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Visualizzazione post con etichetta Sofia Coppola. Mostra tutti i post
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mercoledì 18 settembre 2013

Voglio essere come Lindsay Lohan - The Bling Ring

bling-ring-emma-watson
I film di Sofia Coppola li ho visti tutti e questo è senza dubbio quello meno riuscito. Riassumo i primi 30 minuti: oh my god, so cute, wow... Ha così tante cose! Sono le parole che escono dalla bocca delle protagoniste, a ripetizione.
Il racconto prende spunto dalla fatidica storia realmente accaduta e vede un gruppetto di ragazzine e un ragazzo (che fa da voce narrante) intrufolarsi nelle ville di ricchi e famosi di Los Angeles per sottrarre abiti e gioielli. La banda verrà soprannominata dai media "The Bling Ring", dove 'bling' è uno slang che viene dall'hip-hop e indica l'indossare gioielli in modo ostentato tipico dei nuovi ricchi.
La Coppola rimane nel suo ormai caratteristico campo delle adolescenze tristi e più nello specifico dalle parti di Somewhere, guardando questa volta dall'altro lato dello specchio: se di là il protagonista aveva fama e ricchezza ma trascurava la figlia, di qui le figlie trascurate dai padri la fama la vorrebbero avere. Insomma si tratta di una variazione sul tema dell'annoso problema della noia d'essere adolescenti benestanti.
Le giovani fashion victim ossessionate dallo stile di vita delle celebrità, vengono seguite con distacco, non c'è immersione nelle psicologie delle ragazze, solo qualche incursione nelle loro camerette, lo sguardo rimane alto, si vuole documentare la loro pochezza.
Le attenuanti ai loro comportamenti vengono ricondotte ai soliti genitori assenti o dalla presenza come fosse un'assenza o dalla presenza pseudo-educativa che in realtà fa più male che bene. La Coppola sembra riscontrare l'impossibilità di andare più a fondo, non c'è qualcosa di significativo da cercare dentro quelle teste, vogliono solo poter avere anche loro l'immagine che gli viene presentata a ripetizione come quella cool, quella che "piace alla gente che piace".
Una volta c'erano le gioventù difficili tormentate per introspezione, una volta c'era la rabbia del giovane contro il sistema e l'adolescenza era ribellione ai dis-valori costituiti, ora invece sembra ci sia la necessità di farli propri quei dis-valori. Le ragazzine qui rappresentate sono difficili per un'inconsistenza interiore che viene riempita di cose materiali usate per tappezzare un corpo vuoto, senza una personalità. In verità sono solo un po' troppo intraprendenti nell'ubbidire alla regola odierna per costruirne una, di personalità, che è semplice, quasi un mantra: io sono ciò che ho, io sono ciò che consumo. 
Il tema è interessante e va ben oltre il caso specifico del film allargandosi a fenomeno sociale, la realizzazione di Sofia Coppola invece risulta inferiore a quanto fatto in passato. In Somewhere il protagonista si trovava in un circolo vizioso e alla fine vi usciva, questa volta nel loop c'è entrata la regista che, sarà anche per la scelta di non creare empatia verso queste teenager, ma non riesce ad appassionare lo spettatore che, senza la musica delle ripetute "scorribande", cadrebbe nella noia più totale. Il risultato è quasi un reality su teenager che rubano abiti e soldi per mettersi in mostra in discoteca e scattarsi foto agghindate da pubblicare su Facebook. Ah, è proprio come nella realtà. Sgradito

domenica 6 gennaio 2013

Il Cinema in planimetria

cinema-in-planimetria
Un architetto e un regista, Mehruss Jon Ahi e Armen Karaoghlanian, hanno combinato i loro interessi realizzando Interiors Journal.
L'Interiors Journal è un giornalino che esce con cadenza mensile online, ogni numero è composto da un singolo articolo corredato da una planimetria tratta dalla scena di un film celebre che diventa la fonte d'ispirazione per una riflessione sulla relazione fra la prima e la settima arte e per discorrere su come spazio e design interagiscano con la narrazione cinematografica.

Al momento i numeri usciti sono 12 e si possono leggere gratuitamente su Issuu - Interiors Journal. I film trattati finora sono stati:
  • Manhattan (1979) di Woody Allen.
  • Reservoir Dogs (1992) di Quentin Tarantino.
  • Psycho (1960) di Alfred Hitchcock.
  • Playtime (1967) di Jacques Tati.
  • Lost in Translation (2003) di Sofia Coppola.
  • The Dark Knight (2008) di Christopher Nolan.
  • 2001: A Space Odyssey (1968) di Stanley Kubrick
  • Beauty and the Beast (1991) di Gary Trousdale e Kirk Wise
  • Raging Bull (1980) di Martin Scorsese
  • Drive (2011) di Nicolas Winding Refn
  • Le mépris (1963) di Jean-Luc Godard
  • Panic Room (2002) di David Fincher.

martedì 8 marzo 2011

Somewhere

locandina di somewhereQuanto si diverte un giovane attore hollywoodiano pieno di soldi e di donne pronte a concedersi?
A vedere una giornata tipo di Johnny Marco, attore nel bel mezzo della promozione del nuovo film, sembra non molto. Ha tutto e anche il superfluo a sua disposizione, tuttavia si sente annoiato, vuoto e si stordisce con alcol e farmaci.
Poi arriva Clio, 11 anni, è la figlia di Johnny e solitamente vive con la ex-moglie, ma lei sarà impegnata per un paio di settimane e quindi la ragazzina rimarrà con lui fino alla partenza per un campo estivo.
Clio donerà un senso alle giornate dell’attore, portando “gusto” alla sua quotidianità.
All’inizio del film la telecamera è ferma, un’auto sportiva entra ed esce dal campo visivo, segue un percorso circolare e monotono, una sequenza che mi fa venire in mente i film iraniani e il tenore della regia rimane tale anche nel proseguo del film.
La Coppola sceglie un cinema essenziale, pochi dialoghi, luci e suoni naturali, usa rari movimenti della macchina da presa che diventano ancora più significativi. Una tecnica che palesa il tentativo di ripulirsi dal mondo patinato e dagli ornamenti lezioni del mondo dello spettacolo, proprio quello che sembra servire anche al nostro protagonista.
È una storia di solitudine, un’altra storia di solitudine dopo Lost in Translation, ma questa volta il rapporto che spezza il grigiore è quello fra un padre, che forse si è dimenticato di esserlo, e una figlia piccola però autonoma praticamente in tutto, tranne per il bisogno della sicura presenza di un genitore.
L’incontro fra i due segue dei gradi: prima lei irrompe nella vita del padre e cattura la sua attenzione (ballando sul ghiaccio), poi provano ad allacciare un rapporto sfruttando quello mediato dal gioco (partite alla consolle), lei continua ad apportare un nuovo “sapore” alle giornate cucinando per lui, finalmente riescono ad avere una relazione e a stabilire un contatto (piscina dell’albergo). Proprio allora la macchina da presa allontana il suo sguardo, adesso si può distaccare senza il rischio di abbandonare Johnny, ora che quel piccolo nucleo ritrovato sembra dotato di forza sufficiente, di un'autonoma calda e delicata spinta vitale.
Ma Clio deve partire per il campo estivo e senza di lei Johnny ricade, non si sente nemmeno una persona. Non gli resta che prendere la sua bella auto e partire anche lui, la meta non è chiara, ma la regia ci suggerisce qualcosa.
Il finale è un contrasto, spezza la ciclicità iniziale, il circolo vizioso viene interrotto, ora la strada è una retta lunga e dritta, c'è una direzione che porta "da qualche parte": Johnny esce dal loop.

Mi è piaciuto questo film, ma mi ha confermato le sensazioni che avevo nella probabile partigianeria della vittoria del Leone d'oro a Venezia e la cosa fa un po' ridere perché l'immagine del mondo dello spettacolo italiano che rappresenta è desolante, tra lusso e trash, nel mezzo i finti sorrisi. La Coppola comunque è molto brava e paradossalmente viene premiata proprio dalla cerchia sociale che aliena il protagonista del suo film.
Deliziato
| Reg: 8 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 7 |