venerdì 31 maggio 2013
Cave of forgotten dreams
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sabato 18 febbraio 2012
I troll esistono - Troll Hunter
Etichette: 2010, André Øvredal, Fantastico, Horror, Sgradito
mercoledì 18 maggio 2011
Harry Potter e i Doni della Morte: Parte I
La prima parte dell'ultimo titolo della saga di Harry Potter inizia con Hermione Grenger che emana un “Oblivium” sui suoi genitori, è un incantesimo per la rimozione dei ricordi ed è un po’ quello che ha colpito anche me per quanto riguarda i capitoli precedenti. Avrei avuto bisogno di un ripassino per una più agevole visione e credo che, in generale, chiunque non sia un lettore dei libri del maghetto faccia fatica ad avere ben chiara la “posizione” dei vari personaggi secondari e apprezzare, in generale, tutti i richiami e gli accenni che si susseguono nella storia.L’inizio del film è molto cupo e l'aria tetra permane per tutta la visione, con la minaccia ora allontanata e poi improvvisamente di nuovo vicina, in un tira e molla che ben ritma la fuga-ricerca di Harry Potter. Già si era visto un progressivo virare al dark nei film precedenti, ma qui siamo giunti a un vero fantasy noir, possiamo dire che la saga del maghetto è “cresciuta” con il suo target iniziale.
Harry e compagni in questo episodio si spostano molto grazie al teletrasporto, le destinazioni sono luoghi non-luoghi, per non farsi trovare e allo stesso tempo costruire e rintracciare una via di salvezza. I ragazzi sono rimasti quasi soli, non ci sono più i grandi a dargli una mano per indirizzarli e proteggerli, Hogwards sembra molto lontana e loro vagano "on the road" faticando a trovare la strada da seguire.
Un po’ sfrontato è l'attingere dal Signore degli anelli in significativi elementi: c'è un certo Kreachet emule del Gollum, il medaglione (il primo Horcrux) che si portano appresso ha l'effetto del celebre Anello e, per finire, Dobi che «non ha padrone, è libero» ricorda molto il «padron Frodo».
Ma se mettiamo da parte queste scopiazzature e la prendiamo come “citazioni”, la storia appare nel complesso matura, tristemente adulta forse: la magia perde il suo lato gioviale e diventa vera e propria arma. Rimane spazio per qualche risatina sulla gelosia da triangolo amoroso Harry-Hermione-Ron però all’interno della storia aggiunge diffidenza e tristezza mentre è l’amicizia sincera a presentarsi come il legame su cui poter contare.
Interessante anche il generale precipitare degli eventi con il golpe al ministero della magia e il razzismo verso i babbani della nuova oligarchia delle forze oscure. Insomma “I doni della morte” hanno sostanza, si respira l’avvicinarsi della resa dei conti e Voldemort sembra il leggero vantaggio.
Piccolo appunto da “pignolarum” ho notato che nella notte di Natale, con neve ovunque, manca il fiato dalle bocche dei personaggi, ma magari c'è un motivo "magico".
In attesa della seconda parte, che uscirà nei cinema il 15 luglio 2011, buona pozione polisucco a tutti voi!
Ah, per chi non conosce la bibita, dicono sappia di «piscio di folletto».
| Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 7 |
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sabato 12 marzo 2011
Lo Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti
Lo Zio Boonmee ha problemi ai reni e sente che la sua morte è vicina. Trascorre gli ultimi giorni in campagna, circondato dai suoi cari, anche da quelli che non sarebbero più vivi. Nel frattempo ricorda frammenti di vite precedenti.È duretta guardare lo Zio Boonmee, un po' per il mischiarsi come fosse normalità di vivi e morti, un po' perché la storia salta improvvisamente in altri tempi intervallando fiaba e realtà, ma soprattutto e difficile rimanere svegli, perché fa dei suoni della natura un'armonia fin troppo rilassante che porta un corpo stanco ad addormentarsi, magari sognando di reincarnarsi in qualche animale o cenare coi cari defunti, proprio come accade a Boonmee.
Se si rimane desti si può intuire che lui forse è la reincarnazione di un bisonte o quella di un pesce-gatto parlante che aveva incontrato una principessa in un laghetto sotto una cascata; suo figlio invece si presenta con le sembianze di uno scimmione dagli occhi rossi.
L'ultimo tratto della vita di Boonmee mischia spazio e tempo, reale e irreale, e fa della fisicità della natura un teatro mistico e spirituale dove più che "tutto è un ciclo" sembra che tutto il ciclo sia contenibile in un frammento. È un fase finale serena che addensa in sé un eccesso di vita, anche quella che non c'è più e addirittura quella fantastica.
D'altra parte «il paradiso è sopravvalutato, non c'è niente là», come confida il fantasma della moglie dello Zio, meglio rimanere degli spettri o reincarnarsi in nuove forme di vita.
Il viaggio finisce, una vita ha trasmigrato, inizia/continua una storia che ci rinnova delle domande rincarando la dose: qual è la vita? Quali sono le vite? E la vita nella natura è la stessa della vita in città?
| Reg: 7 | Rec: 6 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 7 |
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martedì 8 marzo 2011
Somewhere
Quanto si diverte un giovane attore hollywoodiano pieno di soldi e di donne pronte a concedersi?A vedere una giornata tipo di Johnny Marco, attore nel bel mezzo della promozione del nuovo film, sembra non molto. Ha tutto e anche il superfluo a sua disposizione, tuttavia si sente annoiato, vuoto e si stordisce con alcol e farmaci.
Poi arriva Clio, 11 anni, è la figlia di Johnny e solitamente vive con la ex-moglie, ma lei sarà impegnata per un paio di settimane e quindi la ragazzina rimarrà con lui fino alla partenza per un campo estivo.
Clio donerà un senso alle giornate dell’attore, portando “gusto” alla sua quotidianità.
All’inizio del film la telecamera è ferma, un’auto sportiva entra ed esce dal campo visivo, segue un percorso circolare e monotono, una sequenza che mi fa venire in mente i film iraniani e il tenore della regia rimane tale anche nel proseguo del film.
La Coppola sceglie un cinema essenziale, pochi dialoghi, luci e suoni naturali, usa rari movimenti della macchina da presa che diventano ancora più significativi. Una tecnica che palesa il tentativo di ripulirsi dal mondo patinato e dagli ornamenti lezioni del mondo dello spettacolo, proprio quello che sembra servire anche al nostro protagonista.
È una storia di solitudine, un’altra storia di solitudine dopo Lost in Translation, ma questa volta il rapporto che spezza il grigiore è quello fra un padre, che forse si è dimenticato di esserlo, e una figlia piccola però autonoma praticamente in tutto, tranne per il bisogno della sicura presenza di un genitore.
L’incontro fra i due segue dei gradi: prima lei irrompe nella vita del padre e cattura la sua attenzione (ballando sul ghiaccio), poi provano ad allacciare un rapporto sfruttando quello mediato dal gioco (partite alla consolle), lei continua ad apportare un nuovo “sapore” alle giornate cucinando per lui, finalmente riescono ad avere una relazione e a stabilire un contatto (piscina dell’albergo). Proprio allora la macchina da presa allontana il suo sguardo, adesso si può distaccare senza il rischio di abbandonare Johnny, ora che quel piccolo nucleo ritrovato sembra dotato di forza sufficiente, di un'autonoma calda e delicata spinta vitale.
Ma Clio deve partire per il campo estivo e senza di lei Johnny ricade, non si sente nemmeno una persona. Non gli resta che prendere la sua bella auto e partire anche lui, la meta non è chiara, ma la regia ci suggerisce qualcosa.
Il finale è un contrasto, spezza la ciclicità iniziale, il circolo vizioso viene interrotto, ora la strada è una retta lunga e dritta, c'è una direzione che porta "da qualche parte": Johnny esce dal loop.
Mi è piaciuto questo film, ma mi ha confermato le sensazioni che avevo nella probabile partigianeria della vittoria del Leone d'oro a Venezia e la cosa fa un po' ridere perché l'immagine del mondo dello spettacolo italiano che rappresenta è desolante, tra lusso e trash, nel mezzo i finti sorrisi. La Coppola comunque è molto brava e paradossalmente viene premiata proprio dalla cerchia sociale che aliena il protagonista del suo film.
| Reg: 8 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 7 |
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domenica 20 febbraio 2011
Inception
L’ultimo furto non è andato benissimo, ma la vittima, il ricco e potente Saito, gli fa una controproposta con una contropartita che non può rifiutare.
Cobb invece di rubare un’informazione dovrà innestare un’idea nella mente di qualcuno e in cambio potrà rivedere i figli che da tempo non può avvicinare a causa del suicidio della moglie Mal che ha fatto sembrare il gesto come un omicidio da lui compiuto.
Ma tanti altri sono i parenti, più o meno stretti, che il film di Nolan può “vantare”, o che il regista ha voluto citare, e si può affermare senza possibilità di smentita che Inception non è nemmeno un film originale. Tanto per fare qualche titolo si raccolgono idee da: Paprika, eXistenZ, Donnie Darko, Vanilla Sky, Il tredicesimo piano, Dark City, Mission: Impossible, 007 (la scena della motoslitta è veramente mal girata) e dal libro del 1966 Il signore dei sogni.
Inception riesce a catturare, oltre che visivamente, soprattutto grazie all'architettura della storia e alla colonna sonora perfetta. Esteticamente mi ha dato però una sensazione un po' decadente considerato che è tutta una lievitazione, un esponenziale, di trovate già viste.
Nell'analizzarlo si può essere condizionati dalla filmografia del regista e interpretarlo per concetti generici oppure si può ricercare nella sceneggiatura un senso logico, a mente fredda, per indagarne gli elementi, metterli in relazione e quindi inevitabilmente in discussione.
Se provo a ordinare i pezzi vedo incoerenze e nonostante le spiegazioni delle regole del gioco siano costantemente fornite nel racconto, si rivelano in realtà contraddittorie o poco sensate. Proprio il fatto che siano inserite con esplicite scene e dialoghi manifesta la necessità di far leva nello spettatore e illuderlo a credere, gli insegnano che quanto vedrà è motivato, quindi coerente. Cosa che invece non è, è solo funzionale, si tratta di un “prestigio”.
Il merito quindi di questa sceneggiatura è nella capacità di creare efficacemente il suo mondo. Ti dice che le cose funzionano così, devi solo ascoltarlo, senza domandarti se reggono, è una pappetta pronta da deglutire.
Questo è un altro motivo per cui, per me, Inception non può ritenersi all’altezza del citato Matrix: la razionalità della matrice ha un suo perché, la razionalità piegata dei sogni nolaniani è pretestuosa.
A confermare questo approccio un po' subdolo c’è il furbo finale dove si rimarca la scelta dell'ambiguità. Infatti la scena è costruita per insinuare il dubbio, Cobb non si preoccupa della trottolina, il suo totem, e corre ad abbracciare i suoi figli che sono nella stessa posizione dei ricordi nei suoi sogni (*). Sembra volerci suggerire che l'importante è la sua liberazione da un’idea (Mal) e l'aver raggiunto il “sogno” di rincontrare i suoi figli.
Quindi non è importante se la felicità sia raggiunta nel sogno o nella realtà, ma perché ciò sia possibile bisogna essere inconsapevoli o disinteressati. È la linea di Mal: «non è importante quello che sai, ma quello che credi». In poche parole se non ti accorgi dell’inganno ritieni che l'illusione sia il vero e quindi l'inganno non esiste.
Il creare questo alone di incertezza nel finale, che insinua il dubbio se Cobb sia nel reale o meno (*), rimarca anche un’evidenza metacinematografica, ossia che un innesto lo fa Nolan sullo spettatore: il regista/architetto tramite un film/sogno innesta una sceneggiatura/idea nello spettatore.
Un personaggio in particolare simbolizza questo rapporto, è Arianna, colei che costruisce labirinti ma mitologicamente sa anche come districarli e infatti dipana la mente di Cobb accompagnandolo al confronto con Mal ed è proprio lei ad ucciderla sparandole.
Anche se Inception non mi ha convinto nella sua concezione, durante la visione il coinvolgimento è stato palpabile. Le incoerenze e ambiguità sono dissimulate da Nolan che riesce ad iniettare nello spettatore ansia e meraviglia, il peso ossessivo di un'idea e la catarsi liberatoria di un'altra.
| Reg: 8 | Rec: 8 | Fot: 8 | Sce: 8 | Son: 9 |
• IL TOTEM E LA TROTTOLA
Un totem serve a capire che non sei nel sogno di un altro (così viene detto nel film). Solo tu conosci il peso e la bilanciatura di quello specifico oggetto e quindi uno non può “progettarlo” identico e per mantenere questa particolarità non puoi farlo toccare ad altri.
Nel sogno fatto su Saito lui si accorge di essere in un sogno quando è a contatto con un tappetino che conosce nella realtà ma che sente diverso: praticamente quel tappeto ha l'effetto di un totem.
La trottola è il totem di Cobb (prima era quello di Mal) e girando sul tavolo nel finale insinua il dubbio se siamo o meno nella realtà perché non vediamo se si ferma.
Cosa importa a noi se si ferma?
In teoria non ci sarebbe motivo per cui non dovrebbe cadere, gli altri totem mica girano per funzionare (Arianna ha un pezzo degli scacchi modificato, Arthur un dado truccato). È maneggiandolo che uno può capire se è in un sogno, anzi ancora meno, se è in un sogno architettato da un altro, perché nel proprio sogno il totem potrebbe esserci ed essere ricostruito e percepito perfettamente, dato che lo conosciamo.
Io però faccio anche un'altra considerazione: come viene improvvisamente fatto comparire un super fucile nel sogno di un altro («non devi aver paura di sognare in grande»), un estrattore potrebbe importare nel sogno il suo totem con le sue proprietà e quindi renderlo inutile.
Ma torniamo al perché ci poniamo il dubbio che la trottola non si fermi.
Cobb aveva detto ad Arianna che l'idea del totem era stata di Mal e che «nel suo sogno la trottolina girava senza fermarsi». Mal nasconde nel sogno la trottolina in una cassaforte, il significato è il suo non voler tornare alla realtà, però se il sogno è suo la trottola deve girare normalmente perché ne conosce le proprietà, se il sogno è di Cobb lei potrebbe aver portato dentro il sogno la trottolina, ma anche in questo caso ne conosce le proprietà.
Insomma non ha senso, però tutto l'ambaradan fa “scena”.
• I FIGLI DI COBB
La scena finale che vuole insinuare il dubbio sul ritorno al reale (sensazione che si prova anche nella fuga a Mubasa con i muri che si restringono) ricopia i ricordi di Cobb quando aveva lasciato i bambini in cortile e che abbiamo già visto. In realtà i bambini sono “diversi", sono cresciuti, la cosa è evidente per la bambina (vedi immagine qui sotto, a sinistra i ricordi nel sogno e a destra il finale), ma anche dalle informazioni sul cast del film dove si può vedere che i piccoli attori usati sono quattro.

• LA FISICA DEI SOGNI
Non c’è motivo per cui le persone invecchino fisicamente nel sogno. È ancora una volta una scelta artistica. Questa trovata non ci permette di escludere che la scena finale sia un sogno: i bambini potrebbero essere "invecchiati" nel sogno.
• ASSURDITÀ
Saito compra la compagnia aerea e l'hostess però è Cobb che mette il sonnifero nel bicchiere di Fischer. Lo fa lui! Non poteva servirgli l'hostess il bicchiere pronto? No la manovra, con il rischio di essere scoperto da Fischer, viene lasciata a Cobb.
Perché? Perché è più emozionante.
L'assurdità più grande però sta proprio alla base del film. Cobb aveva già impiantato un'idea, quella di essere dentro un sogno a Mal. Ma per quale motivo? Avrebbe potuto svegliarsi lui e quindi svegliarla o aspettare che si svegliasse lei, mica poteva rimanere per sempre addormentata.
• È TUTTO UN SOGNO
Ovviamente se ci sono assurdità e insensatezze si può sgattaiolare nel facile "è tutto un sogno", ma che razza di sogno sarebbe con questa complessità?
L'unico modo per dare delle giustificazioni è inserirlo nell'ottica metacinematografica già citata nel post, il film è un inception del regista che esplicita proprio seguendo uno schema da Scala di Penrose (partiamo con Saito vecchio e torniamo su Saito vecchio) la sua essenza paradossale e illusoria.
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lunedì 7 febbraio 2011
Parto col folle
Todd Phillips continua con l'ennesima variazione sul tema "road trip" e asseconda il tempo che passa rilanciando ogni volta sulle tappe dell'età dei suoi protagonisti.Dopo il successo di Una notte da leoni, dove tre amici erano alle prese con un bizzarro post addio al celibato a Las Vegas, qui l'architetto Peter deve raggiungere la moglie, un viaggio da Atlanta a Los Angeles, che è prossima a partorire il loro primo figlio. Ad accompagnarlo gioco-forza sarà un pazzoide barbuto che sogna di diventare attore e sta passando la fase di elaborazione del lutto paterno.
Probabilmente è da ritenere un film riempitivo in attesa del seguito dei "leoni" che pur con certe cadute era stato divertente mentre qui a tratti ci si annoia. Come al solito Phillips sceglie bene i pezzi della colonna sonora, ma è lo spirito che manca, non si ritrova l'autentico on-the-road.
Una scena da segnalare comunque c'è ed è quando la macchina su cui viaggiano viene avvolta da Hey you dei Pink floyd e soprattutto dagli effetti dei fumi di una sigaretta modificata... L'unico "vero" trip concessoci.
| Reg: 7 | Rec: 6 | Fot: 6 | Sce: 5 | Son: 7 |
Etichette: 2010, Commedia, Sgradito, Todd Phillips
mercoledì 26 gennaio 2011
My Son, My Son, What Have Ye Done
Due detective della omicidi chiacchierano in auto, mi ricordano una nota scena di Pulp fiction, ma il tono è più serio. Vengono interrotti da una comunicazione radio proveniente dalla centrale. Arrivati sul luogo del delitto interrogano i conoscenti dell’assassino che nel frattempo si è barricato in casa con un fucile e, dice, due ostaggi.Con deposizioni-flashback ricostruiamo il profilo psicologico di Brad, l'asserragliato in casa.
David Lynch presenta e produce Werner Herzog, un incontro promettente sulla carta, tanto da far immaginare già il gusto dell'intruglio che ne potrebbe venire fuori. Invece la miscela si rivela abbastanza deludente.
Allegoria fra dramma teatrale e dramma individuale, con una rappresentazione che sa costantemente di forzato ed emana un continuo sottile sentore di farsa.
In scena, con una strada che diventa palco, un detective la fidanzata dell’assassino e l’amico/regista teatrale. Nel retroscena, nascosto come fosse dietro le quinte, il protagonista.
Dai racconti aggiungiamo man mano i pezzi utili per inquadrare il leggermente disturbato Bred che è un giovane uomo “castrato” dalla madre, alla ricerca di un Dio nei barattoli dei fiocchi d’avena, turbato dopo un "mistico" viaggio in Perù ed esistenzialmente ispirato dall’identificazione con il personaggio che dovrebbe interpretare a teatro nell’Elettra di Sofocle: l'Oreste spinto al matricidio dalla sorella.
A me il film ha lasciato poco, giusto i ricorrenti fenicotteri rosa (aquile drag-queen) e l'idea di assistere ad una puntata di un telefilm, magari il pilot di una serie dove un detective della omicidi incontra assassini mentalmente disturbati ma "giustificabili" dal loro background e spinti al conto di sangue come un'inevitabile punto d'arrivo di una spirale.
Sì, per carità, alla fine nel film si odora sia di Herzog che di Lynch, ma pare una puzzetta.
| Reg: 7 | Rec: 6 | Fot: 7 | Sce: 5 | Son: 6 |
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sabato 11 dicembre 2010
Resident Evil: Afterlife
Quarto capitolo, o sarebbe meglio chiamarlo quarto livello, della saga ispirata all'omonimo videogioco.Si riprende da dove avevamo lasciato, Alice coi suoi cloni, come promesso, attenta allo stabile sotterraneo dove si rifugia il capoccia della Umbrella Corporation che ovviamente riesce a scappare ma... Dopo un quarto d'ora dall'inizio del film Alice dovrebbe essere morta e pure il cattivone, è uno di quei "colpi di scena" farlocchi. In realtà dopo l'esplosione del caso Alice è viva e parte in biplano verso Arcadia ossia il leggendario territorio in Alaska che si dice non sia stato raggiunto dal virus.
Le cose si rivelano diverse da come sperava, dovrà riprendere nuove rotte ed entro la fine incontrerà anche chi credeva (ma dai, veramente?!) morto.
Visivamente stupefacente, certe scene sono proprio belle da bloccare i fotogrammi, ogni volta mi trovo a ripetere che la computer grafica è veramente potente. Ma la potenza è nulla senza il controllo, si diceva, e tanto sfoggio diventa patetico se, non solo non si ha nulla di interessante da dire, ma pure quel poco è imbarazzante.
L'unica trovata "originale" è l'autoironia nella scelta dei personaggi secondari presi del panorama tipico hollywoodiano: il divo muscoloso, la ragazza che voleva fare l'attrice ma lavora come cameriera, il produttore che ordina e il suo servile assistente. Peccato che sia una trovata mal usata che appare fuori luogo peggiorando ancor più la tenuta del film.
Si finisce in modo rozzo e con uno spropositato cliffhanger per il prossimo, quinto, episodio. Ops, livello.
| Reg: 6 | Rec: 4 | Fot: 8 | Sce: 3 | Son: 7 |
Etichette: 2010, Azione, Fantascienza, Horror, Paul W.S. Anderson, Sgradito
martedì 7 dicembre 2010
The Killer inside me
All’apparenza giovane poliziotto modello, Lou Ford è sempre pacato e cordiale agli occhi della gente, ma nasconde dentro di sé una perversione violenta. È pronto a diventare uno psicopatico assassino per mettere in atto il suo progetto di fredda e calcolata vendetta.Sono deluso dal film di Winterbottom, è girato molto composto, come il protagonista, non appassiona e presenta delle cadute nelle brutte scene morbose e nel pestaggio di Jessica Alba a suon di pugni in faccia, che a me è sembrato addirittura comico.
Nella vasta libreria del protagonista ci si sofferma qualche istante su due libri, una bibbia e un saggio di Freud, che praticamente racchiudono la "spiegazione intellettuale" del soggetto: traumi sessuali subiti da bambino hanno influenzato drasticamente la personalità di Lou tenuto in riga, o meglio incubato, dall'ambiente conservatore, perbenista ed ipocrita della provincia texana.
Il libro di Jim Thompson da cui il film è tratto, uscito nel 1952, poteva godere di un effetto imputativo più coinvolgente per quel tempo, si rivelava un attacco alla famiglia e alla società americana fordista come elementi subdoli e corrosivi per l'individuo. Winterbottom tiene il discorso "sociologico" sullo sfondo e punta invece sulla imperturbabilità del male, su una violenza fredda e razionale che nel suo compiersi, e nascondersi, trae forza dell'assenza di moralità.
Casey Affleck nel ruolo del protagonista, riesce ad esprimere bene le intenzioni, ed è uno dei pochi aspetti convincenti del film. Un piccolo complimento va anche alla cara Jessica che ha osato qualcosa in più del solito, anche se non è molto credibile nella parte della prostituta; lo era di più come ballerina di lap-dance in Sin City.
Un ultimo commento sul finale: com'è possibile che quando entrano nella casa cosparsa da cima a fondo di alcol e benzina non sentano nessun odore? E per quale motivo la casa invece di incendiarsi esplode all'istante? Bah, si poteva fare meglio.
| Reg: 6 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 5 | Son: 7 |
Etichette: 2010, Jessica Alba, Michael Winterbottom, Noir, Sgradito, Thriller
lunedì 22 novembre 2010
Buried - Sepolto
Paul si sveglia dentro un cassa da morto, sotterrato chissà dove nel deserto iracheno, intorno a lui alcuni oggetti possono dargli la speranza di salvezza o rendere più tormentata la sua condanna. A dettare il tempo a sua disposizione le tre tacche della batteria di un BlackBerry e novanta minuti d'aria.I novanta minuti sono troppi, quelli del film intendo, si poteva anche dimezzare per evitare di risultare a tratti noioso, specie nella prima parte che è pure irritante nell'esasperazione delle attese telefoniche accompagnate poi da domande stupide, poco plausibili. Si poteva anche tagliare la scena del serpente, che appare veramente un riempitivo. Nonostante questa discreta prova di cinema dell'essenziale si poteva, insomma, ridurre ancora.
Passato questo primo stadio di indisposizione sale la tensione e la curiosità sul destino del giovane trasportatore disperso e sepolto in territorio di guerra.
Il rapporto con l'esterno (dalla bara, dalla scena, dall'io) mediato tramite il cellulare diventa un ramificarsi nelle “istituzioni” dell'individuo che nel momento del bisogno è solo perché le relazioni formali si rivelano illusorie ed inefficaci. Le telefonate diventano un emblema rappresentativo dello status individuale e la bara l'implicita impossibile rivolta, si può solo subire la situazione, in balia di eventi e decisioni “internazionali” o su cui comunque non si dispone di controllo.
La nuova violenza toglie lo spazio d'agire individuale, si impone come uno stato di terrore che soffoca e sopprime la vita senza spargere troppo sangue. La persona subisce una società ostile lasciata in eredità da genitori che ora, nella necessità, sono assenti o hanno dimenticato i figli (il padre morto e la madre con l'alzheimer), e dove le organizzazioni sono rese insensibili dal dio del massimo profitto (licenziamento dal direttore del personale).
La "macchina" è comunque in movimento nonostante gli spazi angusti, gira su un soggetto senza destinazione mentre i granelli di sabbia, come in una clessidra, scendono inesorabili filtrando dalle spaccature di una bara-gabbia fino allo scadere, quando rimane solo un inutile «mi dispiace tanto».
| Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 6 | Sce: 6 | Son: 6 |
Etichette: 2010, Gradito, Rodrigo Cortés, Thriller
venerdì 12 novembre 2010
Machete
Machete è un ex agente federale costretto da particolari eventi a rifugiarsi in Texas. Qui viene arruolato da un losco affarista per uccidere un politico xenofobo.Scoprirà che in realtà è tutto un complotto per incastrarlo e rafforzare la campagna elettorale dell'interessato.
Il regista Robert Rodriguez è un tamarro d'origine messicana che non ha la classe di Tarantino, pur andandone a braccetto, e viaggia sul filo del trash, ma con un suo stile, riuscendo a intrattenere abbastanza bene quasi sempre; anche se stride pensare che passa da questi film al filone per bambini di Spy Kids!
Machete è "fiorito" dal fake trailer che precedeva Planet Terror come un funghetto velenoso dal letame, e risulta come un grido di rivincita per i messicani, fra machismo e denuncia sociale.
La funzionale trama ruota intorno al problema dell’immigrazione clandestina dal Messico agli Stati Uniti. A tenere in piedi le barriere c'è un legame fra politici corrotti, trafficoni e trafficanti, con quest’ultimi che impugnano le redini perché “più chiusi sono i confini, più alto sarà il prezzo della droga”.
In questo schema i messicani sono le vittime e Rodriguez mette in scena la sua rivoluzione dove “i buoni” sono loro e “i cattivi” gli americani. Alla cricca di delinquenti e corrotti viene infatti contrapposta una rete dormiente composta da messicani regolari e integrati (lavapiatti, manovali, giornalisti…) che guidati dai due leader leggendari, Luz e Machete, sono pronti all'assalto per la difesa dei loro diritti.
Questa è la tessitura seria, ma il gusto saporito viene da scene exploitation servite dal monolitico Denny Trejo, colonna portante de film, e da un cast assortito che prende la missione con un tocco autoironico. Ci sono Seagal, De Niro, e poi le tre ragazze: la good-girl Jessica Alba che offre il tanto atteso nudo virtuale, la revolution-girl Michelle Rodriguez novella Che Guevara, e la bad-girl Linsday Lohan che si interpreta nella vita di tutti i giorni e poi, per contrasto, si veste da suora.
Interessante la figura del prete, fratello di Machete, che registra le confessioni per usarle come prove e il metaforico sistema di telecamere a controllo della chiesa, con la postazione di monitor disposti a croce.
Machete offre un divertimento pungente come una salsa messicana, se vi provoca il voltastomaco l’uso di un intestino come fune, lasciate perdere, altrimenti prendete birra Corona & tacos e buona visione.
Seguiranno Machete Kills e Machete Kills Again, fake-sequel che richiamano la genesi e ci ricordano che Rodriguez non è un geniale regista ma solo un bravo e furbo esecutore.
| Reg: 7 | Rec: 6 | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 7 |
Etichette: 2010, Azione, Ethan Maniquis, Gradito, Jessica Alba, Robert Rodriguez, Splatter
domenica 24 ottobre 2010
Going Postal
Moist Von Lipwig è un geniale truffatore, per un certo periodo è riuscito a farla franca e gustarsi i suoi “successi”, ma quando viene beccato è condannato ad impiccagione.Dopo l’esecuzione formale Lord Vetinari, governatore di Ankh Morpork, gli presenta un’ultima inattesa possibilità: proseguire seguendo la strada della giustizia, che lo farebbe precipitare in una voragine, o risanare le poste della città.
Scelta facile, ma cosa nasconde l’edificio postale tanto da farne un forma di espiazione?
Film prodotto per Sky e tratto da un racconto dello scrittore Terry Pratchett, per l’esattezza il trentatreesimo ambientato nel suo immaginario Mondo Disco: una terra piatta sorretta da quattro giganteschi elefanti disposti sopra una grande tartaruga galattica che vaga nell’universo.
Sebbene la realizzazione sia chiaramente televisiva, diviso in due "puntate", soddisfa per la buona qualità e anche per l’efficace interpretazione dei due protagonisti, da segnalare Claire Foy che interpreta l’algida Adora Belle Dearheart, il nome dice già tutto.
La storia, pur con la linearità classica del genere, al limite dello scontato, riesce a catturare visivamente e coinvolgere anche grazie ad una spigliatezza in scrittura che dispensa un continuo retrogusto ironico.
Non ho letto i libri dello scrittore, ma senza dubbio devono essere molto piacevoli.
| Reg: 6 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 6 |
Etichette: 2010, Fantastico, Gradito, Jon Jones
sabato 9 ottobre 2010
Gentlemen Broncos
Benjamin è un ragazzo sfigatello che sogna di vedere pubblicato il suo racconto di fantascienza. Vive con la madre stilista di improbabili vestiti, molto convinta del talento del figlio tanto che lo iscrive ad un seminario di Ronald Chevalier, scrittore guru del genere. L'autore è però in crisi di ispirazione e messo alle strette dall'editore ruberà il racconto di Benjamin per farne il suo nuovo best-seller. L'unica differenza della sua rivisitazione è il cambiamento del nome dei personaggi seguendo la personalissima “regola dell’-anous”: ogni nome per essere di qualità deve finire con derivati del suffisso.Una commedia demenziale con un alone surreale alla Wes Anderson senza la stessa classe. Si apre con dei promettenti titoli di testa per poi scendere di livello, ma può comunque piacere.
La storia della vita di Benjamin si intervalla con la rappresentazione di quella del racconto scritto con un effetto straniante dal gusto molto acido. Si cerca costantemente parodia e trash, trovando soprattutto il secondo.
Una divertente e malinconica rivincita dei perdenti che permette la concretizzazione di un sogno anche per chi ha tutte le carte in regola per non vederlo mai realizzato. Ma siamo in un film, è Benjamin può tornare a sorridere, e far sorridere un pochino anche gli amanti del genere.
«Possa la lucentezza del cromo della regina cyborg illuminare tutti voi»
| Reg: 5 | Rec: 6 | Fot: 6 | Sce: 5 | Son: 7 |
Etichette: 2010, Commedia, Jared Hess, Sgradito
venerdì 1 ottobre 2010
L'enigma dei numeri primi
Mi capita di fissarmi su certe questioni di poco conto, come decidere se preferisco i numeri pari o quelli dispari.Ricordo che da piccolo se si trattava del classico giochino "pari e dispari", senza esitazione, sceglievo pari.
[Piccola parentesi quadra: se scegliete pari vi conviene calare un numero dispari di dita e viceversa perché, visto che raramente uno gioca zero dita, sono maggiori le probabilità di vincere. Ah, c'è anche un modo sicuro per vincere, dire in fretta prima della giocata «pari-vinco-io-dispari-perdi-tu»].
Tornando alla mia preferenza, questa estate mi ero convinto che preferivo i numeri dispari, purtroppo non ricordo per quale motivo, ma l'avevo annotato su un libro e lo recupererò. L'altro giorno, invece, mi sono incantato sui "numeri primi", e siamo quindi giunti al dunque. Ho recuperato questo documentario divulgativo molto piacevole che è la trasposizione del libro L'enigma dei numeri primi di Marcus du Sautoy.
I numeri primi sono numeri naturali divisibili solo per l'unità e per se stessi (2,3,5,7,11,13,17…). Quello che avvolge di curiosità questi numeri è la distribuzione della loro successione. Esiste un ordine logico nel susseguirsi apparentemente casuale dei numeri primi?
Chi risolve l'enigma riceverà un premio di un milione di dollari.
Con un'atmosfera avvincente tra giallo e avventura ripercorriamo la storia dei numeri primi e i suoi protagonisti. Dallo scopritore Euclide, passando per l'ipotesi di Riemann, che con lo studio della funzione zeta vide nel suo andamento, e in particolare nei punti di zero, una soluzione al mistero.
Turing usò i numeri primi nelle sue macchine per de-criptare i messaggi dei tedeschi durante la Guerra Mondiale e l'avvento dei computer avvalorò empiricamente l'ipotesi di Riemann.
In tempi recenti si è riconosciuta anche una relazione con gli spettri energetici in fisica quantistica rendendo ancora più interessante il ruolo di questi numeri.
Oggi sono utilizzati nella sicurezza informatica e chissà che in un prossimo futuro qualche cercatore di ordine nel caos non riesca a porre fine a questa ossessione di molti matematici.
«Tutto è numero».
| Reg: 6 | Rec: - | Fot: 6 | Sce: 7 | Son: 6 |
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domenica 19 settembre 2010
Poliziotti fuori - Due sbirri a piede libero
Gli sbirri Jim e Paul festeggiano proprio oggi nove anni “di coppia” squinternata e un’operazione mal gestita porta il loro capo a strappargli pistola e distintivo per un mese. Ovviamente per loro non fa differenza e con l’intenzione di recuperare una figurina di baseball di grande valore, necessaria per coprire le spese di matrimonio della figlia di Jim, sventeranno anche i piani della gang messicana che gestisce un traffico di droga.Si apre con No sleep till Brooklyn dei Beastie Boys e penso sia una buon inizio, ma dopo 10 minuti volevo spegnere tutto. E avrei fatto bene.
Senza stile, si fatica a credere che il regista sia quello di Clerks, per carità c’è almeno un suo elemento classico, il linguaggio scurrile, ma essere sboccati non implica far ridere.
Una commedia d’azione che disgusta in entrambe le voci: gag che faticano a strappare un sorriso e mancanza di dinamismo, con una trama del già visto con tempi morti e per niente avvincente.
Bye bye Kevin Smith, ti abbiamo venduto, ehm, pardon, perduto.
| Reg: 4 | Rec: 4 | Fot: 4 | Sce: 4 | Son: 6 |
Etichette: 2010, Azione, Commedia, Kevin Smith, Nauseato
giovedì 16 settembre 2010
Salt
Evelyn Salt è stata una spia infiltrata in territorio nemico, scoperta e torturata, non ha tradito la copertura e alla fine è riuscita a tornare in patria grazie a uno scambio di prigionieri.Oggi è un’agente affermata della CIA e vorrebbe passare la serata con il suo compagno, ma arriva un russo ad accusarla di essere una spia dormiente prossima a compiere un attentato che darà il via ad una guerra nucleare. Chi è veramente Salt?
Si rispolvera atmosfera da guerra fredda, fantasmi del passato che continuano a tormentare rendendo grigio il presente. Più che al lato politico si punta tutto sull’azione con un risvolto nel lato psico-filosofico.
Il ritmo è scandito da un assemblaggio di tante “situazioni” tipiche del genere alle quali si può ormai attingere a piene mani. C’è la fuga sui tetti di veicoli in marcia, in un domino perfetto; il free-climbing, a salti, in discesa, nel vano ascensore; la guida da passeggero con teaser elettrico sulla gamba del conducente (che fa molto Crank). L’occhio non si annoia, il tempo viene scandito dal battito cardiaco accelerato, ma quello che manca è il cuore.
Ormai si celebra comunemente in molti film d’azione il supereroe “realizzato”, un superuomo che è individuo autonomo, autosufficiente, in grado di controllare le emozioni, iper-addestrato per ogni situazione: uno che vale centomila.
Questa volta il ruolo del caso va ad una superdonna, una Jolie monolitica e mono-espressiva (tranne in un momento in cui fa la tipica faccetta della donna a cui non puoi dire di no; ovviamente un inganno per fregare l’uomo di turno). Purtroppo non è più la bad girl di una volta, si vedono gli anni passati, magra come un grissino risulta poco convincente quando picchia, ma non si spezza. Eppure è la sua parte l’unico tocco nuovo dell’operazione e dona la vera sfumatura che trasborda dal contorno del racconto già visto, portando un surplus. Il suo personaggio diventa emblema di emozioni se non estirpate, stipate nel profondo, compresse al punto che non trovano spazio nemmeno quando si trova di fronte al peggio. Lei non si ferma, avanza, più determinata di prima.
Qui non si lotta alla ricerca di un’identità dispersa nel mare magnum postmoderno, com’era per il “cugino” Jason Bourne, ma si scappa dall’identità perché senza diventa più facile agire (basta un po' di colore ai capelli per essere un'altra).
Prima superuomini, ora superdonne, sempre più automi, sempre meno umani.
| Reg: 7 | Rec: 6 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 7 |
Etichette: 2010, Azione, Gradito, Phillip Noyce, Thriller
mercoledì 8 settembre 2010
Splice
Clive ed Elsa sono giovani e brillanti ricercatori, fanno coppia anche nella vita privata e loro la vita la creano pure, in laboratorio, “partorendo” nuovi esseri che dovrebbero produrre miracolose proteine per curare le malattie dell’uomo.Le loro pratiche necessitano però di ingenti finanziamenti e senza risultati il rubinetto si chiude. Si lanciano quindi in un avventato esperimento: aggiungere ai loro composti animali un po’ di DNA umano. Nascerà Dern.
Vincenzo Natali è lo stesso regista di The Cube dove con poco era riuscito ad ottenere molto in atmosfera, qui c’è più materiale per quanto riguarda effetti speciali (grazie alla produzione by Guillermo del Toro) e un po’ d’aria cronenberghiana, ma è aria condizionata. Il tema trattato è quello delle implicazioni etiche legate alla scienza e alle pulsioni umane, una forza risultante che spinge oltre certi limiti, e quando ci si spinge oltre al conosciuto il giusto e il sbagliato possono confondersi.
In questo caso si aggiunge anche un fattore incognito e “non calcolato”, un punto di visto che emerge dopo “l’esperimento” e ne è proprio il suo compimento. Il risultato infatti non è una cosa, un numero, ma un essere in grado di una qualche coscienza.
Materiale interessante ce n’è, ma la sua gestione è fallimentare. La prima parte del film cattura grazie alla tensione che si crea intorno alla creatura e all’intrecciarsi con il lato psicologico dei due genetisti, comincia a vacillare quando inizia l’effetto Frankenstein di Dern che manifesta amore-odio verso i suoi creatori-genitori che diventano poi pure amanti. Sono proprio le confuse pulsioni sessuali della nuova creatura a dare una rapida svolta horror al film alla quale abbandonarsi con un blando sorrisetto consci che il film è naufragato.
Poco convincente anche l’evoluzione della creatura che da semi-pulcino si trasforma in umanoide attraente con le più svariate “abilità”: branchie, zampe che permettono salti da canguro, coda velenosa modello scorpione con iper-rigenerazione e non si fa mancare nemmeno le ali che spuntano dalla schiena come fossero fazzoletti dalle tasche.
La scienza genetica con intenti umanistici, ed economici, produrrà mostri… Anche Splice ha fatto la stessa fine (forse è geniale).
| Reg: 6 | Rec: 5 | Fot: 6 | Sce: 5 | Son: 6 |
Etichette: 2010, Fantascienza, Horror, Sgradito, Thriller, Vincenzo Natali
martedì 10 agosto 2010
The Losers
I perdenti sono un gruppetto di militari dei reparti speciali che dopo una missione finita con un nobile gesto dal tragico sviluppo, si ritrovano vivi ma creduti morti da chi li voleva tali e anche dalle rispettive famiglie.Il team relegato in un paesino boliviano vive di espedienti fino a quando si presenta al colonnello Clay una bella ragazza violenta di nome Aisha, interpretata da Zoe Saldana (che ha la rima facile…), proponendo una piano per vendicarli e farli tornare in patria. Loro ovviamente accettano la nuova missione "impossibile"
Tratto da un fumetto che non conosco, questo film d’azione ricorda decisamente l’A-Team, pure troppo. Niente di particolare da segnalare, qualche scena con un buon ritmo, molto semplice nella trama completamente voltata al “divertimento” con battutine e tante esplosioni, tutto molto stereotipato, ma serba anche un piccolo colpo di scena verso la fine.
Pensando ai titoli d'inizio e di coda in stile fumetto viene il sospetto che dal soggetto si poteva ottenere qualcosa di più interessante, magari facendone un'animazione.
| Reg: 5 | Rec: 5 | Fot: 5 | Sce: 4 | Son: 6 |
Etichette: 2010, Azione, Sgradito, Sylvain White
sabato 26 giugno 2010
Alice in Wonderland
Quando avevo sentito la notizia di Tim Burton alle prese con il microcosmo di Alice mi era montata l’attesa per qualcosa di buono. Gli ingredienti perché il connubio fra la narrazione di Carroll e l’immaginazione visiva di Burton si unissero perfettamente, portando un surplus al mondo delle meraviglie, erano a portata di mano.Era bastato scoprire che c’era di mezzo anche la Disney per ridimensionare l’aspettativa, calata ancor più con la visione del primo teaser-trailer del film.
Nonostante l’Alice del 1951 della Disney sia il più riuscito degli adattamenti che ho visto finora, mettere insieme le particolarità gotiche di Burton con quelle dell’azienda di intrattenimento con sede a Burbank stride sulla carta e quindi può concretizzarsi in un risultato quasi sicuramente sconnesso. Proprio com'è accaduto.
Questa difficoltà di conciliazione Burton già l'aveva toccata con mano quando, esordiente, lavorò proprio alla Disney per il film Red e Toby salvo poi lamentarsi per aver dovuto disegnare creaturine tutte sorridenti. Probabilmente ci ha ripensato, ha preso due monetine, le ha messe davanti agli occhi (poi in tasca) e ha abbracciato ogni compromesso.
L’Alice di Burton non è l’Alice di Carroll, e sarebbe stato più onesto dare al film un titolo diverso, per rendere chiaro subito il distacco, qualcosa del tipo “Alice nel regno della Regina di cuori” oppure “Alice came back” o anche “Alice 2 la vendemmia”.
Alice Kingsley, non la Liddell dei libri, è orfana e da maritare con un lord inglese. Lei all’idea di questo matrimonio combinato si sente spaesata e per niente propensa e così quando spunta un coniglio bianco, dalla siepe del giardino, lo segue fino a precipitare dentro la sua tana.
Del Paese delle meraviglie in cui si ritrova non riconosce nulla, eppure c’è già stata, i personaggi sembrano attenderla come la salvatrice che dovrà uccidere il drago per liberare il Regno di fantasia. A no, ho fatto confusione, il regno è della Regina rossa, ma lo schema è vero perché questa Alice si ibrida con il fantasy.
Il Tim Burton che conoscevamo è quasi irriconoscibile se non per qualche stronzatina autocitazionista (penso ad un occhio che salta e alle siepi della regina che si intuisce abbiano avuto un trattamento dal giardiniere Edward mani di forbice) e il film è di un convenzionale sfacciato, con una sceneggiatura fatta da una struttura classica addobbata di personaggi minori e vie incompiute (il rapporto fra le regine sorelle, la storia del cane, la spada...).
Vogliamo dire qualcosa sul finale? Il tremendo balletto della “deliranza” del Cappellaio matto (sembra preso da Yattaman), il becero discorsetto di Alice al suo ritorno e la patetica scena di Alice che salpa per la Cina!?
Una cosa è certa, Burton si è venduto e così facendo, come la nostra società insegna, ha guadagnato, più del solito. Il mediocre Alice in Wonderland, uno dei suoi peggiori film, ha incassato un miliardo di dollari solo al cinema entrando nella top 10 di tutti i tempi. A questi dobloni si aggiungeranno tutti gli introiti di merchandising, videogame e home video. Un’ulteriore conferma che non è vero che è la qualità che paga. E alla fine cosa conta? Le quattro scemenze qui scritte o le quantità di denaro che ha smosso il film? Risposta scontata.
Se volete vedere qualcosa di originale, artistico, lodevole, che trae ispirazione da Alice rielaborando con stile, c’è un film di un altro regista, spesso bistrattato, che risponde al nome di Terry Gilliam: il titolo è Tideland. Lasciate perdere questa Wonderland disneyana&burtoniana destinata a chi "ha la deliranza come primo pensiero".
| Reg: 6 | Rec: 6 | Fot: 6 | Sce: 5 | Son: 7 |
Etichette: 2010, Alice, Fantastico, Sgradito, Tim Burton













