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domenica 10 novembre 2019

C'è un coniglio ma non si vede bene - Harvey

Ho recuperato un vecchio film che vorrei consigliare.
Da queste parti più volte ho riportato la mia vecchia passione per Alice nel paese delle meraviglie, Harvey me lo ero annotato nella lista di quelli da recuperare perchè fra i personaggi c'è un coniglio. In realtà questo coniglio, è lui l'Harvey del titolo, si vede molto molto poco e non c'entra a nulla con il capolavoro di Lewis Carrol, si rifà invece a degli spiriti ingannatori della mitologia nordica, ma il film mi ha deliziato lo stesso e secondo me vale la pena vederlo: è divertente e lo consiglio per una delle prossime giornate fredde e uggiose.

Trailer di Harvey (1950, Henry Koster):

domenica 1 luglio 2012

Miracolo a Le Havre

Miracolo a Le Havre
Per assaporare completamente questo piccolo grande miracolo sarebbe opportuno aver visto un film precedente del regista: Vita da bohème. In quel film si raccontava la vita di stenti di tre personaggi dalle velleità artistiche. Uno di questi, lo scrittore, si chiamava Marcel Marx e proprio lui, trasferitosi dalla "vecchia" Parigi alla portuale Le Havre, è il protagonista di questo nuovo film di Kaurismäki.
Marcel ora fa il lustrascarpe e riesce a malapena a racimolare i soldi per mangiare, a casa l’aspetta l’amata moglie che per non pesargli nasconde la malattia che porta dentro sé, ma dopo un peggioramento è costretta a farsi ricoverare. Nel frattempo Marcel aiuta un piccolo clandestino a nascondersi dalla polizia e ritrovare la strada verso casa.
I temi del film sono tanto attuali quanto dolorosi, eppure Kaurismäki rappresenta queste vite difficili in tutta la loro dignitosa povertà, senza pietismo, una volta eliminato tutto il materiale a splendere è la genuinità della nobiltà d'animo delle persone.
Il regista finlandese mette sul palmo di mano l'ottimismo nell’amarezza e fa del tragicomico un qualcosa di poetico, così il film scorre via nella sua semplicità. Molto divertente quando per raccogliere del denaro si chiede aiuto al “rocker” Little Bob (che si può vedere nel suo splendore nella foto sopra).
Il post-bohémien mostra che nulla è cambiato negli anni, le povere anime gentili vivono ancora nella fatalità, ma questa volta c’è un pizzico di positività, c'è l'atteso miracolo a cambiare il finale e far fiorire un ciliegio.
Ma di miracolo si parla, perché è il solo "atto" che può portare il lieto fine dentro una società ingiusta, la mobilitazione della solidarietà di classe non basterebbe, per compiere il prodigio serve una piccola ribellione dentro il sistema: un briciolo di coscienza. Deliziato

mercoledì 28 marzo 2012

Una furbetta a Parigi - Zazie nel metrò

zazie-nel-metro
Zazie nel metro è uno di quei film tratti da libri di successo e per questi film è sentito come un obbligo il raffronto con il libro che quasi sempre si conclude con un: “eh, non è bello come il libro”.
In questo caso la comparazione ha però un effetto inusuale.
La particolarità di Zazie-film è l’essere un qualcosa che si apprezza di più dopo la lettura e, forse, risulterebbe solo un film “strano” se lo si guardasse senza prima aver vissuto quelle rocambolesche vicende sulle pagine del romanzo di Raymond Queneau.
Il regista Louis Malle sceglie di trasformare lo stile di scrittura sperimentale del libro (che io avevo trovato un po' fastidioso) in uno stile surreale, talvolta assurdo, per il racconto cinematografico.
Pur mantenendo grosso modo tutto l’impianto della storia originale (anche se la Zazie del libro è una sboccata ragazzina appena adolescente mentre nel film è una bambina furbetta), Malle si concede di spaziare nei momenti corali accompagnandoli con composizioni da musical, inserendo gag da film muto e introducendo anche un personaggio secondario che compare in modo buffo, in secondo piano, in più di una scena.
Io avevo recuperato Zazie-libro perché era nominato in una qualche analisi del testo di Alice nel paese delle meraviglie, mi ricordo che venivano confrontate le personalità molto diverse delle due ragazzine anche se entrambe vengono catapultate in un mondo nuovo ed entrambi i libri finiscono con il risveglio da un sogno. 
Se il testo di Zazie non mi aveva entusiasmato, il film, invece, mi ha divertito molto, o meglio, grazie alla lettura mi è piaciuta di più la visione. Deliziato

domenica 26 febbraio 2012

Il cinema mutò - The Artist

the artist
Ho visto il film che sicuramente questa notte vincerà qualche importante statuetta agli Oscar, è un film tecnicamente ben fatto, ma se devo dire quanto mi è piaciuto non mi sbilancerei: l’ho gradito solo per la sua formalità.
Guardandolo mi è venuto in mente quando lessi una riflessione sul cinema che partiva dalla celebre frase di Wittgenstein “su ciò di cui non si può parlare è meglio tacere” e per contro indicava nel cinema la capacita di esprimere quello che non si può trasmettere con le parole; il cinema muto era l’evidenza di questo discorso.
Sicuramente il passaggio al sonoro fu una rivoluzione, il cinema mutò, e seguendo la riflessione accennata, perse la sua specifica genuinità: mentre prima erano le immagini che parlavano, adesso non erano più autosufficienti, si poteva dire senza dover per forza mostrare.
Io questa mutazione la vedo più come un’evoluzione: il fatto di poter comunque girare film muti, volendo, rende chiaro che non si perde niente, anzi, si può beneficiare delle maggiori possibilità offerte dal sonoro.
The Artist è esattamente la prova che non si è perso nulla, in questo caso l’assenza del parlato è una scelta stilistica ben sviluppata.
La sceneggiatura è "calcolata" - sia per l'espressione della storia, sia per la metafilmica collocazione temporale proprio alla fine del cinema muto - e impreziosisce un soggetto di per sé banale. Buona la regia e bravi gli attori, ma è quello che si esprime che non mi è piaciuto.
Il film mi ha smosso in particolare l'idea del “dramma della bellezza”.
Guardando Peppy Miller, aspirante attrice dalla bella presenza, mi è venuta in mente, per contrasto, Belen Rodriguez. 
La bellezza di Peppy (Bérénice Bejo) è emanata dal volto e dai movimenti, è un corpo delicato che calamita gli occhi. Quella della nostra soubrette trasborda dall’esposizione delle forme e dai capolini che attizzano, è una superficie che scotta. Due bellezze diverse, simbolo di epoche diverse, che hanno qualcosa in comune: nella società dello spettacolo, la bellezza comunque paga.
Pur nella sua vacuità, basta un neo per fare la differenza, la bellezza è salvifica. I brutti stiano a guardare.
Per questo vedo nel film compressa tutta la banalità di un certo cinema, il cinema di Hollywoodland, il paese delle apparenze. In fondo questa è un'esemplare storia dell'immagine, dell'esteriorità: un'amore fra belli, la scala del successo scesa e salita, il lieto fine. Un archetipo servile al capitalismo e qui il passato viene ritrattato con sapore postmoderno.
Forse questa operazione nostalgica suona un vero requiem all’anima del cinema, lo suona ora che c'è il sonoro: si può appagare il pubblico, si può realizzare opere tecnicamente migliori, ma sembra che non ci sia nulla di buono da dire. L'importante è offrire un'ulteriore sorriso agli spettatori, i non belli. Gradito

lunedì 7 febbraio 2011

Parto col folle

Todd Phillips continua con l'ennesima variazione sul tema "road trip" e asseconda il tempo che passa rilanciando ogni volta sulle tappe dell'età dei suoi protagonisti.
Dopo il successo di Una notte da leoni, dove tre amici erano alle prese con un bizzarro post addio al celibato a Las Vegas, qui l'architetto Peter deve raggiungere la moglie, un viaggio da Atlanta a Los Angeles, che è prossima a partorire il loro primo figlio. Ad accompagnarlo gioco-forza sarà un pazzoide barbuto che sogna di diventare attore e sta passando la fase di elaborazione del lutto paterno.
Probabilmente è da ritenere un film riempitivo in attesa del seguito dei "leoni" che pur con certe cadute era stato divertente mentre qui a tratti ci si annoia. Come al solito Phillips sceglie bene i pezzi della colonna sonora, ma è lo spirito che manca, non si ritrova l'autentico on-the-road.
Una scena da segnalare comunque c'è ed è quando la macchina su cui viaggiano viene avvolta da Hey you dei Pink floyd e soprattutto dagli effetti dei fumi di una sigaretta modificata... L'unico "vero" trip concessoci.
Sgradito
| Reg: 7 | Rec: 6 | Fot: 6 | Sce: 5 | Son: 7 |

lunedì 8 novembre 2010

Dazed and Confused (La vita è un sogno)

la-vita-è-un-sogno28 Maggio 1976, Texas, ultimo giorno di scuola. I senior festeggiano la fine di un ciclo educativo e introducono i junior alla nuova realtà con la stupidità dei rituali di iniziazione.
Un giorno e una notte con un gruppetto di giovani post Sessantotto, un periodo che non sembra aver dato alcun indirizzo sul futuro e lasciato solo la moda di stordirsi con alcol e droghe al ritmo di musica e alla ricerca di sesso. Insomma è una notte rock’n’roll che ricorda American Graffiti di Lucas, ma senz’anima, in versione piatta, forse più reale. Non c'è un domani incombente e la nottata si fa iniziatica ma senza formazione.
Il ritratto è quello di una gioventù che si muove tanto per passare il tempo e che vede il vivere contrapposto al seguire regole. Ma senza regole non c’è indirizzo e si può solo vagare fino a ritrovarsi all’alba di un nuovo giorno storditi e confusi, Dazed and confused, proprio come la canzone dei Led Zeppelin che dà il titolo originale al film (da noi diventato un inadatto “La vita è un sogno”).
Il film va guardato in lingua inglese perché il doppiaggio italiano è risaputo essere mal realizzato. Da segnalare la presenza di Ben Affleck e Milla Jovovich giovinetti.
«Io sono qui solo per fare due cose: spaccare la faccia e bere birra, e la birra è quasi finita».
Gradito
| Reg: 6 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 7 |

sabato 9 ottobre 2010

Gentlemen Broncos

gentlemen broncosBenjamin è un ragazzo sfigatello che sogna di vedere pubblicato il suo racconto di fantascienza. Vive con la madre stilista di improbabili vestiti, molto convinta del talento del figlio tanto che lo iscrive ad un seminario di Ronald Chevalier, scrittore guru del genere. L'autore è però in crisi di ispirazione e messo alle strette dall'editore ruberà il racconto di Benjamin per farne il suo nuovo best-seller. L'unica differenza della sua rivisitazione è il cambiamento del nome dei personaggi seguendo la personalissima “regola dell’-anous”: ogni nome per essere di qualità deve finire con derivati del suffisso.
Una commedia demenziale con un alone surreale alla Wes Anderson senza la stessa classe. Si apre con dei promettenti titoli di testa per poi scendere di livello, ma può comunque piacere.
La storia della vita di Benjamin si intervalla con la rappresentazione di quella del racconto scritto con un effetto straniante dal gusto molto acido. Si cerca costantemente parodia e trash, trovando soprattutto il secondo.
Una divertente e malinconica rivincita dei perdenti che permette la concretizzazione di un sogno anche per chi ha tutte le carte in regola per non vederlo mai realizzato. Ma siamo in un film, è Benjamin può tornare a sorridere, e far sorridere un pochino anche gli amanti del genere.
«Possa la lucentezza del cromo della regina cyborg illuminare tutti voi»
Sgradito
| Reg: 5 | Rec: 6 | Fot: 6 | Sce: 5 | Son: 7 |

lunedì 4 ottobre 2010

Il mio amico giardiniere

mio amico giardiniere(*) Un pittore di successo scappa dalla pressante Parigi per rifugiarsi nella casa d’infanzia in campagna, alla ricerca di ispirazione, ma soprattutto di ritrovare qualcosa di genuino.
Incontra per caso quello che fu un compagno di scuola, ora ferroviere in pensione e giardiniere. La costruzione di un orto diventa per il signor “Del quadro” e il signor “Del prato” il pretesto per stringere una nuova amicizia.
In questo caso il rapido sviluppo della relazione è reso possibile dal passato comune sul quale far leva per ritrovare il sapore dei ricordi e un’attuale spalla sulla quale appoggiarsi per sopportare le sventure odierne. Ognuno ha qualcosa da offrire all’altro.
L’atmosfera bucolica genuina viene contrapposta a quella artefatta e ipocrita della città, un dualismo non certo originale, ma il film è semplice e piacevole come una di quelle vacanze lente e riposanti, in questo caso con la perla di un amico ritrovato. Purtroppo senza il lieto fine.
Gradito
| Reg: 6 | Rec: 7 | Fot: 6 | Sce: 6 | Son: 6 |

domenica 3 ottobre 2010

Caffeine

Il web è stupendo e frustrante, puoi trovarci di tutto e quindi scoprire che anche la tua idea è già stata realizzata.
Ho recuperato questo titolo perché, dopo una ricerca, si avvicinava ad una mia ideuzza per un film che dovrebbe essere: tutto girato dentro in un pub in un lungo piano sequenza che segue e intreccia le storie raccontate dai variegati avventori del locale fino alla chiusura.
In realtà non siamo poi così vicini a quello che avevo in mente, qui ci troviamo in un bar londinese, il Black Cat, non è girato in piano sequenza, anzi molto banale dal punto di vista stilistico, e la tipologia dei discorsi non è quella che mi piacerebbe. Si parla soprattutto di coppie che scoppiano, ma entro la fine si rappacificano, e si segue un percorso di gag a sfondo sessuale con personaggi un po' strampalati.
Come filo conduttore fra i piccoli disastri c’è l’attesa dell’arrivo di un controllore del locale dal quale dipende la svolta lavorativa e la realizzazione di un sogno per la proprietaria.
Era invitante anche il cast con l’american beauty Mena Suvari, la signora Benford (Flash Forward) Sonya Walger, la signorina dei telefilm (Roswell, Grey's Anatomy) Katherine Heigl e Breckin Meyer, l’indimenticato Josh di Road Trip che probabilmente rimarrà il suo unico ruolo decente.
Peccato, o bene per me: posso ancora fantasticare di vedere realizzato il “mio” film.
«Non c’è niente di male se anche una donna ha un'opinione»
Sgradito
| Reg: 5 | Rec: 5 | Fot: 5 | Sce: 5 | Son: 6 |

domenica 19 settembre 2010

Poliziotti fuori - Due sbirri a piede libero

poliziotti fuoriGli sbirri Jim e Paul festeggiano proprio oggi nove anni “di coppia” squinternata e un’operazione mal gestita porta il loro capo a strappargli pistola e distintivo per un mese. Ovviamente per loro non fa differenza e con l’intenzione di recuperare una figurina di baseball di grande valore, necessaria per coprire le spese di matrimonio della figlia di Jim, sventeranno anche i piani della gang messicana che gestisce un traffico di droga.
Si apre con No sleep till Brooklyn dei Beastie Boys e penso sia una buon inizio, ma dopo 10 minuti volevo spegnere tutto. E avrei fatto bene.
Senza stile, si fatica a credere che il regista sia quello di Clerks, per carità c’è almeno un suo elemento classico, il linguaggio scurrile, ma essere sboccati non implica far ridere.
Una commedia d’azione che disgusta in entrambe le voci: gag che faticano a strappare un sorriso e mancanza di dinamismo, con una trama del già visto con tempi morti e per niente avvincente.
Bye bye Kevin Smith, ti abbiamo venduto, ehm, pardon, perduto.
Nauseato
| Reg: 4 | Rec: 4 | Fot: 4 | Sce: 4 | Son: 6 |

lunedì 6 settembre 2010

Tropic Thunder

(*) Tre star di Hollywood sono alle prese con il film di guerra più costoso della storia del cinema, ma in una scena in mezzo alla giungla la finzione diventa troppo reale...
Parodia dei film del genere “guerra” in stile Ben Stiller con un risultato non esaltante. Battute del tipo “bubusette vi faccio a fette” e ironici proverbi del tipo “quando la mandria perde la strada, il pastore uccide il toro che porta allo sbando”: non si riesce ad andare oltre qualche sorrisetto un po' forzato.
Scorre in superficie pur avendo l'intenzione di grattare, ma non lascia alcun segno.
Sgradito
| Reg: 6 | Rec: 6 | Fot: 6 | Sce: 6 | Son: 7 |

sabato 4 settembre 2010

Amore, bugie e calcetto

(*) Offre più di quello che ci si aspetterebbe. La partitella settimanale di calcetto è per sette uomini una via di fuga, dietro ogni ruolo in campo si rivela una caratteristica persona e quasi una metafora di vita.
Quel correre amatoriale inseguendo una palla e cercando di battere l'avversario sprigiona anche una forza comune, un "fare squadra" che aiuta ad affrontare/dimenticare le singole difficoltà della vita che avanza, e anche quelle che si trascina dietro.
Una commedia, italiana, sentimentale, pure con titoletto frivolo, tutto faceva prevedere del pattume, ma non questa volta, questa volta c'è spazio per un po' di sincerità.
Gradito
| Non avevo segnato i voti |

venerdì 9 luglio 2010

Testimone d'accusa

testimone di accusaL’avvocato Wilfrid Robarts è appena tornato nel suo ufficio dopo un periodo di degenza in clinica a causa di un attacco di cuore. Ad assisterlo c’è la petulante infermiera Miss Plimsoll che vorrebbe imporgli un regime salutista e riposo assoluto, ma la causa penale di Leonard Vole, accusato di aver ucciso Emily French per intascarne l’eredità, desta l’attenzione dell’avvocato che vuole prendere in mano la difesa, e anche sigari e brandy.
Il giallo secondo il genio della commedia raffinata Billy Wilder: suspance e divertissement si uniranno. Infatti il regista-sceneggiatore confeziona, da un testo teatrale della regina incontrastata del genere, Agatha Christie, un legal thriller arguto e comico.
La nostra attenzione viene catturata da Wilfrid “la volpe” che sforna battute pungenti e intelligenti. Sono in particolare i battibecchi e gli stratagemmi contro la disciplina di Miss Plimsoll a risultare esilaranti. Il fatto che i rispettivi attori fossero sposati nella vita reale aggiunge un retrogusto metafilmico ai diverbi.
Segue poi il processo, fatto di dialoghi serrati ed avvincenti dove centrale diventa la figura di Christine, la moglie di Leonard, il “testimone d’accusa” del titolo. Sarà lei il nodo cardine del processo. A interpretarla è un’ammaliante Merlene Dietrich, la donna fredda fuori e calda dentro. Leonard conta molto sulla sua testimonianza, ma Wilfrid dice che ci conta come un uomo che affoga e si aggrappa alla lama di un rasoio.
In un gioco di furbizie ed equivoci si arriva al colpo di scena finale, la logica legale dell’avvocato si era dovuta fermare un attimo prima, riusciva a sentire che qualcosa non tornava e può solo assistere inerme nel constatare come il cuore, o meglio il desiderio, e la maschera, o meglio l’inganno, si fanno beffe della legge.
Deliziato
| Reg: 8 | Rec: 8 | Fot: 8 | Sce: 8 | Son: 8 |

domenica 4 luglio 2010

L'anno in cui i miei genitori andarono in vacanza

anno genitori in vacanza

Certi film, come quasi tutti i libri, scelgono il momento in cui essere visti, o letti. Questa commedia sembra adattarsi perfettamente al clima attuale fra mondiali di calcio, caldo estivo e soprusi politici.
Mauro ha dodici anni e viene scaricato davanti il condominio del nonno che abita a San Paolo, i suoi genitori devono partire in tutta fretta per una “vacanza” forzata dalla dittatura. Il ragazzino non è per niente contento di quella improvvisata e salite le scale non troverà nemmeno il nonno ad attenderlo. Verrà “adottato” dal vicino, l’ebreo Shlomo, per poi essere accolto da tutto il quartiere yiddish.
Un mese estivo altamente formativo per il piccolo Mauro, che deve improvvisamente far fronte alla mancanza dei genitori e imparare a badare a sé, ma quello che apre e chiude questa parentesi è il Mondiale del 1970, quello in Messico, quello del Brasile di Pelé, quello in cui verrà assegnata l’ultima Coppa Rimet. A caricare la passione calcistica di ancora più aspettativa c’è la promessa che papà e mamma torneranno in tempo per vedere insieme la partita per la coppa.
Una simpatica commedia agrodolce, cromaticamente giallognola, un giallo-oro brasiliano, si rivela praticamente un amarcord dove traspare continuamente la memoria un po’ nostalgica per una quotidianità con stimoli minori, rasenti la noia, ma più genuini, perché ogni piccola cosa si carica di significato speciale (un subbuteo artigianale, una foto, un sorriso, la figurina mancante, dei guanti).
È proprio questa dimensione personale, rinchiusa nella contingenza politica e sociale, che si rivela il centro del ricordo più vivido di un bambino/regista, un ricordo di un tempo dove il crogiolarsi nell'utopia politica e nella vivace ingenuità fanciullesca rendeva possibile sognare.
Con una tinta comica si rivela il desiderio del nostro protagonista che nella partita di quartiere, ebrei contro italiani, di colpo scopre cosa vuole essere: "negro e volare tra i pali!". Il perché del "negro" lo capirete dalla visione, il perché dell'essere portiere è nascosto nel suo ruolo e in una frase dettagli dal padre.
Come finisce? Già lo sappiamo: Brasile-Italia: 4 a 1.
Gradito
| Reg: 6 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 6 |

domenica 30 maggio 2010

L'illusione viaggia in tranvai

l'illusione viaggia in tranvaiCaireles e Tarrajas stanno riparando il loro amato tram numero 133, ma ricevono la comunicazione che deve essere ritirato dal servizio.
Per annegare la tristezza passano la serata alla festa di una locanda e cominciano a bere. Non abbastanza ciucchi, approfittando di una recita che ha catturato il pubblico e distratto il guardiano della rimessa, vanno al deposito per recuperare uno scatolone di birra e brindare dentro il loro tram.
In preda all’ebbrezza decidono di fare un ultimo celebrativo giro notturno, pensando che nessuno se ne accorgerà, invece, all’indomani, avranno qualche problema a riportare il mezzo e nascondere la “scappatella”.
Un Buñuel minore in uno dei suoi film messicani, dirige una divertente commedia che scorre lungo una linea del tram di Città del Messico.
Se dal lato narrativo si punta sull'attesa del vedere quale sarà la prossima sventura dei nostri protagonisti, in quello simbolico le fermate e gli incontri casuali diventano l’occasione per esprimere le taglienti riflessioni del regista su religione, economia, differenza di classe, e altri aspetti della società.
Il film si apre con una voce fuori campo, da documentario, che su una panoramica della città ci ricorda essere popolata da milioni di uomini e donne che vivono e lavorano sperando nella realizzazione di un sogno; un'illusione. Il mezzo di trasporto scelto per il racconto è costruito per seguire un percorso prefissato e, infatti, nonostante “sali e scendi”, incidenti e cambi di destinazione alla fine ad un posto dovranno tornare; il destino è determinato.
Durante questo "fuori orario" in tranvai si costruisce un ritratto sociale, dove sfilano lavoratori, scolari, borghesi, rendendo quella piattaforma mobile un palcoscenico sul quale entrano ed escono i personaggi di una vita intrappolata in una rete sociale che invece di allacciare una comunità sembra costringerla in binari prestabiliti.
Deliziato
| Reg: 7 | Rec: 5 | Fot: 6 | Sce: 7 | Son: 6 |

domenica 16 maggio 2010

Fandango

fandangoAd Austin, nella casa della confraternita universitaria dei Groovers, si festeggia con fiumi di alcool l’addio al celibato di uno dei membri, ma la baldoria si smorza quando, al momento del discorso, affiora la notizia che lui e un altro di loro hanno in tasca il foglio di via per l’arruolamento nell’esercito con destinazione Vietnam. 
Come affogare la tristezza per l’incombente fine della loro giovinezza? Bisogna partire subito per un’ultima avventura epica che riesca a far divertire e dimenticare per un altro po’ quello che incombe, forse per scappare. 
Il mezzo è una Cadillac azzurra carica di birre e di cinque amici, la meta è ai confini con il Messico per recuperare i resti del vecchio Dom, un “compagno” sotterrato fra le rocce anni prima. 
Questo fandango (un ballo andalusiano) di addio combina atmosfera on-the-road e on-the-rock anni settanta con realismo esistenziale e situazioni surreali. Dietro i canoni della commedia si tenta di nascondere il dramma della vita adulta, il movimento è evocativo ed esprime una malinconia che è allo stesso tempo vitalistica. Si muove con passi decisi partendo da una situazione che potrebbe presagire una classica goliardata da college americano, ma il periodo del divertimento è qualcosa da dimenticare, c'è la storia che recide quel tempo come una ghigliottina. Si prova a correre, a prendere velocità ad anestetizzarsi ubriacandosi, ma prima o poi bisogna fermarsi. 
Il Vietnam non si vede, ma si sente, è sempre all’orizzonte ed evocato nella baldoria dei fuochi d’artificio dentro il cimitero, con tombe che si annunciano ai piedi dei nostri personaggi mentre nel cielo scuro esplodono quegli ordigni pirotecnici: c'è poco da ridere, la realtà diventa metaforicamente rivelatrice. Poi c'è la scena del lancio dall'aereo, non si tratta di volare per piacere, non si tratta di librarsi nell'aria, di sospendersi verso gli ideali. Si tratta di dimostrare coraggio, di sfidare temerariamente la morte dopo un'esilarante lezione di volo alla lavagna perché non c'è nessuno ad insegnarti veramente come sopravvivere. Quel lancio è un precipitare, quasi senza paracadute.
La danza sembra volgere al termine, bisogna passare ai riti conclusivi, si deve brindare ai privilegi della gioventù a quello che si era, a quello che si è e a quello si sarà, perché, nonostante tutto, il fandango spinge ad andare avanti e qualcuno a scelte decisive: il matrimonio si deve fare. Si improvvisa una cerimonia con banchetto e un ultimo ballo rivelatore, poi tutto finisce e il gruppo si scioglie, le amicizie sfumano ognuno per la sua strada. Ma c'è chi si era già dileguato perché non poteva festeggiare veramente dato che ha perso l'amore, l'amicizia e non c'è niente di positivo che lo aspetta nel futuro. Allora non rimane che guardare in disparte lo spegnersi delle luci da lontano e, probabilmente, fuggire da un sistema di cui non si vuole far parte.
Deliziato
  | Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 8 | Son: 8 |

venerdì 23 aprile 2010

Fantastic Mr.Fox

Fantastic Mr. FoxIl signor Fox è una volpe che ha messo da parte la sua "natura" per assecondare la mogliettina in dolce attesa che richiedeva una vita più tranquilla.
Dopo due anni, che corrispondono a dodici anni-volpe, la quotidianità è diventata come una cravatta troppo stretta per Fox che decide di mettere da parte l'abito da giornalista, indossare un passamontagna, e tornare all'oscuro della moglie il ladro di polli di un tempo.
I contadini moderni sono però diversi da quelli del passato, ora sono diventati agguerriti capitalisti e non hanno intenzione di vedere intaccata la loro grande produzione.
Questa fiaba in stop-motion di Anderson è tratta dall'omonimo racconto per bambini di Roald Dahl, contiene tutti gli elementi cari al regista e sono quelli già visti nei film precedenti (I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Il treno per il Darjeeling): c'è l'atmosfera malinconica, l'umorismo non-sense, il rapporto problematico padre-figlio, la grande impresa da compiere per ritrovarsi, le personalità stravaganti e la colonna sonora in primo piano.
L'aspetto nuovo viene dalla tecnica rappresentativa, utilizzata con garbo, bilanciando l'artificiosità dei pupazzetti con l'attenzione ai particolari.
La morale "comunista" che trapela nel finale, dove si espropria da un ipermercato quanto serve per la sopravvivenza del gruppetto di animali, trova un simbolo "rivoluzionario" nella divertente scena dell'incontro con il lupo con il reciproco pugno al cielo. È una scena dilatata, cromaticamente contrastante, un interruzione che probabilmente svela cosa si nascondeva dietro la fobia di Fox per quella creatura. In verità la paura era quella di trovarsi di fronte al suo lato "selvaggio", quella parte di sé repressa in cambio della tranquillità borghese e coperta da un abito chic (in opposizione al pelo al vento del fiero lupo). Solo dopo la nuova temeraria impresa può finalmente riappacificarsi con quell'anima prima soffocata e guardare quindi con commozione e fierezza all'emblematico lupo.
Allora... pugno al cielo, per riprendersi ciò che spetta, riscoprire la propria natura e gustare una famiglia diversa, coesa e allargata.
Gradito
| Reg: 8 | Ani: 8 | Fot: 8 | Sce: 8 | Son: 8 |

martedì 16 marzo 2010

Il Concerto

il concertoAndrei Filipov ha avuto il suo momento di gloria nel passato come maestro d’orchestra, ma fu cacciato dal regime comunista di Brežnev perché rifiutò di licenziare i suoi musicisti ebrei, oggi fa le pulizie per il Bolshoi, quella che fu la sua orchestra.
L’arrivo di un fax mentre spolvera la scrivania del direttore apre la strada alla voglia di rivincita e ad un’impresa folle. Riunirà i vecchi componenti per portare, di nascosto, al Théatre du Chatelet di Parigi la sua amata ossessione: il concerto per violino ed orchestra di Čajkovskij.
Mihaileanu è stato soprannominato “il Benigni rumeno” per il suo Train de vie, ritorna con una commedia che vira nel melodramma e con alcuni elementi in comune con il citato film. Nel mezzo c’è spazio per ironizzare su nostalgici del comunismo, sui nuovi ricchi oligarchi alle prese con matrimoni kitsch, ma anche sullo spirito commerciale degli ebrei e quello per i documenti falsi degli zingari.
 Viene detto nel film che “non si può far rivivere il passato” e quindi il regista sceglie di mostrare con un po' di nostalgia le forme che esso ha preso, cosa sia il post-comunismo russo e le ripercussioni sulle persone evidenziando un nuovo "stato" che sancisce il fallimento degli ideali e la cristallizzazione dei difetti.
L’elemento perturbante e allo stesso tempo perno su cui si fa leva è un fatidico concerto interrotto trent’anni prima, 
intorno al quale si sviluppa la storia di gruppo e una più personale. Il suo riproponimento, che questa volta chiede di essere portato a termine, è praticamente terapeutico e diventa l'occasione per fare dell'orchestra una metafora politica-sociale, dove ognuno contribuisce con il proprio strumento ad una grande armonia. Questo è il vero comunismo, si dice.
Qualche nota negativa nella sceneggiatura come alcune scenette forzate che sembrano posizionate per "dover" far ridere, ma quella veramente dolente viene da un tremendo doppiaggio: il crogiolo di lingue richiedeva i sottotitoli e non l'uso di accenti storpianti e un livello incoerente.
Le note armoniche vengono invece dalle interpretazioni di Mélanie Laurent, molto più espressiva che nei "Bastardi" di Tarantino, e dal bravo Aleksei Guskov nel ruolo del protagonista.
 Ma il grosso pregio del film è quello di chiudere in bellezza, in un tripudio di emozioni che traspaiono dagli sguardi dei personaggi 
e con la regia che si fa trasportare dallo spartito e stimola in un crescendo le viscere dello spettatore.
Gradito
| Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 6 | Sce: 6 | Son: 7 |

giovedì 11 marzo 2010

Nord

nord filmJomar è un ex sciatore professionista, dopo un incidente è caduto in depressione e si è ritirato.

Un giorno va a trovarlo l’amico che gli aveva portato via la moglie proprio all’inizio della sua crisi per comunicargli che, a quel tempo, lei era incinta e quindi ora lui ha un figlio di quattro anni.

Jomar a cavallo della sua motoslitta, con un flacone di pasticche e una tanica d’alcol, parte verso nord, un nord norvegese traboccante di neve e tanto, tanto freddo.

Poche parole per un film carino con un’ironia alla Kaurismäki (Alle luci della sera, L’uomo senza passato) che però non basta a farlo spiccare. Cattura il paesaggio, una specie di deserto bianco, spezzato da qualche insolito incontro: una ragazzina che vive con la nonna, un giovane che vive solo e un vecchio, anche lui solo, che staziona in una tenda su un lago ghiacciato con una catena legata alla gamba. Tutti personaggi caratterizzati da una distanza fisica che è anche spirituale, desiderosi di contatto o anche solo di poter trovare qualcun altro con la stessa solitudine.

Grazie al viaggio Jomar riuscirà a rimettersi gli sci per tentare di raggiungere il suo figlioletto per un finale secco ed efficace.
 Trauma superato? Nuovo inizio? Chissà, forse un domani andrà verso sud.
Gradito

| Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 6 |

lunedì 1 febbraio 2010

L'uomo che fissa le capre

Bob Wilton lavora come reporter, un giorno viene abbandonato dalla moglie che lo tradisce con il suo capo editore. Alla ricerca di una svolta esistenziale e di uno scoop che riesca a riscattarlo, Wilson decide di partire per l’Iraq.
Nel bar di un albergo incontra un certo Lyn Cassady, un nome che aveva già sentito pronunciare qualche tempo prima: faceva parte di un’unità sperimentale dell’esercito che si proponeva di combattere usando poteri psichici. L’incontro lo trascinerà in una missione speciale, ovvero proprio quello di cui aveva bisogno.
Inaspettatamente molto divertente. Quattro attori, un Evan McGregor nella parte, un George Clooney "modello Coen" stupefacente, un Jeff Bridges esemplare ufficiale figlio dei fiori (per lui è come indossare una maglietta) e un Kevin Spacey viscido e carrierista, fungono da punti d’appoggio per una trama che racconta una storia assurda, anche se sembra contenga del vero, usata per fare satira sull’autorità militare.
Il film affianca al prosieguo della folle missione segreta di Lyn i flashback che raccontano la storia, dalla genesi alla chiusura, del progetto per l'unità speciale "Nuova Terra". Perde un po’ di ritmo verso la fine, ma l'impegno antimilitarista al sapore di LSD e una filosofia mutuata da Star Wars, con il guerriero Jedi Cassady totalmente convinto dei suoi poteri e il suo Padawan Wilson (ricordiamo McGregor già fu Obi-Wan Kenobi), riescono a far vincere il lato chiaro della Forza: "Ora più che mai c'è bisogno dei Jedi!"
Deliziato
| Reg: 7 | Rec: 8 | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 7 |