimescolano lo stomaco alimentando l'ansia c'è invece, a contrasto, quest'auto che scorre, macina i chilometri e ci porta a destinazione senza una sbandata: hai già tanti problemi, almeno su qualcosa puoi trovare un po' di sicurezza.
Un esercizio perfettamente riuscito, veramente la pubblicità più lunga, bella ed efficace che abbia mai visto. Gradito

venerdì 28 febbraio 2014

Beket + Freakbeat

freak-antoni-pazienza

È morto qualche settimana fa Roberto “Freak” Antoni, lo conobbi circa a metà degli anni '90, grazie a una musicassetta registrata con pazienza da un amico, su richiesta di una compilation con canzoni che gli piacevano e che mi avrebbe consigliato; si parla dell'era prima del web. Da un lato c'erano Smashing Pumpkins, Offspring, Oasis, Soul Asylum e qualche altro gruppo che ora non ricordo, dall'altro lato band italiane e fra di loro gli Skiantos di Freak Antoni.
Fu così che ascoltai per la prima volta il rock demenziale del monello, anzi del picchiatello, qualche manciata di anni più tardi vidi anche un loro concerto con l'esibizione dei mitici cartelli rivolti alla gente riportanti frasi tipo:"Fate cagare", “Pubblico di merda” o "Applausi spontanei". Non posso dire di essere un fan, ma li ho sempre guardati con simpatia e la morte di Freak mi ha richiamato alla mente gli anni passati. Quando la trasmissione radiofonica Hollywood Party ha inserito nel loro podcast una registrazione tributo, dove si parla di due film recenti nei quali l'artista ha avuto un ruolo, ho voluto recuperarli.
In passato Freak Antoni si era già prestato a fare un cameo in Jack Frusciante è uscito dal gruppo e in Paz!, i due nuovi titoli sono invece Beket (2008), dove interpreta ancora solo un personaggio secondario, ma è troppo forte e mi ha ricordato un po' Antonio Rezza, e Freakbeat (2011), dove invece è protagonista e voce narrante.


Beket

beket-letizia
Beket è un film minimale in bianco e nero, molto teatrale, fatto di gag assurde e ripetizioni. In sintesi è un immaginario e azzardato proseguo dell'Aspettando Godot di Samuel Beckett: due persone che non si conoscono, un italiano e un francese, si incontrano alla fermata di un autobus piazzata in mezzo al nulla e stanchi di aspettare decidono di incamminarsi verso Godot, che dovrebbe stare dietro la montagna che hanno di fronte. 
In un paesaggio desolato incrociano stralunati personaggi, alle volte si ride, alle volte non si capisce bene, il risultato non convince pienamente, ma se piace il non-sense con ambizioni intellettualistiche, lo si guarda volentieri senza troppe delusioni e pure con qualche momento divertente. Gradito


Freakbeat

freakbeat
Freakbeat è un film più tradizionale, praticamente un documentario on the road dove Freak Antoni, con l'intento di far conoscere alla figlia quali erano i "suoi tempi", va alla ricerca delle tracce del Beat italiano.
Il pretesto narrativo per far partire la coppia nel classico furgoncino Volkswagen è il desiderio di recuperare un leggendario cimelio: la registrazione di un'improvvisazione di Jimi Hendrix con l'Equipe 84!
Freak ricostruisce i tempi andati, quelli dove c'erano individui che volevano un futuro in comune, sono gli anni prima di diventare un punk rocker, quando invece vincerà l'individualità. Lo sguardo è amaro, qualcosa si è dissolto, i vecchi locali culto dove si compravano i dischi o si suonava sono ora diventati negozi. Anche la figlia, in fondo, appare disinteressata a quello che vuole raccontargli: per lei è solo una gita, per lui un requiem.
Il film si perde un po' durante il viaggio nonostante la suspance per sapere se il cimelio verrà trovato, ma la voce del nostalgico beatnik Freak Antoni fa scorrere via il tempo del film, e in fondo si tratta proprio solo di questo, come fluisce indifferente il tempo. Gradito

domenica 15 dicembre 2013

Quando la musa turba il maestro e gode l'allievo - EunGyo

Matita-perfetta-EunGyo
Ho recuperato questo film perché in qualche sito di cinema ero incappato in alcuni suoi screenshot dove comparivano delle matite e, in uno di questi, la mano di un uomo impugnava una Matita Perfetta (è una matita della Faber Castell che contiene in un unico oggetto matita, gomma, temperino e allunga lapis).
Essendo io appassionato di matite ed essendo la Matita Perfetta fra le mie predilette, non potevo lasciarmi sfuggire il film, anche se di fatto sono poco più di oggetti di scena, senza molta importanza, ma con un attimo di ribalta in uno scambio di battute: qualcuno dice che le matite appuntite sono tristi, qualcun altro ribatte che è il temperino ad essere triste.
Al di là di questa parentesi poetica per appassionati di cancelleria, il film è una variazione sul tema Lolita intersecato dalle problematiche inevitabili di un triangolo amoroso e in più può essere visto, con una traslazione, in una considerazione sul mutamento sociale che contrappone un passato di valori profondi a una modernità di valori materiali.
Un poeta settantenne e il suo giovane pupillo rientrano a casa e trovano, assopita sulla poltroncina del giardino, una bella ragazza, il suo nome è Eun-Gyo e diverrà la nuova domestica.
La ninfetta appare immediatamente come l'oggetto del desiderio dell'anziano scrittore che immagina di poter essere giovane per sedurla. Ma sono sogni, non gli resta che tramutare i rimpianti per la gioventù perduta nella stesura segreta di un racconto a lei ispirato.
Ad approfittare di tutto e tutti sarà l'allievo, un tipico ingegnere, noioso, incapace di vedere nelle cose qualcosa che trascenda il loro essere oggetti. Dalla sua parte c'è il vigore e l'abilità nello sfruttare le occasioni a suo vantaggio e la disposizione a fare carriera con sotterfugi e falsità.
Questa è la contrapposizione che ne deriva: il vecchio saggio piegato dal peso di piombo dei propri rimpianti, da una parte, e il vigore spregiudicato del giovane che ha come unica filosofia l'ottenere il successo a qualsiasi costo, dall'altra. Nel mezzo una ragazzina sprovveduta.
Il film ha un ritmo lento e dilatato, fra il riflessivo e il voyeuristico, segue i rapporti prima latenti poi sempre più tesi e manifesti fra i tre, fino ad un'impennata finale, da thriller.
La visione è piacevole, ma non spicca in nessun aspetto, due frasi però mi sono rimaste impresse. La prima la riporto letteralmente perché è risaputa: «Per quanto riguarda i libri, di solito, popolarità e qualità non vanno a braccetto». Della seconda ne riporto il senso, o almeno quello che mi è rimasto: «Ci sono cose che per quanto le racconti non vengono mai capite veramente». Gradito

mercoledì 18 settembre 2013

Voglio essere come Lindsay Lohan - The Bling Ring

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I film di Sofia Coppola li ho visti tutti e questo è senza dubbio quello meno riuscito. Riassumo i primi 30 minuti: oh my god, so cute, wow... Ha così tante cose! Sono le parole che escono dalla bocca delle protagoniste, a ripetizione.
Il racconto prende spunto dalla fatidica storia realmente accaduta e vede un gruppetto di ragazzine e un ragazzo (che fa da voce narrante) intrufolarsi nelle ville di ricchi e famosi di Los Angeles per sottrarre abiti e gioielli. La banda verrà soprannominata dai media "The Bling Ring", dove 'bling' è uno slang che viene dall'hip-hop e indica l'indossare gioielli in modo ostentato tipico dei nuovi ricchi.
La Coppola rimane nel suo ormai caratteristico campo delle adolescenze tristi e più nello specifico dalle parti di Somewhere, guardando questa volta dall'altro lato dello specchio: se di là il protagonista aveva fama e ricchezza ma trascurava la figlia, di qui le figlie trascurate dai padri la fama la vorrebbero avere. Insomma si tratta di una variazione sul tema dell'annoso problema della noia d'essere adolescenti benestanti.
Le giovani fashion victim ossessionate dallo stile di vita delle celebrità, vengono seguite con distacco, non c'è immersione nelle psicologie delle ragazze, solo qualche incursione nelle loro camerette, lo sguardo rimane alto, si vuole documentare la loro pochezza.
Le attenuanti ai loro comportamenti vengono ricondotte ai soliti genitori assenti o dalla presenza come fosse un'assenza o dalla presenza pseudo-educativa che in realtà fa più male che bene. La Coppola sembra riscontrare l'impossibilità di andare più a fondo, non c'è qualcosa di significativo da cercare dentro quelle teste, vogliono solo poter avere anche loro l'immagine che gli viene presentata a ripetizione come quella cool, quella che "piace alla gente che piace".
Una volta c'erano le gioventù difficili tormentate per introspezione, una volta c'era la rabbia del giovane contro il sistema e l'adolescenza era ribellione ai dis-valori costituiti, ora invece sembra ci sia la necessità di farli propri quei dis-valori. Le ragazzine qui rappresentate sono difficili per un'inconsistenza interiore che viene riempita di cose materiali usate per tappezzare un corpo vuoto, senza una personalità. In verità sono solo un po' troppo intraprendenti nell'ubbidire alla regola odierna per costruirne una, di personalità, che è semplice, quasi un mantra: io sono ciò che ho, io sono ciò che consumo. 
Il tema è interessante e va ben oltre il caso specifico del film allargandosi a fenomeno sociale, la realizzazione di Sofia Coppola invece risulta inferiore a quanto fatto in passato. In Somewhere il protagonista si trovava in un circolo vizioso e alla fine vi usciva, questa volta nel loop c'è entrata la regista che, sarà anche per la scelta di non creare empatia verso queste teenager, ma non riesce ad appassionare lo spettatore che, senza la musica delle ripetute "scorribande", cadrebbe nella noia più totale. Il risultato è quasi un reality su teenager che rubano abiti e soldi per mettersi in mostra in discoteca e scattarsi foto agghindate da pubblicare su Facebook. Ah, è proprio come nella realtà. Sgradito

martedì 2 luglio 2013

Sotto le rovine del Buddha

Sotto-Le-Rovine-Del-Buddha
Il cinema americano ha la famiglia Coppola, il cinema medio-orientale ha la famiglia Makhmalbaf, e questa ha pure la sua scuola di cinema e i film se li produce da sé attraverso la Makhmalbaf Film House.
Questo Sotto le rovine del Buddha è girato da Hanna, la più giovane della famiglia, classe 1988. Impugna la macchina da presa dopo il padre Mohnsen e alla sorella Samira, prende spunto dalla "talebanata" della distruzione dei Buddha di Bamiyan per raccontare una storiella con protagonista una bambina che vuole andare a scuola ad ogni costo.
Niente di originale, ci sono i soliti leitmotiv del cinema iraniano, ma complice il fatto che è da un bel po' che non ne vedevo uno del "filone" e che la storia è una riflessione pedagogica e sociologica semplice ma concreta, il film mi ha convinto e mi è piaciuto.
Quindi niente grande cinema però c'è del buon mestiere con qualche tocco più schematico che poetico, il segno che Hana è cresciuta direttamente nel cinema e difficilmente offrirà guizzi originali tipici di chi riesce ad emergere. Il risultato è comunque di tutto rispetto.
L'innocenza e la forza di volontà della bambina si stagliano in un paesaggio aspro e arido, incurante della sua presenza, anzi con la costante sensazione che sia pronto a riassorbirla, a farla scomparire. Quando qualche persona entra distrattamente in relazione con lei non è mai per aiutarla, ma solo per complicarle le cose.
La piccola è vestita di verde, il colore del movimento riformista iraniano, diventa così simbolo del possibile germoglio di rinnovamento culturale anche in territorio afgano: lei vuole andare a scuola per imparare storie divertenti e poi vuole farsi bella. Tutte cose che non sono ben viste dalla cultura che la circonda, maschilista e oppressiva, una realtà statica che lei attraversa con caparbia nonostante tutto remi contro alle sue intenzioni e ai suoi sogni.
Gli incontri la rallentano, la bloccano. Gli adulti appaiono marginalmente eppure il loro mondo incombe costantemente perché hanno infisso gli ideali paletti che condizionano la sua esistenza e le sue possibilità. Gli altri bambini che crescono come lei in quello scenario ostile "giocano" a fare la guerra, fingono di essere talebani, poi soldati americani, e quelli che compiono verso la nostra protagonista e il suo amico da noi sarebbero atti di bullismo, lì diventano normalità.
I desideri della bambina vestita di verde hanno le armi puntate contro, non è solo un gioco, è una vera persecuzione educativa. Ti abbatte. Lei vorrebbe solo imparare a leggere belle storie invece la Storia che deve fronteggiare è diversa, asfissiante, e quel terreno è troppo arido per permettere che una generazione migliore germogli. Deliziato

domenica 16 giugno 2013

Guarda questo treno - Alois Nebel

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Ecco una di quelle “animazioni” che non vanno bene per i bambini e non fanno tanto contenti nemmeno gli adulti, perché è un film lento, triste e cupo; ma bello. 
In una piccola stazione ferroviaria sul confine cecoslovacco, lavora Alois Nebel, la solitudine e i treni in orario fungono da calmante per il suo stato d’animo troppo tormentato da brutti ricordi, ma quando scende la nebbia viene assalito dai fantasmi del passato portandolo in uno stato allucinatorio. Un giorno quel premuroso del suo collega lo fa ricoverare in un sanatorio, in modo da prenderne il posto come capo stazione.
Uscito dal ricovero coatto, Alois, senza più il posto di lavoro, va alla stazione centrale di Praga in cerca d’aiuto. Lì farà nuovi incontri, ma sentirà il bisogno di tornare nella sua zona di confine per affrontare definitivamente quei fantasmi che lo hanno perseguitato per anni.
Alois Nebel è animato con tecnologia rotoscope, ma i fotogrammi non sono colorati, sono in un bianco e nero dove la luce cerca di squarciare la densa oscurità che avvolge i ricordi e la storia. Il risultato è perfettamente calzante per questo noir che segue le tracce di una memoria personale e illumina i risvolti di una memoria storica. La collocazione temporale è nei pressi della caduta del Muro di Berlino, ma i flashback che cercano di schiarire il passato riportano alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Il film è tratto dal primo volume della trilogia di graphic novel scritte da Jaroslav Rudiš, basate sui racconti del nonno Alois, e illustrate da Jaromír Švejdík (che ha anche un blog Jaromir99). Gradito

martedì 28 maggio 2013

Ragazzo scompare in USA e ricompare in Spagna - The Imposter

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Nel 1994 una ragazzo scompare a San Antonio, Texas. Dopo tre anni, in un paesino spagnolo, viene ritrovato un giovane, parla poco, dice d’essere stato rapito, abusato, torturato e di essere americano. È lui?
Se volete vedere il film, consiglio di non leggere oltre queste righe, per gustarvi l'atmosfera che riesce a creare.
Si tratta di un documentario con sfumature da giallo e thriller, seguiamo ricostruzione e indagini di un caso realmente accaduto. Lo spettatore viene coinvolto dalla curiosità di capire come sono andate effettivamente le cose e soprattutto di come siano state possibili.
Il regista ci sa fare, dosa gli elementi della storia seguendo il percorso lineare degli eventi reso avvincente con piccole diramazioni. Qualcuna si rivela falsa, qualcuna vera, qualcuna finisce in un vicolo cieco eppure potrebbe nascondere qualche verità che non conosceremo mai.
Quello che di certo si staglia è la personalità manipolatrice di Frédéric Bourdin, dotato di un’intelligenza psicotica, disinteressato a cosa provino gli altri, pronto a fare qualsiasi cosa per darsi una possibilità, come quella di assumere un'identità falsa e reggere la parte fino all'impensabile: la prova del riconoscimento di una madre.
Poi ci sono gli altri, quelli che interagiscono con questa persona, in particolare la famiglia che lo “ri-accoglie”. Ci si domanda se sia possibile desiderare così tanto qualcosa da crederci ad ogni costo anche contro l'evidenza. Oppure se quel voler credere sia invece una necessità, forse per nascondere dell’altro, qualcosa di tremendo che si vorrebbe sepolto.
Infine ci siamo noi: possibile che le bugie diventino talmente grandi da mangiarsi anche la verità? Sembra sempre che serva tempo perché questa sia appurata e condivisa, troppo tempo perché  si palesi; intanto il tempo passa e qualche verità si perde. Gradito

mercoledì 10 aprile 2013

Un film per i grillini - L'onda

l-onda-grillina
Se c'è un film che sarebbe bene vedessero i grillini e i loro sostenitori, è proprio questo. Magari potrebbero proiettarlo nel pulmino la prossima volta che vanno in gita a prendere le nuove direttive dal "facilitatore".
Il film è ambientato in un liceo della Germania. Un giovane professore dallo stile alternativo, che ascolta a tutto volume Rock 'n' Roll High School dei Ramones in auto mentre va a scuola, deve tenere per una settimana un corso sull'autocrazia.
Il primo giorno di lezione i ragazzi si domandano che senso abbia dedicare ancora tutto quel tempo su argomenti ormai risaputi, ritenendo che la storia abbia già testimoniato a sufficienza e che quindi una nuova dittatura non sia possibile perché se ne conoscono bene le conseguenze.
A questo punto il prof ha un'intuizione: fare una specie di simulazione per analizzare come nasce un'autocrazia e così fonda con gli alunni un movimento.
Riassumo i principali punti trattati nel film che diventano uno schema minimale quasi da manuale di scienza politica. Il lettore, per diletto, provi a fare un confronto con il Movimento 5 Stelle, magari spuntando idealmente le varie voci.
  1. Ogni autocrazia necessita di una figura predominante che dia il "la" al movimento.
  2. Il potere deve essere amministrato attraverso la disciplina. Se non ti va bene, allora sei fuori: va via.
  3. Quali sono le condizioni che favoriscono la nascita di una dittatura?
    • alto tasso di disoccupazione
    • ingiustizia sociale
    • disillusione politica
    • inflazione
    • Il potere arriva tramite disciplina, la disciplina smuove nuove energie.
    • La forza del gruppo viene dal creare un'unica oscillazione dalle singole forze; per il potere è necessaria l'unità. 
    • Il gruppo deve proporsi come l'unica soluzione possibile per uscire dalla crisi.
    • Perché ci sia un gruppo bisogna che ci sia un'identità del gruppo. Ci deve essere un simbolo e un tipo di abbigliamento, ossia una divisa, un'uniforme, per riconoscersi e distinguersi. Questa può essere un semplice giubbotto di pelle, anche il comune "giacca e cravatta" è una divisa, o come scelgono i ragazzi può essere una camicia bianca.
      Aggiungo io che se ci si autoproclama “i cittadini”, non una parte, ma tutti, per avere una divisa basta vestirsi come un qualsiasi cittadino.
    A poco meno di metà film, il neo gruppo deve scegliere che nome darsi, fra le varie proposte c'è “l'onda” o “lo tsunami”, perché si propongono di spazzare via tutto. Ai voti vince il primo; curioso come il secondo ricordi il nome di una campagna elettorale che diventerà un film.
    • Come bisogna comportarsi quando si passa all'azione?
      Prima di tutto parlare del leader in modi entusiastici e ai detrattori, che rinfacciano le contraddizioni del movimento, dire: «state facendo la cosa più grande di quella che è». Per secondo, agire sempre come gruppo e non come singola individualità.
    Nello sviluppo di queste regole, il gioco degli studenti diventa sempre più coinvolgente e reale. In poco tempo, quasi senza accorgersi, sono cambiate le loro relazioni e le loro personalità. Si arriva fino a un punto di alta tensione e si trova finalmente spazio per un'autocritica: «ci siamo sentiti esseri speciali, migliori degli altri, abbiamo escluso quelli che non la pensano come noi...». Ma non finisce così la storia, e rimando alla visione del film per conoscerla.
    Il film può risultare troppo semplicistico nell'evoluzione della sua tesi, invece lo è meno di quanto si possa pensare, visto che gli eventi si ispirano a un esperimento effettuato nel 1967 dal professore Ron Jones e denominato “La terza onda”. Certamente è un film interessante dal punto di vista educativo e ottimo come ripasso su come sia facile insinuare nelle giovani menti, specie se deboli e disorientate, un atteggiamento e un credo di stampo fascista. Gradito

    venerdì 30 novembre 2012

    Il cinema come psicoanalisi - Arirang

    Se volete comprendere pienamente il significato della performance vocale di Kim Ki-Duk in occasione della consegna del Leone d'Oro alla 69^ Mostra del Cinema di Venezia per Pietà, dovete vedere Arirang.
    Arirang è proprio il titolo di quella canzoncina popolare coreana che il regista ha intonato e viene spiegata in questo film, facendo capire il valore che ha avuto quel gesto per Kim Ki-Duk.
    Questo è un film intimo e disperato, realizzato più per il regista che per lo spettatore, è un girare come bisogno esistenziale, come necessità espressiva: si tratta per la maggior parte, tranne nel finale, di un video-confessione. 
    L'autore si è rifugiato in una catapecchia in montagna e riflette sui tormenti causati da un incidente avvenuto durante le riprese di Dream. Ha deciso di allontanarsi dall'industria del cinema e da tutti, dopo ben 15 film in 13 anni si trova di fronte ad un blocco creativo, ma non solo.
    Si parte nel tormento del silenzio, con i gesti quotidiani della vita in solitudine in un gelido paesaggio, poi il ghiaccio si scioglie e sgorga un fiume di parole. Sono le confessioni di Kim Ki-Duk con il suo ego inquisitore, mentre aleggia fuori-campo il fantasma dello spettatore, dell'Altro.
    Scopriamo che lo shock dell'incidente, che per altro non ha avuto particolari conseguenze, non è il solo motivo delle sue turbe, è la delusione avuta dai suoi assistenti che ha caricato il tutto. 
    L'occasione introspettiva si presta anche a riflessioni sul cinema. Impugnata una Canon Mark II Kim Ki-Duk medita sulla differenza di ripresa, di come illuminazione e diaframma abbelliscano troppo il mondo, mentre la videocamera no. Considera poi il recitare la parte dei cattivi come la più facile da fare: «Bastardi, non vantatevi di interpretare bene il ruolo dei cattivi dimostra solo che siete dei malvagi!».
    Ovviamente l'eloquio porta all'esplicitare la sua filosofia, riscontrabile nei suoi film precedenti: il credere in un ordine di natura, il vedere il bianco e il nero come lo stesso colore, il vivere inteso come sadismo e masochismo... Ma poi c'è il tempo per tornare sugli "oggetti" con una carrellata sui premi vinti e rendere grazie ai festival internazionali senza i quali sarebbe sicuramente fallito in una Corea che non aveva riconosciuto la sua arte.
    Il film diario si fa quindi film documento drammatico e funge da seduta psicoanalitica, per finire con la "ripresa" di Kim regista-attore diventa anche film "fantastico". Per realizzare il meccanismo di rimozione Kim lascia la dimora, prende la macchina e come un freddo killer procede con l'uccisione liberatoria di quelli che considerava amici e si sono rivelati opportunisti traditori.
    Ora può dare un nuovo «Ready-Action!» a se stesso. Deliziato

    giovedì 26 luglio 2012

    Chiamata metropolitana - Berlin Calling

    berlin-calling
    Ad attirarmi su questo film era stato il titolo per la sua assonanza al celebre album dei Clash (London Calling) e in effetti la musica è l’elemento centrale nel film, ma è di un altro genere rispetto a quella di Joe Strummer e compagni: Berlino chiama un sound elettronico.
    Martin è DJ Ikarus, un giovane promettente che ha appena terminato un tour internazionale e si trova ora alle prese con la preparazione del secondo album. Per cercare un po’ di relax ed ispirazione si lascia cullare dalle droghe sintetiche; una notte esagera con qualcosa tagliato male e viene ricoverato con problemi schizofrenici. Tutto crolla.
    È una variazione sul tema, si è già visto di simile in Trainspotting e Requiem for a Dream, in questo caso la realizzazione non si sbilancia in ricerche artistiche e trova un semplice equilibrio fra lo stile documentaristico e la linearità della narrazione della parabola dell’artista salvato dalla sua arte.
    Così il film punta tutto sull'avvolgente colonna sonora come fa il suo protagonista, interpretato da Paul Kalkbrenner vero DJ nella vita ed autore di tutte le musiche del film (Sky and Sand è stato utilizzata anche dalla Rai nelle pubblicità degli Europei 2012).
    La Berlino del titolo quasi non si vede, in fondo serve solo come elemento rappresentativo per definire collocando l'individuo metropolitano moderno: una figura sola circondata da pubblico. Non è la Berlino inizio anni ottanta di Christiane F. e i ragazzi dello zoo.
    Martin non ha veri amici, pure la sua ragazza-manager in realtà è lesbica ed interessata più alla sua produzione che a lui; la famiglia è distante nonostante i buoni rapporti: il fratello ha scelto un'altra vita e il padre è un predicatore. Anche gli addetti al “recupero” in fondo lo vorrebbero solo dipendente in un modo istituzionalizzato... Insomma negli altri non si trovano appigli.
    Quando si sprofonda nel nulla che ci circonda l’unica strada per salvarsi è riuscire ad aggrapparsi ad una grande passione. Questa è la parabola. Deliziato

    domenica 1 luglio 2012

    Miracolo a Le Havre

    Miracolo a Le Havre
    Per assaporare completamente questo piccolo grande miracolo sarebbe opportuno aver visto un film precedente del regista: Vita da bohème. In quel film si raccontava la vita di stenti di tre personaggi dalle velleità artistiche. Uno di questi, lo scrittore, si chiamava Marcel Marx e proprio lui, trasferitosi dalla "vecchia" Parigi alla portuale Le Havre, è il protagonista di questo nuovo film di Kaurismäki.
    Marcel ora fa il lustrascarpe e riesce a malapena a racimolare i soldi per mangiare, a casa l’aspetta l’amata moglie che per non pesargli nasconde la malattia che porta dentro sé, ma dopo un peggioramento è costretta a farsi ricoverare. Nel frattempo Marcel aiuta un piccolo clandestino a nascondersi dalla polizia e ritrovare la strada verso casa.
    I temi del film sono tanto attuali quanto dolorosi, eppure Kaurismäki rappresenta queste vite difficili in tutta la loro dignitosa povertà, senza pietismo, una volta eliminato tutto il materiale a splendere è la genuinità della nobiltà d'animo delle persone.
    Il regista finlandese mette sul palmo di mano l'ottimismo nell’amarezza e fa del tragicomico un qualcosa di poetico, così il film scorre via nella sua semplicità. Molto divertente quando per raccogliere del denaro si chiede aiuto al “rocker” Little Bob (che si può vedere nel suo splendore nella foto sopra).
    Il post-bohémien mostra che nulla è cambiato negli anni, le povere anime gentili vivono ancora nella fatalità, ma questa volta c’è un pizzico di positività, c'è l'atteso miracolo a cambiare il finale e far fiorire un ciliegio.
    Ma di miracolo si parla, perché è il solo "atto" che può portare il lieto fine dentro una società ingiusta, la mobilitazione della solidarietà di classe non basterebbe, per compiere il prodigio serve una piccola ribellione dentro il sistema: un briciolo di coscienza. Deliziato

    mercoledì 14 marzo 2012

    L'ultimo trip - Enter the void

    paz de la huerta
    Quentin Tarantino aveva inserito questo film nella lista delle sue pellicole preferite del 2010 specificando che a colpirlo erano stati in particolare i titoli di testa (“Hands down best credit scene of the year… Maybe best credit scene of the decade. One of the greatest in cinema history”), questi vengono sparaflashati a raffica e dopo soli due minuti di visione hanno scavato nel nostro nervo ottico un tunnel diretto verso il cervello: sarà la vena attraverso la quale ci inietteremo della droga visiva.
    Lo stordimento arriva subito con una dose sparata in solitaria dal nostro protagonista nel suo piccolo appartamento a Tokio. È il giovane Oscar, viene dalla Germania e ora spaccia in un quartiere della metropoli giapponese. Lui è il nostro corpo, il nostro punto di osservazione.
    Indosseremo Oscar per "calarci" nella parte e nel vero sballo, quello soprannaturale, che sopraggiunge dopo aver fatto conoscenza con gli altri personaggi e dopo aver nominato il libro che gli ha prestato un amico e sta leggendo con passione, è Il libro tibetano dei morti. Quello è l'oggetto evocativo intorno al quale è concepita la successiva esperienza, si tratterà del viaggio dell'anima dopo la morte, un'odissea post-vita dove, allo stato di Bardo, Oscar planerà drammaticamente su tempo e spazio in attesa della rinascita.
    Entrate nel vuoto! Fluttuate, fatevi stordire, resistete al senso di nausea, anche quando il film eccede, diventa pornografia visiva e anche quando potrebbe finire, ma non si ferma. 
    D'altra parte non puoi arrestare il trip. Ti vuole portare dallo sfinimento alla catarsi, per raggiungere un nuovo stato di allucinazione dove le immagini sfocano e i soggetti diventano luce; finalmente siamo "illuminati", possiamo dissolverci.
    Enter the void è un'esperienza, un film stupefacente. Deliziato

    martedì 10 maggio 2011

    The Fountain - L'Albero della vita

    l'albero della vitaTre stadi temporali per riflettere sul rapporto fra vita e morte. Presente, passato e futuro per l’uomo T, uomo trino in Tommy lo scienziato, Thomas il conquistador e Tom l'astronauta zen. Tre declinazioni di un Tommaso alla ricerca della vita per amore, con l'unica certezza della morte.
    Nel passato si cerca l’Albero della vita eterna che però nasconde in sé non tanto il prolungamento della vita individuale, ma quella della “specie”, quindi ha il potere di perpetrare il comune ciclo della vita, non della singola esistenza.
    Nel presente l’illusione non è più mitologica e si tramuta in una corsa scientifica nella ricerca di battere con la conoscenza la malattia che porta alla morte.
    Nel futuro, in uno stato mistico, sembra che si sia in parte abbandonata la sfida e ci si limiti a cercare di comprendere vita e morte come un tutt’uno.
    Avevo sentito parlare solo male di quest'opera di Aronofsky, sicuramente è la meno riuscita della sua filmografia, ma ha il suo valore artistico e riflessivo. È un film pretenzioso e cedevole, proprio per questo ben riassume l'inettitudine dell'uomo nel tentativo di ragionare e rappresentare il senso ultimo della fine della vita. Perché è questo quello che tratta il film cercando di abbattere i tempi contorcendoli in un unico agglomerato fanta-narrativo per riportare le tematiche esistenziali di vita, amore e morte dalla loro contingenza individuale-storica ad un grande discorso universale.
    Un discorso che non può evitare di confrontarsi con il tempo finito e confondersi con quello infinito, entrambi elementi dell'esistere, al quale si aggiunge ovviamente la cultura (biblica, maya, scientifica, new age) che cerca di rendere trattabili argomenti che non si riesce a confinare.
    Si crea così una condizione troppo carica che comporta, per forza, un'aspettativa maggiore di quanto si possa effettivamente offrire, considerato che un "viaggio" di questo tipo può solo essere un'odissea: l'uomo che si cimenta nel percorrere sentieri così indefiniti è destinato al fallimento. O alla morte, che qualcuno può vedere come l'ultimo stadio della vita verso l'assoluto.
    Gradito
    | Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 7 |

    sabato 12 marzo 2011

    Lo Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti

    lo zion boonmeeLo Zio Boonmee ha problemi ai reni e sente che la sua morte è vicina. Trascorre gli ultimi giorni in campagna, circondato dai suoi cari, anche da quelli che non sarebbero più vivi. Nel frattempo ricorda frammenti di vite precedenti.
    È duretta guardare lo Zio Boonmee, un po' per il mischiarsi come fosse normalità di vivi e morti, un po' perché la storia salta improvvisamente in altri tempi intervallando fiaba e realtà, ma soprattutto e difficile rimanere svegli, perché fa dei suoni della natura un'armonia fin troppo rilassante che porta un corpo stanco ad addormentarsi, magari sognando di reincarnarsi in qualche animale o cenare coi cari defunti, proprio come accade a Boonmee.
    Se si rimane desti si può intuire che lui forse è la reincarnazione di un bisonte o quella di un pesce-gatto parlante che aveva incontrato una principessa in un laghetto sotto una cascata; suo figlio invece si presenta con le sembianze di uno scimmione dagli occhi rossi.
    L'ultimo tratto della vita di Boonmee mischia spazio e tempo, reale e irreale, e fa della fisicità della natura un teatro mistico e spirituale dove più che "tutto è un ciclo" sembra che tutto il ciclo sia contenibile in un frammento. È un fase finale serena che addensa in sé un eccesso di vita, anche quella che non c'è più e addirittura quella fantastica.
    D'altra parte «il paradiso è sopravvalutato, non c'è niente là», come confida il fantasma della moglie dello Zio, meglio rimanere degli spettri o reincarnarsi in nuove forme di vita.
    Il viaggio finisce, una vita ha trasmigrato, inizia/continua una storia che ci rinnova delle domande rincarando la dose: qual è la vita? Quali sono le vite? E la vita nella natura è la stessa della vita in città?
    Gradito
    | Reg: 7 | Rec: 6 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 7 |

    martedì 8 marzo 2011

    Somewhere

    locandina di somewhereQuanto si diverte un giovane attore hollywoodiano pieno di soldi e di donne pronte a concedersi?
    A vedere una giornata tipo di Johnny Marco, attore nel bel mezzo della promozione del nuovo film, sembra non molto. Ha tutto e anche il superfluo a sua disposizione, tuttavia si sente annoiato, vuoto e si stordisce con alcol e farmaci.
    Poi arriva Clio, 11 anni, è la figlia di Johnny e solitamente vive con la ex-moglie, ma lei sarà impegnata per un paio di settimane e quindi la ragazzina rimarrà con lui fino alla partenza per un campo estivo.
    Clio donerà un senso alle giornate dell’attore, portando “gusto” alla sua quotidianità.
    All’inizio del film la telecamera è ferma, un’auto sportiva entra ed esce dal campo visivo, segue un percorso circolare e monotono, una sequenza che mi fa venire in mente i film iraniani e il tenore della regia rimane tale anche nel proseguo del film.
    La Coppola sceglie un cinema essenziale, pochi dialoghi, luci e suoni naturali, usa rari movimenti della macchina da presa che diventano ancora più significativi. Una tecnica che palesa il tentativo di ripulirsi dal mondo patinato e dagli ornamenti lezioni del mondo dello spettacolo, proprio quello che sembra servire anche al nostro protagonista.
    È una storia di solitudine, un’altra storia di solitudine dopo Lost in Translation, ma questa volta il rapporto che spezza il grigiore è quello fra un padre, che forse si è dimenticato di esserlo, e una figlia piccola però autonoma praticamente in tutto, tranne per il bisogno della sicura presenza di un genitore.
    L’incontro fra i due segue dei gradi: prima lei irrompe nella vita del padre e cattura la sua attenzione (ballando sul ghiaccio), poi provano ad allacciare un rapporto sfruttando quello mediato dal gioco (partite alla consolle), lei continua ad apportare un nuovo “sapore” alle giornate cucinando per lui, finalmente riescono ad avere una relazione e a stabilire un contatto (piscina dell’albergo). Proprio allora la macchina da presa allontana il suo sguardo, adesso si può distaccare senza il rischio di abbandonare Johnny, ora che quel piccolo nucleo ritrovato sembra dotato di forza sufficiente, di un'autonoma calda e delicata spinta vitale.
    Ma Clio deve partire per il campo estivo e senza di lei Johnny ricade, non si sente nemmeno una persona. Non gli resta che prendere la sua bella auto e partire anche lui, la meta non è chiara, ma la regia ci suggerisce qualcosa.
    Il finale è un contrasto, spezza la ciclicità iniziale, il circolo vizioso viene interrotto, ora la strada è una retta lunga e dritta, c'è una direzione che porta "da qualche parte": Johnny esce dal loop.

    Mi è piaciuto questo film, ma mi ha confermato le sensazioni che avevo nella probabile partigianeria della vittoria del Leone d'oro a Venezia e la cosa fa un po' ridere perché l'immagine del mondo dello spettacolo italiano che rappresenta è desolante, tra lusso e trash, nel mezzo i finti sorrisi. La Coppola comunque è molto brava e paradossalmente viene premiata proprio dalla cerchia sociale che aliena il protagonista del suo film.
    Deliziato
    | Reg: 8 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 7 |

    mercoledì 26 gennaio 2011

    My Son, My Son, What Have Ye Done

    locandina my son my son what have ye doneDue detective della omicidi chiacchierano in auto, mi ricordano una nota scena di Pulp fiction, ma il tono è più serio. Vengono interrotti da una comunicazione radio proveniente dalla centrale. Arrivati sul luogo del delitto interrogano i conoscenti dell’assassino che nel frattempo si è barricato in casa con un fucile e, dice, due ostaggi.
    Con deposizioni-flashback ricostruiamo il profilo psicologico di Brad, l'asserragliato in casa.
    David Lynch presenta e produce Werner Herzog, un incontro promettente sulla carta, tanto da far immaginare già il gusto dell'intruglio che ne potrebbe venire fuori. Invece la miscela si rivela abbastanza deludente.
    Allegoria fra dramma teatrale e dramma individuale, con una rappresentazione che sa costantemente di forzato ed emana un continuo sottile sentore di farsa.
    In scena, con una strada che diventa palco, un detective la fidanzata dell’assassino e l’amico/regista teatrale. Nel retroscena, nascosto come fosse dietro le quinte, il protagonista.
    Dai racconti aggiungiamo man mano i pezzi utili per inquadrare il leggermente disturbato Bred che è un giovane uomo “castrato” dalla madre, alla ricerca di un Dio nei barattoli dei fiocchi d’avena, turbato dopo un "mistico" viaggio in Perù ed esistenzialmente ispirato dall’identificazione con il personaggio che dovrebbe interpretare a teatro nell’Elettra di Sofocle: l'Oreste spinto al matricidio dalla sorella.
    A me il film ha lasciato poco, giusto i ricorrenti fenicotteri rosa (aquile drag-queen) e l'idea di assistere ad una puntata di un telefilm, magari il pilot di una serie dove un detective della omicidi incontra assassini mentalmente disturbati ma "giustificabili" dal loro background e spinti al conto di sangue come un'inevitabile punto d'arrivo di una spirale.
    Sì, per carità, alla fine nel film si odora sia di Herzog che di Lynch, ma pare una puzzetta.
    Sgradito
    | Reg: 7 | Rec: 6 | Fot: 7 | Sce: 5 | Son: 6 |

    domenica 16 gennaio 2011

    Watchmen

    waychmen locandinaSono passati alcuni mesi da quando ho visto Watchmen, dopo la visione ero un po’ disorientato, non riuscivo a dare un giudizio complessivo al film. Dal punto di vista visivo era molto efficace, Snyder difficilmente delude sotto questo aspetto, quello che mi lasciava perplesso era il mondo alternativo dei guardiani.
    La versione dei supereroi proposta è nettamente diversa da quella standard e non conoscendo nulla della graphic novel di Alan Moore e Dave Gibbons ero completamente impreparato. Sicuramente mi aveva suggestionato, la lunghezza del film (oltre le due ore e quaranta) e la continua sensazione che mi mancasse qualcosa per capire veramente la rappresentazione, mi avevano portato alla sua conclusione in uno strano torpore; tentavo di ragionare ma le sinapsi giravano a vuoto, come ovattate da quelle immagini dai colori saturi e contrastati.
    Lo spazio temporale del racconto è un passato alternativo con una situazione politica che vede Richard Nixon eletto per la quinta volta Presidente degli Stati Uniti in un clima da Guerra Fredda, sull’orlo del disastro nucleare.
    I supereroi sono persone “normali” che hanno deciso di mascherarsi e combattere il crimine, tranne Dr.Manatthan che dopo un incidente in laboratorio è dotato di immensi poteri ma lo stanno progressivamente allontanato dal sentirsi parte della condizione umana, portandolo ad un nuovo stato di coscienza e ad una costante malinconia.
    Il gruppo ha avuto un ruolo importante nei trascorsi, ora hanno praticamente appeso la maschera al chiodo, senonché uno di loro viene assassinato.
    Chi si sta muovendo contro la vecchia squadra?
    Rorschach, l'ultimo guardiano ancora in attività, si mette ad indagare.
    L'atmosfera noir viene intramezzata da momenti d'azione e dalla ricostruzione delle singole storie di vita dei guardiani. Un percorso che porterà però alla riflessione etica e politica sul genere umano.
    La natura selvaggia dell'uomo spinge la sua specie verso l'autodistruzione. L'uomo più intelligente del mondo e quello più potente come si dovrebbero comportare nel momento in cui il passo di non ritorno fosse imminente? Dovrebbero intervenire? E se intervenissero cosa dovrebbero fare? Con quali compromessi? Si potrebbe basare la pace sociale sulla menzogna?
    Il film dà la sua risposta, a me la visione ha lasciato una sensazione insolita: fra l'annoiato e l'affascinato.
    Gradito
    | Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 8 |

    lunedì 8 novembre 2010

    Dazed and Confused (La vita è un sogno)

    la-vita-è-un-sogno28 Maggio 1976, Texas, ultimo giorno di scuola. I senior festeggiano la fine di un ciclo educativo e introducono i junior alla nuova realtà con la stupidità dei rituali di iniziazione.
    Un giorno e una notte con un gruppetto di giovani post Sessantotto, un periodo che non sembra aver dato alcun indirizzo sul futuro e lasciato solo la moda di stordirsi con alcol e droghe al ritmo di musica e alla ricerca di sesso. Insomma è una notte rock’n’roll che ricorda American Graffiti di Lucas, ma senz’anima, in versione piatta, forse più reale. Non c'è un domani incombente e la nottata si fa iniziatica ma senza formazione.
    Il ritratto è quello di una gioventù che si muove tanto per passare il tempo e che vede il vivere contrapposto al seguire regole. Ma senza regole non c’è indirizzo e si può solo vagare fino a ritrovarsi all’alba di un nuovo giorno storditi e confusi, Dazed and confused, proprio come la canzone dei Led Zeppelin che dà il titolo originale al film (da noi diventato un inadatto “La vita è un sogno”).
    Il film va guardato in lingua inglese perché il doppiaggio italiano è risaputo essere mal realizzato. Da segnalare la presenza di Ben Affleck e Milla Jovovich giovinetti.
    «Io sono qui solo per fare due cose: spaccare la faccia e bere birra, e la birra è quasi finita».
    Gradito
    | Reg: 6 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 7 |