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domenica 29 giugno 2014

C'è un libro da finire - The Secret of Kells

il-segreto-di-kells
The Secret of Kells nonostante la candidatura all'Oscar 2010 come miglior film d'animazione è stato poco distribuito ed è un peccato perché la sua visione è uno spettacolo per gli occhi. 
Brendan è un ragazzino orfano che sta crescendo nell'abbazia di Kell, nell'Irlanda dell'800 d.c, il severo abate è suo zio ed è concentrato nelle operazioni per fortificare le mura che dovrebbero difenderli dal minaccioso arrivo dei Vichinghi. L'abate vorrebbe che Brendan prendesse in futuro il suo posto, ma il ragazzo è affascinato dal lavoro degli amanuensi e altre sembrano le sue intenzioni. Quando arriva all'abbazia un vecchio monaco curatore del leggendario "Libro di Iona" (che diverrà il Libro di Kells), Brendan fa di tutto per aiutarlo a terminare le pagine di quel capolavoro e difenderlo dai Vichinghi.
La storia di per sé è banale, un classico percorso di crescita attraverso lo spirito d'autonomia e il superamento delle paure, la sua semplicità e un tocco di magia, tipico irlandese, lo rende un film adatto ai bambini, ma il suo pregio è la scelta grafica che traspone lo stile delle ricche miniature di quei libri (il Libro di Kells esiste veramente ed è considerato un pezzo della cultura irlandese) in un'animazione moderna.
I fotogrammi del film diventano così piccole opere d'arte, le profondità sono appiattite, a quei tempi la prospettiva non era ancora usata, gli spazi sfruttati con trame complesse e i colori contrastati usati in modo evocativo e simbolico.
Nonostante la predominanza dell'ambientazione religiosa, che potrebbe ridurre a vedere nella storia un'allegoria che ha come messaggio il valore di far uscire il libro, inteso come Bibbia, dalle pareti ecclesiastiche per diffondere nel mondo il suo contenuto di speranza, in realtà la realizzazione mantiene un più largo spettro che riesce ad andare oltre una visione cristiani vs. pagani e protendere ad un più vasto luce vs. tenebre che comprende un'ottica di illuminismo contro ignoranza e violenza, dove il libro e l'arte della sua scrittura sono quindi un archetipo della conoscenza dell'uomo.
Nel mezzo c'è la natura rigogliosa che spaventa, ma che sa anche rivelarsi amica, magica e fonte di bellezza. Deliziato

martedì 22 maggio 2012

Roger e la distopia del metrò - Metropia

metropia
Quando avevo visto il trailer di Metropia mi ero fatto qualche aspettativa, purtroppo la visione è stata nel complesso deludente. Una conferma positiva del film viene dalla grafica cupa che ha il suo tratto peculiare nella scelta d’usare per i personaggi volti molto reali su corpi, in proporzione, più piccoli.
Lo scenario della vicenda è l’Europa del 2024, il territorio è attraversato da un’immensa rete metropolitana che collega tutte le grandi città, ma sono tempi tristi, post crisi economica ed energetica. La Trexx, una grossa multinazionale, dirige le sorti dei (pochi) abitanti del vecchio continente e sta lanciando un nuovo shampoo con un ingrediente speciale.
Roger è un ordinario impiegato in un call center e prova una flebile resistenza al sistema, si rifiuta di usare il metrò e va a lavoro in bicicletta. Una notte sente una voce nel suo cervello, si troverà pedina di un complotto.
La trama parte da una classica ambientazione distopica che non prende spessore focalizzandosi su due-tre elementi e tesse, in una manciata di personaggi, un gioco di potere semplice nei tratti, ma poco comprensibile nella realizzazione e ancora meno credibile per la semplicità d'esecuzione.
Alla fine rimane apprezzabile l'artistica animazione digitale che ben riesce a rappresentare il clima grigio, pesante, senza speranza di una società controllata e scaduta, purtroppo sopprime anche la speranza di un film che vada oltre la sufficienza. Gradito
[Film non uscito nei cinema italiani però si trova anche su youtube]

mercoledì 14 marzo 2012

L'ultimo trip - Enter the void

paz de la huerta
Quentin Tarantino aveva inserito questo film nella lista delle sue pellicole preferite del 2010 specificando che a colpirlo erano stati in particolare i titoli di testa (“Hands down best credit scene of the year… Maybe best credit scene of the decade. One of the greatest in cinema history”), questi vengono sparaflashati a raffica e dopo soli due minuti di visione hanno scavato nel nostro nervo ottico un tunnel diretto verso il cervello: sarà la vena attraverso la quale ci inietteremo della droga visiva.
Lo stordimento arriva subito con una dose sparata in solitaria dal nostro protagonista nel suo piccolo appartamento a Tokio. È il giovane Oscar, viene dalla Germania e ora spaccia in un quartiere della metropoli giapponese. Lui è il nostro corpo, il nostro punto di osservazione.
Indosseremo Oscar per "calarci" nella parte e nel vero sballo, quello soprannaturale, che sopraggiunge dopo aver fatto conoscenza con gli altri personaggi e dopo aver nominato il libro che gli ha prestato un amico e sta leggendo con passione, è Il libro tibetano dei morti. Quello è l'oggetto evocativo intorno al quale è concepita la successiva esperienza, si tratterà del viaggio dell'anima dopo la morte, un'odissea post-vita dove, allo stato di Bardo, Oscar planerà drammaticamente su tempo e spazio in attesa della rinascita.
Entrate nel vuoto! Fluttuate, fatevi stordire, resistete al senso di nausea, anche quando il film eccede, diventa pornografia visiva e anche quando potrebbe finire, ma non si ferma. 
D'altra parte non puoi arrestare il trip. Ti vuole portare dallo sfinimento alla catarsi, per raggiungere un nuovo stato di allucinazione dove le immagini sfocano e i soggetti diventano luce; finalmente siamo "illuminati", possiamo dissolverci.
Enter the void è un'esperienza, un film stupefacente. Deliziato

domenica 15 maggio 2011

Into Eternity

nucleare into eternityIn Finlandia esiste ed è in espansione un deposito sotterraneo per scorie nucleari. Questo deposito si chiama Onkalo ed è un grande Vaso di Pandora che verrà riempito fino al 2120 e poi non dovrà essere scoperchiato per almeno 100.000 anni, ossia l’arco di tempo stimato come necessario per rendere le scorie non pericolose, dagli scienziati europei, per quelli americani la stima sarebbe di 1.000.000 di anni!
Questa durata è un’enormità se consideriamo il fatto che i primi disegni dell’uomo rinvenuti nelle caverne sono datati 30.000 anni e se vogliamo riferirci a delle costruzioni come le Piramidi egiziane la loro esistenza è di circa 4.500 anni.
Questo documentario, dopo aver presentato l’impianto, si interroga sul come sarà possibile tenere lontano l’uomo del futuro da questa tana micidiale.
In un lasso di tempo così ampio quello che potrà accadere sulla Terra non è prevedibile, diventa difficile avere la certezza che rimarrà sempre chiaro cosa si cela là sotto e comunicare in modo universale e abbastanza convincente perché il sito non venga “profanato” e si riveli, magari, un’invitante curiosità per gli archeologi del futuro.
Il film sceglie un’atmosfera quasi poetica, ci si perde nel tempo arginato di questo luogo apocalittico, sembra di respirare già aria radioattiva, mentre si seguono lentamente le domande poste ai dirigenti dello stabile.
Nel mondo si stimano fra le 200.000 e le 300.000 tonnellate di scorie nucleari, l’energia nucleare che avvantaggia oggi, salvo disastrosi problemi alle centrali con nocivi spargimenti radioattivi (Kyshtym, Chernobyl, Fukushima), crea un debito insaldabile con le generazioni future.
L’energia, si sa, è denaro e la crisi delle fonti energetiche tradizionali crea guerre. La vera frontiera per l'abbisogno energetico deve diventare quella delle rinnovabili e del risparmio perché lo scenario del nucleare è desolante e altamente pericoloso, oltre ad ipotecare sui figli, sui figli dei figli, sui figli dei figli dei figli, e così via per tanto, tanto, tantissimo tempo, le sue scorie.
Gradito
| Reg: 7 | Rec: - | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 7 |

domenica 20 marzo 2011

Il mondo dei replicanti

locandina mondo replicantiNel 2054 il 98% della popolazione mondiale rimane per la maggior parte del tempo stesa a letto e tramite un casco comanda il proprio replicante facendogli svolgere le mansioni quotidiane.
Dopo 14 anni dall'avvento dei surrogati si può considerare attuata una vera è propria evoluzione. I vantaggi che ne sono derivati sono molteplici, in primis ci si può presentare fisicamente proprio come si desidera e poi si surrogano anche eventuali incidenti al proprio alter ego robotico che basterà riparare o rimpiazzare.
Da non trascurare le implicazioni sociali e sull'ordine pubblico: non ci sono più stati omicidi e i reati sono ridotti al minimo. Almeno fino ad oggi, quando l'uccisione di un replicante si è trasferita al suo proprietario liquefacendogli il cervello.
Un poliziotto indaga sull'inaspettato evento e complice la sua situazione familiare inizia a dubitare che il mondo patinato e plasticoso dei surrogati sia la manna dell'umanità. I fatti lo guideranno all'evidenza del rischio che comporta affidare la vita ai surrogati, e quindi ai loro produttori.
Il mondo dei replicanti, o dei surrogati, com'era nel titolo originale che rende meglio l'idea di come siano da intendere questi androidi dalle sembianze umane, potrebbe sembrare un racconto di Philip K. Dick, scrittore di fantascienza che ha offerto ottimi spunti soventemente sprecati dal cinema. Invece questo film è tratto da una graphic novel scritta da Robert Venditti e disegnata da Brett Wendele, ma anche in questo caso la realizzazione non è stata degna ed ha lasciato in secondo piano, svilendolo, il sotto-testo morale e sociologico.
Tanti sono i possibili spunti di riflessione e sviluppo che la trama offrirebbe e a dire il vero vengono toccati anche nel film, ma per schiacciarli o ridurli a sterili ridondanze. Occasione sprecata.
Sgradito
| Reg: 5 | Rec: 6 | Fot: 5 | Sce:4 | Son: 6 |

domenica 16 gennaio 2011

Watchmen

waychmen locandinaSono passati alcuni mesi da quando ho visto Watchmen, dopo la visione ero un po’ disorientato, non riuscivo a dare un giudizio complessivo al film. Dal punto di vista visivo era molto efficace, Snyder difficilmente delude sotto questo aspetto, quello che mi lasciava perplesso era il mondo alternativo dei guardiani.
La versione dei supereroi proposta è nettamente diversa da quella standard e non conoscendo nulla della graphic novel di Alan Moore e Dave Gibbons ero completamente impreparato. Sicuramente mi aveva suggestionato, la lunghezza del film (oltre le due ore e quaranta) e la continua sensazione che mi mancasse qualcosa per capire veramente la rappresentazione, mi avevano portato alla sua conclusione in uno strano torpore; tentavo di ragionare ma le sinapsi giravano a vuoto, come ovattate da quelle immagini dai colori saturi e contrastati.
Lo spazio temporale del racconto è un passato alternativo con una situazione politica che vede Richard Nixon eletto per la quinta volta Presidente degli Stati Uniti in un clima da Guerra Fredda, sull’orlo del disastro nucleare.
I supereroi sono persone “normali” che hanno deciso di mascherarsi e combattere il crimine, tranne Dr.Manatthan che dopo un incidente in laboratorio è dotato di immensi poteri ma lo stanno progressivamente allontanato dal sentirsi parte della condizione umana, portandolo ad un nuovo stato di coscienza e ad una costante malinconia.
Il gruppo ha avuto un ruolo importante nei trascorsi, ora hanno praticamente appeso la maschera al chiodo, senonché uno di loro viene assassinato.
Chi si sta muovendo contro la vecchia squadra?
Rorschach, l'ultimo guardiano ancora in attività, si mette ad indagare.
L'atmosfera noir viene intramezzata da momenti d'azione e dalla ricostruzione delle singole storie di vita dei guardiani. Un percorso che porterà però alla riflessione etica e politica sul genere umano.
La natura selvaggia dell'uomo spinge la sua specie verso l'autodistruzione. L'uomo più intelligente del mondo e quello più potente come si dovrebbero comportare nel momento in cui il passo di non ritorno fosse imminente? Dovrebbero intervenire? E se intervenissero cosa dovrebbero fare? Con quali compromessi? Si potrebbe basare la pace sociale sulla menzogna?
Il film dà la sua risposta, a me la visione ha lasciato una sensazione insolita: fra l'annoiato e l'affascinato.
Gradito
| Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 8 |

lunedì 1 novembre 2010

Shadow

shadowDavid è stato in guerra in Iraq ma ora sta finalmente realizzando il suo sogno: fare biking in una zona crepuscolare e affascinante fra boschi e montagne.
Arrivato al Passo dell’ombra, dentro ad un rifugio, incontra una moretta che viene importuna da due cacciatori. Lui prende le sue difese e i due ceffi gli promettono una punizione.
Arriverà uno molto più cattivo ad accontentare tutti.
Avevo sentito parlare bene di questo secondo film di Zampaglione, ma il consiglio è un tiro mancino.
Il regista-cantante-autore si è scritto anche la colonna sonora, e non è malaccio, non fosse per l’aggiunta della canzone che fa “c'è una strada nel bosco, il suo nome conosco, vuoi conoscerlo tu?”. Ha avuto in me un effetto comico. Suggestiva anche la location montana.
È invece la storia a presentare cedevolezza, assurda fin dall’inizio con un rifugio dalla credibilità zero.
Tutti conosciamo almeno una ragazza che fa biking da sola in montagna... Normalissimo mettersi a contemplare un laghetto e amoreggiare improvvisamente, e dementemente, durante una fuga quando si è inseguiti da uomini armati. Soprassediamo sugli ormai classici: ci siamo persi, la bussola non funzione, beh allora, dividiamoci.
Con la seconda parte del film si passa dal sottogenere "survivor" al "torture", a dir la verità un po’ noiosetto nonostante arrivino le scene più cruente. Qui c'è anche l’aggancio esplicito al sotto-tema di critica sociale, con il rimando ai drammi umani dei vari conflitti recenti e passati. In particolare da segnalare il precedente taglio della palpebra, ossia la recisione di un filtro per l’occhio, atto di derivazione buñuelliana, che sottolinea il peso del "dover" vedere (il protagonista come testimone oculare/spettatore di atrocità).
Arriva il salvifico finale, l’escamotage, non certo originale, per ridurre l’effetto delle idiozie narrative e spazzare la sensazione beffa con una licenza “d’incubo”.
A me sembra che questo Shadow sia niente di più che il lavoretto di un appassionato del genere, che cita, omaggia e gira con un pizzico di furbizia e senza gran personalità.
Sgradito
| Reg: 5 | Rec: 5 | Fot: 6 | Sce: 4 | Son: 6 |

lunedì 18 ottobre 2010

Ricky - Una storia d'amore e libertà

bambino con le ali

Una giovane madre operaia e la sua figlioletta tirano avanti da sole, poi un uomo torna nella loro vita. Lei rimane incinta e partorisce Ricky un bambino che al momento dello spuntare dei dentini mette fuori anche le ali.
Difficile tenere nascosto un bambino così, difficile anche tenerlo solo con sé, vorrà volare via.
La trovata fantastica viene smorzata dallo stile che rimane molto realista, inizialmente sembra di guardare un film dei fratelli Dardenne, ma l’inaspettata svolta e la parte finale del film riportano gran parte di quello che abbiamo visto alla dimensione onirica.
Cosa si è rappresentato? Era un sogno premonitore o va visto psicoanaliticamente come un'elaborazione di un abbandono? Come si rapporta il corpo del film con l’inizio, quando la donna parla con un assistente sociale e vorrebbe dare in affidamento un bambino che come particolarità ha solo il fatto di piangere molto?
Per capire meglio lo schema, dovrei rivederlo, forse la tripartizione va ordinata all’inverso: il finale con lei incinta sarebbe l’inizio, la parte centrale è un sogno che preannuncia o rielabora l’abbandono rappresentato come un “angelo” che sfugge, e l’inizio sarebbe la fine, il ritorno alla realtà, con lei che chiede l’affidamento di un bambino che non può “mantenere”.
I miei complimenti ad Ozon che da un apparente iperrealismo estrapola una favola d’amore che parla della tragicità di una libertà socialmente negata che può solo essere sognata.
Deliziato
| Reg: 8 | Rec: 8 | Fot: 8 | Sce: 8 | Son: 8 |

domenica 26 settembre 2010

Survival of the Dead

Survival of the Dead locandinaOh Romero Romero perché sei tu Romero?!
Rinnega gli zombie, rifiuta il tuo nome, o se non vuoi giura che non farai più un film buono e poi uno scadente.
Solo il tuo nome è un marchio: tu sei tu.
Che vuol dire Romero?
Vuol dire film zeppi di non-morti in vecchio stile, quelli lenti. In questo caso siamo al sesto capitolo girato dal maestro del genere. Praticamente si tratta di uno spin off scaturito da una scena di Diary of the dead dove un gruppetto di militari bloccava il camper dei protagonisti (scena che si rivede a mo' di aggancio esplicito). I militari diventano i nuovi protagonisti alla ricerca di un lido sicuro o almeno un posto migliore rispetto a quello dove si trovano. Qualcuno pubblicizza in rete una piccola isola meravigliosa, loro non si fanno scappare l'occasione.
In realtà l'isola è abitata dai discendenti di due famiglie e il principale interesse dei capostipiti è la gestione del potere, cosa che diventa ovviamente problematica. Il primo atto si conclude con la cacciata del più drastico nella gestione degli infetti, ma è scontato che tornerà in "patria" con le nuove leve.
Survival si ibrida con il western, due “bandiere” sventolano per una guerra che non si ricorda nemmeno perché è cominciata, ma deve essere portata orgogliosamente a termine per far valere le rispettive ragioni. Ossia deve esserci il duello finale.
Anche questa volta Romero, come un bravo cuoco, riesce ad aggiungere qualche ingrediente ad una ricetta banale e dare un gusto nuovo. La seccatura è che qualche elemento doveva essere avariato. Siamo lontani dagli ottimi "Diari" (che consiglio), anche se si concede una piccola postilla al discorso sull'impatto dei nuovi media, aggiungendo che un iPhone è meglio di un notebook, ma è buttato là, non approfondisce.
Purtroppo si dimentica di un'altra questione molto rilevante: le fonti energetiche. Nonostante il mondo sia devastato, elettricità e benzina sembra non manchino mai. Invece non era da sottovalutare questa vera e propria "dipendenza".
«Tempi di merda, gente di merda»
Sgradito
| Reg: 5 | Rec: 4 | Fot: 6 | Sce: 5 | Son: 7 |

mercoledì 15 settembre 2010

La Horde

la hordeNella periferia parigina è appena stato seppellito un agente di polizia, questa notte verrà il tempo della vendetta. I colleghi del defunto vogliono giustiziare, senza processo, chi ha assassinato il loro compagno di lavoro.
Ma qualcosa non va secondo i piani e vengono scoperti, la situazione viene sconvolta ulteriormente da un morto che torna in vita.
Le luci che illuminano Parigi sono quelle della rivolta e si “ammirano” delle banlieue, infatti il palazzo assediato non è solo quello di vetro, ma anche quello decrepito dove poliziotti-emarginati-criminali-immigrati si trovano a far parte dello stesso gruppo, condividendo la stessa identica minaccia. Con diffidenza, e come unica strada, c’è la collaborazione: l’odio va represso perché si salvi qualcuno.
L’archetipo dello zombie questa volta viene usato per riferirsi ad una classe di persone, là fuori, che sembrano chiedere aiuto perché muoiono di fame. Il problema è che il cibo siete voi.
La satira della società è chiara e il genere scelto per rappresentarla passa rapidamente da un polar all’horror splatter violento e ironico che si concede pure "significativi" momenti di sadismo.
I personaggi sono stereotipi usa e getta con un elemento in comune: sono tutti mossi da un'aggressività da istinto animale, anche l‘unica donna, e pure troppo, come vedremo nel finale.
C’è tanta azione, si perde il cervello, lo si spappola, e viene specificato chiaramente il perché: «non cambierà un granché con il tuo comportamento da Madre Teresa». Lo spirito interventista è al o-noi-o-loro, sembra che il problema non sia più gestibile in forme civili: «sei in ritardo, è già da tempo che il mondo ha preso la tangente!».
Avvertimento o constatazione?
Gradito
| Reg: 7 | Rec: 6 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 7 |

[Se volete un’introduzione al film potete sfogliare il “Piccolo manuale di autodifesa dagli Zombie” disegnato da Davide Toffolo, fumettista oltre che cantante dei Tre Allegri Ragazzi Morti, quindi adattissimo. È distribuito anche in cartaceo da Fandango per l'uscita italiana del film]

venerdì 13 agosto 2010

Synecdoche, New York

synecdoche new york

Ci sono alcuni film, a differenza dei libri, che si scelgono nel momento sbagliato.
Synecdoche è smaccatamente un film autunnale, e infatti inizia alle 7.44 del 22 settembre, ma nonostante la stagione in cui io l’ho guardato non sia quella ideale, non posso esimermi dal presentarlo come un film denso e speciale.
Sicuramente non è un film gradevole a tutti i palati perché molto cerebrale, deprimente e anche psicotico, oltre ad essere sbilanciato sulla scrittura. Tutte caratteristiche, insomma, che lo collocano nel filone “triste e intellettuale”, un genere amato dal grande pubblico tanto quanto le giornate di pioggia durate le vacanze al mare.
Il qui regista Kaufman è famoso come sceneggiatore, io direi geniale sceneggiatore, per film di altri registi come Spike Jonze e Michel Gondry (Essere John Malkovich, Se mi lasci ti cancello, Il ladro di orchidee) oltre che del primo film di George Clooney (Confessioni di una mente pericolosa). Kaufman in questa nuova veste si lancia in una de-costruzione e ricostruzione filmica veramente interessante che appoggia su giochi linguistici e, ancora una volta, su alcune sue ossessioni trasportate in un protagonista alter-ego.
Ad essere sinceri il passaggio alla macchina da presa appesantisce un pochino il risultato finale, probabilmente una mediazione costretta dal mettere nelle (buone) mani di altri il cervellotico lavoro di scrittura avrebbe “ammorbidito” il film, proprio com’è accaduto nelle esperienze passate.
Si racconta di Caden Cotard, uno sceneggiatore teatrale tormentato da strani malanni, mentre cerca di realizzare la sua opera magna e contemporaneamente si assiste alla progressiva demolizione della sua vita che è al tempo stesso il materiale con il quale costruisce il suo progetto: la realizzazione di un’opera vera e pura.
Da spettatori ci si trova invischiati nel tentativo di assemblare un puzzle dove le tessere vengono smontate e rimontate da un’altra parte, in un disegno che assomiglia al primo, ma è per forza un altro: un tentativo di emulazione che vorrebbe essere sincero e genuino, ma è una copia. Un copia in grado però di generare del nuovo materiale “reale” facendo scaturire evoluzioni di vita che influenzano quella "genuina" di partenza modificandola.
Questo gioco di frammenti dà un po’ alla testa, alle volte sembra grottescamente tragicomico, il più delle volte crea vertigini, trasformando quelle rappresentazioni di rappresentazioni in pezzi che fatichiamo sempre più a incastrare per ricomporre l’opera teatrale e quindi la storia e quindi “la vita”.
L’intenzione è quella di un teatro/cinema/arte che vuole imitare l'esistenza per carpirne la spontaneità, ma dopo aver eliminato il limite materiale (set immenso e senza il problema dei costi) si scontra con il limite concettuale: come esprimere la verità del reale con la finzione?
Intanto tutto procede per forza, inesorabile, in una condizione di non-equilibrio che si attende collassi. Caden Cotard continua quel lavoro di vivisezionamento innato, forse patologico, alla ricerca di qualcosa che non ha chiaro e che spera si riveli. Nella sua opera definitiva vuole ri-esprimere la sua vita tormentata, che ad ogni passo in avanti porta ad una caduta, alla ricerca di un qualcosa di ideale ed esplicativo.
Di caduta in caduta, di incomprensione in tentativo di comprensione, si arriva ad una “fine” illuminante che si presenta quando si allontana dalla sua figura, dal suo ruolo di regista (che viene interpretato da una donna) e diventa attore di se stesso. Ecco allora che liberato, o solo "finito", riesce a capire qual era l’idea che tanto agognava.
Quello che cercava probabilmente non esisteva e l'essenza si nascondeva nel cercare stesso: un po’ come quando si dice che la meta del viaggio è il viaggio stesso… Questa dovrebbe essere la conclusione; o forse no?
E se quello che abbiamo visto non fosse una “vera” finzione e la finzione della finzione, se gli elementi (i malanni di Cadel potrebbero essere raffigurazioni di uno stato ipocondriaco) e le situazioni stranianti (ad esempio la casa abitata che brucia sempre), e un tempo che trascorre senza essere mai chiaramente decifrabile, fossero indicatori che “siamo” in un’altra dimensione?
Se avessimo visto “il purgatorio” di un regista già morto, che si trova in un limbo costretto a rivivere le fasi della sua tormentata vita per trarne una qualche conclusione?
Dopo un malessere costante nello “svolgere” una vita che degrada e il tentativo di “riavvolgerla” del nostro protagonista, finalmente avrebbe la possibilità di capire, guardare con distacco, e quindi sapere come fare quella grandiosa opera.
«Ora ho un’idea». Ma il tempo è scaduto, ora… Muori.
Estasiato
| Reg: 7 | Rec: 8 | Fot: 7 | Sce: 9 | Son: 8 |

lunedì 2 agosto 2010

Vendicami

vendicamiL'incipit di Vendicami colpisce l'occhio, dopo una manciata di minuti si sente profumo di Tarantino, ma invece c'è altro.
Fuori piove, sembra una giornata comune per una famigliola borghese di Macao: il padre è appena rincasato per il pranzo portando con sé i bambini che è passato diligentemente a prendere alla fine della scuola, la mogliettina ha tutto pronto sul fuoco, ma suonano alla porta. È carneficina.
Dalla Francia arriverà Francis Costello, un parente, per cercare vendetta.
Ancora una volta c'è da vendicarsi, o da vendicare, un tema ricorrente nella filmografia orientale e questa volta si indaga sul suo senso nel tempo, o meglio per la memoria: quale? E di chi?
Il vendicatore, un Johnny Hallyday che con un'unica espressione nel viso giusto risulta perfetto per tutto il film, ha un passato da killer e porta con sé, nel cervello, un pallottola che gli sta provocando una progressiva perdita di memoria. Johnny tampona il problema imprimendo quanto serve nelle polaroid, ma sa che entro breve non ricorderà proprio nulla dell'accaduto.
La vendetta è quindi un qualcosa che si deve ai "caduti" oppure il suo senso e quello di placare la rabbia dei sopravvissuti, coloro che devono andare avanti portandosi appresso il peso di quei fatti?
Ma se i morti non sapranno della vendetta, i sopravvissuti non la ricorderanno e addirittura per ottenerla ci saranno altre morti, ha senso il regolamento dei conti?
Se si ragiona a posteriori forse no. Se si guarda dall'esterno e si schematizza sembra che il risultato sia nullo, forse in perdita.
Se invece si esamina la vita come susseguirsi di istanti, se il significato viene dato non nel compiuto ma nel compiersi, allora le cose forse cambiano.
Oltre a questo tema portante, che poteva essere banale e viene invece sviluppato in modo interessante, ad impressionare è lo stile registico e la messa in scena citazionista. Al noir che ci si aspetta si mischiano visivamente tocchi da commedia, duelli western, ma anche fantascienza (a me le scene del covo e della fuga hanno richiamato alla mente Blade Runner). Di rimando l'effetto di questa scelta "forte" ha ripercussioni sulla sceneggiatura che viene piegata nella "plausibilità" per favorire la spettacolarizzazione visiva ed emotiva.
Finora non avevo visto nulla del regista Johnnie To, ma bastano questi 108 minuti per riconoscere un cinema d'autore volto a catturare l'occhio dello spettatore seguendo come prima regola quella di fagocitare tanto cinema di genere e risputare il composto plasmandolo a proprio piacere, e vantaggio.
-Tu vuoi vendetta! Te lo ricordi questo?
-Cos'è vendetta?
Gradito
| Reg: 8 | Rec: 7 | Fot: 8 | Sce: 7 | Son: 8 |

venerdì 16 luglio 2010

Solomon Kane

locandina solomon kaneSiamo al tempo della magia e della stregoneria, più o meno fine del millecinquecento per capirsi, e Solomon Kane è un avventuriero mercenario che sta per entrare con un manipolo di uomini dentro la sala di un castello che cela un immenso tesoro. Ad accoglierlo vi trova una creatura demoniaca che vorrebbe prendere la sua anima, ma Solomon riesce a sfuggire, e anche se sembra d’aver appena visto la fine è solo l’inizio.
Un anno dopo lo troviamo in una cupa Inghilterra ritiratosi a vita monastica, vuole redimersi e stare lontano dalle strade della violenza, sembra più per necessità che per conversione: se si allontana dal sentiero della pace il diavolo tornerebbe a reclamare la sua anima dannata. Purtroppo il frate capo lo caccia perché, dice, il suo destino non è lì.
Solomon si ritrova a girovagare e dopo essere stato picchiato dai briganti viene curato da una famiglia puritana che lo accoglie e gli fornirà un nuovo motivo per riabbracciare la divina arte dell’assassinio.
Solomon Kane è un personaggio dello scrittore Robert Ervin Howard più noto per Conan il barbaro e come si è capito il genere è un fantasy, ma con venature gore, con uno "spessore" più vicino ad Hercules (telefilm) che al Signore degli anelli. Nel complesso si nota comunque un certo impegno produttivo, curato il lato sonoro, ma infastidiscono alcuni abusi e carenze sceniche come torce dove logicamente non dovrebbero esserci e spazi scarni e limitati. Poco convincenti anche l'uso del rallenti, più patetico che epico.
L’aspetto interessante è il clima puritano che, ricordo, promuoveva una teologia che intendeva purificare la chiesa ed eliminare i compromessi del cristianesimo (assistiamo anche ad un’evocativa, ma non ben riuscita, crocifissione). Centrale è il dilemma morale di come comportarsi quando il male si prende tutto con la violenza. Solomon cosa deve fare? Rimanere sul sentiero della pace e lasciare che tutto ciò accada? Se non combatterà allora il sopruso avrà la meglio e i deboli verranno vessati dai bruti.
Un intrattenimento non di prima scelta con un pizzico di sostanza, alle volte può bastare.
Gradito
| Reg: 6| Rec: 6 | Fot: 6 | Sce: 6 | Son: 7 |

sabato 19 giugno 2010

Jennifer's body

jennifer's bodyDirei di cominciare dal perché ho guardato questo film. Starete pensando che mi sia fatto catturare dal corpo di Jennifer ossia da Megan Fox, invece vi sbagliate, a me non piace e mi sta antipatica a vista.
La visione non è stata nemmeno una casualità, l’ho recuperato di mia spontanea volontà perché avevo letto che nella colonna sonora c'era "I can see clearly" cantata dagli Screeching Weasel: uno dei miei gruppi punk rock preferiti. Ero quindi curioso di vedere cosa ci faceva questa canzone in mezzo ad un film che aveva tutta l'aria di essere una classica stupidata per studentelli americani e per quelli americanizzati.
Infatti più che un film abbiamo un prodotto confezionato per giovinastri: un teen-horror dove la più bella e zoccoletta della scuola viene posseduta da un demone e diventa una mangiatrice di ragazzi, in tutti i sensi.
Ho scoperto solo con i titoli di coda che il film è scritto da Diablo Cody nota per aver vinto un Oscar per la sceneggiatura di Juno (che non ho visto) venendo dall'occupazione di blogger e spogliarellista.
Anche se si vola bassi, nello sfondo si può riconoscere un tentativo di creare un discorso femminista anzi post-femminista, dove la donna è cacciatrice e l'uomo una preda, un maialino da arrostire. Alla fine non c'è molto da aggiungere perché le cattive ragazze vanno all'inferno e quelle buone in ospedale psichiatrico.
Già sapevamo che Il diavolo è femmina (1935), ora la spogliarellista Cody rincara sostenendo che l'inferno è una ragazza adolescente. Io a questo Jennifer's body preferisco l'omonima canzone delle Hole nell'album "Live through this" che sicuramente avrà ascoltato anche la nostra "diabolica" Cody. Just relax, just go to sleep.
Sgradito
| Reg: 5 | Rec: 5 | Fot: 6 | Sce: 4 | Son: 7 |

domenica 13 giugno 2010

The Human Centipede (First sequence)

Due ragazze americane in vacanza in Germania, per andare ad una festa ovviamente prendono una strada in mezzo al bosco, si perdono e forano. Per cercare soccorso, intelligentemente, si avventurano nella foresta.
Se per caso troveranno un chirurgo con un passato da luminare nel campo della separazione di fratelli siamesi in pensione, che per occupare il tempo desidera fare il contrario di quanto fatto per anni, non provino a lamentarsi, nemmeno quando diventeranno parte del progetto.
In effetti per le ragazze aprir bocca sarà impossibile perché il Dr. Heiter le posizionerà nel posto centrale e finale del suo perverso “millepiedi umano”. A guidare il rivoltante trenino si aggiungerà un giovane turista giapponese molto kamikaze.
Questo film olandese ha vinto diversi premi in festival dedicati al genere, ma per me può vincere solo sotto la voce “disgusto”. Trama banale, sceneggiatura elementare, si salva l’attore che interpreta in modo convincente lo squilibrato chirurgo nazistoide e la fotografia decente. Qua e là, oltre ad errori logici e visivi, spuntano elementi di grottesca ironia che non riesco a qualificare sia consapevole o meno.
Una volta superata la visione rimane un problema, il titolo tra parentesi riporta un “first sequence” perché è già previsto un “full sequence” e poi un altro film per completare la trilogia del millepiedi umano. Una di quelle trilogie che non faranno sicuramente la storia del cinema, ma difficilmente si dimenticano; purtroppo.
Nauseato
| Reg: 4 | Rec: 5 | Fot: 6 | Sce: 3 | Son: 6 |

giovedì 27 maggio 2010

2081

2081 distopieNel 2081 tutti sono uguali, o meglio le persone che si distinguono per qualcosa sono penalizzate nelle loro doti con dispositivi particolari in modo da calmierarne le capacità: se sei una brava ballerina ecco che dei pesi ti rendono più difficili i movimenti, se sei balbuziente puoi presentare lo stesso un telegiornale, se sei intelligente vieni tormentato con rumori fastidiosi. Se invece sei proprio una persona mediocre incapace di pensare, non ti occorre niente, vai bene così.
Un giovane bello, atletico e intelligente, imprigionato per non voler attenuare le sue caratteristiche superiori alla media, riesce a scappare. Nella fuga entra in un teatro con l’intento di risvegliare le menti del pubblico al motto di: «vivere liberi o morire!».
In questa società distopica immaginata dallo scrittore Kurt Vonnegut ed espressa nel suo racconto "Harrison Bergeron" si assiste ad un’evoluzione perversa degli ideali di uguaglianza e si irraggia un energico inno liberalista. L'interessante provocazione intellettuale non trova però un sostegno visivo soddisfacente da questa versioncina filmica proposta dal regista esordiente Chandler Tuttle che in una sola mezz'oretta riesce a risultare noioso e svolgere il compitino semplificando troppo in sceneggiatura, tentando una via poetica poco convincente con un alone di spocchia. [Guardalo su You Tube]
Sgradito
| Reg: 4 | Rec: 5 | Fot: 4 | Sce: 4 | Son: 5 |

venerdì 14 maggio 2010

Cella 211

Ho guardato questo film perché un giovane critico cinematografico, che viene pagato per farlo, e ha anche lui un blog, ne aveva parlato con toni entusiastici. Non faccio il nome perché sarebbe comunque pubblicità e, secondo me, non la merita.
Inizialmente avevo snobbato questo titolo che dal trailer non mi sembrava avesse qualcosa da offrirmi, poi, sentita l'esaltazione del tizio, ho pensato di mettere in discussione la mia presunzione.
Nei primi dieci minuti mi stavo ricredendo, si racconta di un giovane che all’indomani dovrebbe iniziare a lavorare come secondino e decide di fare un sopralluogo nel suo prossimo posto di lavoro. Purtroppo proprio quando è in visita al braccio più violento del carcere, esplode improvvisamente una rivolta capeggiata dal leader dei detenuti Malamadre. Il nostro giovane di belle speranze, per circostanze quasi paradossali, è costretto a mischiarsi alla masnada per evitare il linciaggio, improvvisandosi criminale e facendo poi il doppiogiochista.
Dopo questo originale inizio si aggiungono alla storia eventi improbabili che dovrebbero forzare un’atmosfera tesa, ma a me han teso solo i nervi per la loro artificiosa “casualità”. Anzi vado di spoiler, il protagonista finisce per pura sfortuna in gabbia perché perde i sensi dopo che gli è caduto in testa un calcinaccio dal soffitto, che centra giusto-giusto lui. A seguire, la sua dolce mogliettina incinta, penserà bene di intrufolarsi fra la folla che protesta e in mezzo a tutta quella gente verrà colpita da una manganellata giusta-giusta lei.
Alla fine questa macchinata storiella vuole mostrare un classico "insegnamento" per i film del genere: fra i cattivi c’è un po’ di buono e fra i buoni si nascondo cattivi che possono essere peggio dei cattivi. A legare tutti c'è sempre un forte egoismo di fondo è una strisciante corruttibilità. Niente di nuovo e truffaldino nel modo di raccontarlo.
Del capo rivolta, il carismatico Malamadre, si dice che non rida neanche Dio, ma di questo filmetto rido io.
Sgradito
| Reg: 5 | Rec: 5 | Fot: 6 | Sce: 4 | Son: 6 |

lunedì 10 maggio 2010

Star Trek - Il futuro ha inizio

star trek la rinascitaIn malafede e seguendo l’esortazione “conosci il tuo nemico” (i trekkari) mi sono messo alla visione di questo film.
Premetto che non conosco bene il mondo di Star Trek, mai visto i precedenti dieci film, solo qualche puntata della serie tv classica e della nuova generazione, senza continuità, praticamente per sbaglio, però ne so abbastanza per riconoscere i personaggi e tuffarmi in questo blockbuster di J.J.Abrams con un piccolo salvagente.
In sostanza si narra la storia del giovane Kirk e del giovane Spock, i due personaggi principali della serie, il terrestre e il vulcaniano mezzo terrestre, entrambi “ribelli” in famiglia e con un modo di affrontare gli eventi diametralmente opposto: Kirk è uno spavaldo sicuro di sé subito pronto all’azione mentre Spock ha fatto il corso per controllare le emozioni, ponderare e quindi prendere le decisioni.
Con l'attacco di un'astronave di romulani le due anime vengono in contatto e si presenta una classica contrapposizione fra azione emotiva e azione logica, va da sé che le due personalità si trovino in un iniziale conflitto, ma le due posizioni, come un tao, si completano a vicenda e anche i nostri “nemici” di primo pelo sono destinati ad unire le “forze” e diventare amiconi.
Devo dire che il film mi ha stupito, l’ho trovato divertente, anche in certi aspetti involontari come quando alla domanda “chi è il bastardo con le orecchie a punta?”, ho subito esclamato “è Sylar!” (Spock è interpretato da Zachary Quinto, Sylar in Heroes). Pensare che poi c’è pure Demetri di Flash Forward che fa il pilota della Enterprise. Che ridere, doveva morire entro il 29 Aprile 2010 ed è ancora vivo nel XXIII secolo. Nel mio immaginario i personaggi delle serie tv rimangono attaccati ai loro attori come una ventosa.
Non finisce qui, c’è un’altra specialità nel cast: Spock da vecchio. Sapevo che doveva essere interpretato da Leonard Nimoy, il “vero” Spock originale, ed invece mi trovo davanti Toto Cotugno. Ovviamente scherzo, però queste sono state le mie reazioni alla prima vista dei vari personaggi.
Mettendo da parte questa ilarità, il film mi ha stupito, J.J. Abrams ha fatto sentire il suo tocco dando una tonalità giovanilistica alla storia con un percorso interessante nonostante tanta azione ed effetti speciali, a volte anche fini a se stessi (come ad esempio la scena dei mostri su Delta Vega). Nel complesso risulta coinvolgente e, secondo me, si sente qualche influenza di Star Wars.
Chissà se sarà piaciuto ai veri fan di Star Trek? Credo non troppo. Probabilmente già all'inizio, quando papà Kirk "telefona" alla moglie incinta del prossimo capitano Kirk per un ultimo saluto, avranno chiamato lo "Scott teletrasporto!".
\V/, e che la Forza sia con voi, trekkie.
Gradito
| Reg: 8 | Rec: 7 | Fot: 8 | Sce: 7 | Son: 9 |

martedì 4 maggio 2010

Yattaman

miss dronio yattaman

Janet e Gan-chan sono due giovani creatori di giocattoli che all’occorrenza si infilano al volo una tutina e diventano gli Yattaman. Grazie al supporto di robot dalle sembianze di animali contrastano le malvagie operazioni del trio Drombo.
Il trio è composto dalla longilinea Miss Dronio (Fukada Kyoko), dall'inventore Boyachy e dall'uomo di fatica Tonzula, i tre si muovono agli ordini del dio dei ladri Dokrobei che vuole trovare e unire i pezzi di una pietra dotata di poteri speciali, la Dokrostone, in grado di far varcare lo spazio-tempo.
Il regista Miike l’ho conosciuto nei territori truculenti di Ichi the killer, ben lontani da questa operazione pop che trasforma in film una serie animata che molti bambini degli anni ottanta ricorderanno, per lo meno i maschietti, considerato che la biondina dei cattivi si ritrovava spesso mezza nuda dopo la consueta esplosione della puntata.
La strada scelta da Miike è quella del citazionismo puro, tutti gli aspetti caratteristici del cartone animato si trovano nel film. Fedelissimo nei particolari e anche nelle scenette tipiche con gli improvvisi balletti, i patetismi e le idiozie. In pratica è come se avesse convertito in film due episodi e la conclusione della serie (spoiler, vedi ultima puntata: parte1, parte2).
Questo espediente ha il vantaggio di evitare di scontentare i fan, sicuramente Miike avrà sentito la “responsabilità” del compito in patria, ma ha il difetto di non aggiungere praticamente nulla. Il risultato per chi non si fa prendere dal piacere nostalgico dei ricordi lascia molte perplessità, delude nelle interpretazioni, ad esclusione di Boyachy, infastidisce con effetti grafici approssimativi (magari voluti così per risultare "giocattoloso"?) e racconta una storia schematica e poco avvincente.
Se si guarda il film in attesa di qualcosa che abbia il tocco della mano perversa di Takashi Miike è meglio lasciar perdere, c'è solo una scena che ci ricorda la sua presenza dietro la macchina da presa: un amplesso simulato ed esplosivo fra Yattacan e Virgin Road, la robot popputa del trio Drombo.
Se invece si è interessati soprattutto alle rievocazioni del "yattaaa, yattaaa, yatta-man!" allora si troverà con piacere un'ottima corrispondenza e un discreto divertimento, lungaggine nel finale a parte.
Gradito
| Reg: 6 | Rec: 4 | Fot: 7 | Sce: 5 | Son: 7 |

venerdì 23 aprile 2010

Fantastic Mr.Fox

Fantastic Mr. FoxIl signor Fox è una volpe che ha messo da parte la sua "natura" per assecondare la mogliettina in dolce attesa che richiedeva una vita più tranquilla.
Dopo due anni, che corrispondono a dodici anni-volpe, la quotidianità è diventata come una cravatta troppo stretta per Fox che decide di mettere da parte l'abito da giornalista, indossare un passamontagna, e tornare all'oscuro della moglie il ladro di polli di un tempo.
I contadini moderni sono però diversi da quelli del passato, ora sono diventati agguerriti capitalisti e non hanno intenzione di vedere intaccata la loro grande produzione.
Questa fiaba in stop-motion di Anderson è tratta dall'omonimo racconto per bambini di Roald Dahl, contiene tutti gli elementi cari al regista e sono quelli già visti nei film precedenti (I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Il treno per il Darjeeling): c'è l'atmosfera malinconica, l'umorismo non-sense, il rapporto problematico padre-figlio, la grande impresa da compiere per ritrovarsi, le personalità stravaganti e la colonna sonora in primo piano.
L'aspetto nuovo viene dalla tecnica rappresentativa, utilizzata con garbo, bilanciando l'artificiosità dei pupazzetti con l'attenzione ai particolari.
La morale "comunista" che trapela nel finale, dove si espropria da un ipermercato quanto serve per la sopravvivenza del gruppetto di animali, trova un simbolo "rivoluzionario" nella divertente scena dell'incontro con il lupo con il reciproco pugno al cielo. È una scena dilatata, cromaticamente contrastante, un interruzione che probabilmente svela cosa si nascondeva dietro la fobia di Fox per quella creatura. In verità la paura era quella di trovarsi di fronte al suo lato "selvaggio", quella parte di sé repressa in cambio della tranquillità borghese e coperta da un abito chic (in opposizione al pelo al vento del fiero lupo). Solo dopo la nuova temeraria impresa può finalmente riappacificarsi con quell'anima prima soffocata e guardare quindi con commozione e fierezza all'emblematico lupo.
Allora... pugno al cielo, per riprendersi ciò che spetta, riscoprire la propria natura e gustare una famiglia diversa, coesa e allargata.
Gradito
| Reg: 8 | Ani: 8 | Fot: 8 | Sce: 8 | Son: 8 |