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Visualizzazione post con etichetta Thriller. Mostra tutti i post
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venerdì 22 maggio 2020

Devs

devs-locandina
Alex Garland è uno dei registi che più ho promosso indirettamente negli ultimi anni. Nelle mie top dell'anno (2015, 2018), molto striminzite in quanto a numero di titoli, hanno trovato spazio tutti e due i suoi film come regista. “Come regista” perché Garland si era fatto conoscere nel mondo del cinema inizialmente come sceneggiatore, prima era uno scrittore di libri, infatti fu il successo del suo romanzo "The Beach", alla fine degli anni novanta, a catturare anche Danny Boyle che ne girò la trasposizione filmica con il giovane Leonardo Di Caprio nel ruolo di protagonista, e con Garland a curare la sceneggiatura.
Con questa premessa appare chiaro perché l’aspetto che più ho trovato convincente nei suoi film sia lo sviluppo del tema trattato, poi supportato più da una buona fotografia e visione estetica che da un particolare stile di regia. Quando ho sentito che aveva scritto e girato anche una mini-serie con soggetto una commistione di tecnologia, determinismo e libero arbitro mi sono sfregato le mani, considerato che sono argomenti che mi interessano da molto tempo. Mi sono quindi lanciato alla visione di Devs, mini-serie di 8 episodi, per ora inedita in Italia, disponibile su Hulu.

sonoya-mizuno-devs
Gli eventi si svolgono a San Francisco dove un giovane programmatore deve presentare il risultato di un progetto al capo-guru dell’azienda hi-tech Amaya. Se l’esito sarà positivo il giovane potrebbe entrare a far parte della sezione di ricerca e sviluppo, reparto denominato, per l’appunto, Devs.
Sembrerebbe poco avvincente, ma l’elemento in più è che quella sezione è altamente riservata e fa ricerca pionieristica sull’informatica quantistica. Nel reparto crittografia dell'azienda lavora anche la fidanzata del giovane, si chiama Lily ed è interpretata da Sonoya Mizuno che avevamo già apprezzato in Ex Machina. Sarà presto lei a diventare la protagonista della vicende.
Non è solo l’attrice a creare un legame fra questa mini-serie e il primo film di Garland (Ex Machina), entrambi sembrano futuristici, ma sono rappresentati come un futuro già qui, dove tutto appartiene al nostro tempo tranne il “ritrovato” tecnologico. Unendo i due titoli, risulta quel “Deus ex machina” che indica una persona o un evento che interviene all’improvviso (alle volte in modo forzato) per risolvere una situazione apparentemente senza via d’uscita. Tradotto in modo letterale significa “divinità che scende dalla macchina” e quindi cade a pennello come possibile immagine di sintesi per entrambe le opere: potrebbe essere una macchina a risolvere il quesito se il libero arbitrio sia, in realtà, solo una sensazione emergente di un essere in un sistema complesso ma in fondo deterministico.



La mini serie l’ho guardata molto volentieri, se siete appassionati alle problematiche esistenziali connesse alla funzione d’onda di Schrödinger e alle possibili interpretazioni della meccanica quantistica, ci troverete delle citazioni (interpretazione di Copenaghen, di Von Neuman-Wigner e soprattuto quella di De Broglie-Bohm e quella a molti mondi di Everett), segno che qualche libro di divulgazione sul tema se lo è letto anche Garland. Se queste cose non le conoscete però gradite fantascienza e thriller allora può bastare perchè piaccia anche a voi.
Una critica che voglio fare è che la si potrebbe definire una mini serie “a parentesi” nel senso che la parte centrale è un po’ debole e per il racconto poteva bastare anche solo l’apertura e la chiusura, quindi se ne sarebbe potuto fare un film, ma dato che il formato serie ormai è molto richiesto… E allora si poteva sviluppare meglio quella parte centrale, con più contenuto sostanziale, dando un po’ di storia anche ai personaggi secondari e soprattutto ampliando il discorso teorico (spunti ce n’erano) facendone quindi una serie più lunga. Con il rischio di diventare poi troppo pesante per certo pubblico? Beh, forse si poteva osare.

mercoledì 17 settembre 2014

Pubblicità d'auto-re • Locke

locke-auto-bmw
Per fare un buon film è indispensabile una buona sceneggiatura, poi basta un bravo attore, luci sapientemente usate, un buon montaggio e una macchina affidabile, non da ripresa, un'automobile.
Non ce l'ho fatta a non farmi condizionare da pochi attimi in apertura e chiusura del film che lasciano vedere – con quel tipo di discrezione che diventa sottolineatura – il marchio automobilistico del mezzo che permette al protagonista, oberato da un'ora di telefonate che segnano la vita, di affidarsi almeno sulla sua auto.
È sera, Ivan Locke lascia il cantiere e sale sulla sua BMW, all'indomani ci deve essere una delle più grandi gettate di cemento, una di quelle opere mastodontiche che segnano la carriera e di cui lui è il coordinatore, ma questa notte deve andare da un'altra parte e al mattino non sarà presente.
Il film ha una caratteristica che mi piace molto, quello della location unica, al chiuso, e qui siamo proprio strettini (anche se Buried si è spinto oltre) infatti passeremo in tempo reale nell'abitacolo dell'auto di Locke, o pochi metri al di fuori, per tutto il viaggio notturno.
State pensando male, non c'è da annoiarsi, Locke grazie al cellulare deve sistemare figli, moglie, lavoro e rassicurare quello che lo spinge a mettere a rischio tutta la sua vita, la tensione è costante tutto crolla ma allo stesso tempo è il momento per mostrare la struttura... E poi domani ci sono delle fondamenta da costruire e tutto andrà per il meglio. Insomma la metafora è chiara.
Locke è l'uomo che fa della responsabilità sulle proprie azioni una questione d'onore, dovrebbe essere la condotta comune, ma scopriremo che nello specifico le sue motivazioni psicologiche sono dovute al non volersi comportare come il padre, passeggero immaginario (secondo me una nota stonata) a cui rinfacciare quello che deve fare un vero uomo.
Tom Hardy che interpreta Locke è protagonista assoluto, gli altri li sentiamo solo come voci, la sua è una prova di recitazione di tutto rispetto che riesce ad esprimere sofferenza e determinazione, e una calma zen al limite del credibile.
Se luci, storia e montaggio ci rimescolano lo stomaco alimentando l'ansia c'è invece, a contrasto, quest'auto che scorre, macina i chilometri e ci porta a destinazione senza una sbandata: hai già tanti problemi, almeno su qualcosa puoi trovare un po' di sicurezza.
Un esercizio perfettamente riuscito, veramente la pubblicità più lunga, bella ed efficace che abbia mai visto. Gradito

mercoledì 6 novembre 2013

Come due calamite - The Loneliest Planet

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Una coppietta di trentenni americani nel pieno dell'amore ha deciso di compiere un'escursione negli altopiani della Georgia per coronare la relazione, prima del già previsto matrimonio. L'avventura con tenda e zaini in spalla ha però in serbo qualcosa che spezzerà l'affiatamento dei promessi sposi.
Film con aspetti interessanti, ma si arriva alla fine un po' troppo stanchi. Sentiamo anche noi il peso della lunga passeggiata nei paesaggi montani della Georgia dove quello che accade è veramente poco e si gioca ad oltranza sulla tensione costante, sfruttando falsi indizi e la presenza del terzo incomodo: una guida assoldata sul posto.
La sensazione della minaccia incombente che attendiamo provenire dall'esterno, dall'estraneo, si concretizza quasi come ci si aspetta, ma il vero elemento “tragico” viene da chi non si sospettava.
È tutta qui la semplice chiave di volta di questo film. Un gesto, basta un gesto istintivo, per far rivedere sotto una luce diversa tutto quello che si dava per scontato. Poi non è possibile tornare indietro, qualcosa si spezza e provare a soprassedere non ristabilirà mai la condizione precedente. Un attimo può cambiare il significato di giorni e giorni.
La regista russa sfrutta il paesaggio quasi come un fondale, raramente si vede il cielo, la terra viene attraversata senza giungere ad un meta, lo scenario naturale diventa ossessivo, incurante e fagocitante nella sua bellezza. Con lunghe sequenze in tempo reale e campo lungo, si fonde il paesaggio con il passaggio dei tre corpi. La traversata, quindi il vivere, che all'inizio sembrava compiersi da un'unica entità, la coppia, si sfalda e rivela una nuova verità.
Il titolo del film è un gioco di parole con la celebre casa editrice di guide turistiche, la Lonely Planet. Dopo la visione ci appare chiaro che il pianeta solitario a cui si riferisce, il più solitario, è la singola vita dell'essere umano. Gradito

sabato 9 marzo 2013

C'è crisi – Cogan - Killing Them Softly

cogan
La crisi economica coinvolge quasi tutti, anche la malavita deve fare i conti con disponibilità finanziarie ridimensionate ed affidarsi a killer di seconda classe.
Siamo nel 2008 e gli Stati Uniti stanno passando dalla presidenza Bush a quella di Obama. I discorsi politici alla radio e alla televisione diventano sfondo delle vicende che vedono due giovani e inesperti malfattori rapinare una bisca, e la mafia locale incaricare un killer per trovarli e giustiziarli così da riportare fiducia nel “mercato” e far ripartire il gioco d'azzardo clandestino.
La situazione politico-economica è la metafora del racconto e parte integrante dello stesso fungendo, attraverso le dichiarazioni politiche trasmesse in sotto fondo, da colonna sonora. Questo legame diventa esplicito nel finale dove le parole di Obama trasmesse alla TV del bar vengono "riprese" dal killer Cogan rivelando il film come una favola moderna, con la propria immorale morale.
I governanti sono come la cupola, i manager come i killer, gli ideali sono parole da spendere alla TV in una vendita di illusioni propugnata alla gente mentre la storia viene vergata sulle loro spalle.
L'idea di strutturare questo noir secondo questo parallelismo è interessante, la suspance è quasi annullata, come la violenza, sempre attesa, ma banale nel compiersi, un'antitesi alla moda tarantiniana. Tutto prosegue lento e grigio, i personaggi sono ridotti a semplici ingranaggi di un macchina sgangherata, ma che funziona ancora alla vecchia maniera. L'idea che il meccanismo possa essere eluso e sia possibile uscirne vincitori non è concepibile, è un pensiero che può venire solo a due sprovveduti.
C'è un'unica cosa che conta nell'America di Bush, come in quella di Obama e in quasi tutti i paesi globalizzati: non è il senso di comunità, è l'egoistico affare, l'unico fulcro su cui ruota tutta la baracca. Gradito

sabato 22 ottobre 2011

Synapse - Pericolo in Rete [Linux Day 2011]

Synapse pericolo in rete
In molti campi caratterizzati dalla scienza e dalla tecnologia è un imperativo correre continuamente. Ogni ora vengono realizzate nuove scoperte e se in questi campi fai business, la regola madre viene tramutata dal codice binario: o sei 1 o sei 0, o vivo o morto.
In campo informatico vige una quasi posizione di monopolio, 9 computer su 10 hanno un sistema operativo Microsoft, l'altro computer è della Apple. Prima dell'avvento di internet al grande pubblico era praticamente impossibile inserirsi in quel sistema, poi con i servizi web si è aperto un nuovo spazio che permette di intaccare l'immagine dove i grossi imperi dominano tutto. In pratica è un'illusione, non si gioca ad armi pari, ma si è diffuso il concetto che un “qualsiasi” ragazzo in un garage, con una buona idea, potrebbe mettere a rischio affermati colossi.
Dentro questa concezione si inserisce S.Y.N.A.P.S.E, conosciuto anche come Antitrust o Hackers 3. Nel film un gruppetto di giovani programmatori sta lavorando ad un nuovo algoritmo, ma il loro affiatamento viene interrotto dalla proposta di lavoro di Gary Winston, il magnate della NURV (Never Understimate Radical Vision) – una multinazionale che controlla la maggior parte del software mondiale – che sta cercando qualcuno in grado di portare a termine il suo ultimo progetto: un sistema di comunicazione globale via satellite.
Gary non riesce a convincere Teddy, il programmatore idealista, mentre Milo, più rampante e desideroso di raggiungere il successo, entra nel campus della NURV.
Milo scoprirà che dietro ai benefit e al carisma da geniale innovatore di Gary si nasconde un losco obiettivo.
Carina questa spy-story tecnologica piantata sui risvolti etici delle ambizioni personali e sugli effetti globali. Tecnicamente siamo verso il film per la TV, ma la storia è interessante perché incorpora i principali aspetti del “potere” tecnologico in mano a “carismatici leader” e di come influenzino la vita delle persone spesso inconsapevoli ("alla gente non interessa da dove vengono le nuove idee, basta che siano vantaggiose"). 
In quel Gary Winston si possono vedere molti tratti del defunto Steve Jobs anche nello spirito aziendale la NURV ("Mostratevi un po' di creatività" siamo dalle parti del "Think different") sembra la Apple, mentre la portata sembra più vicina alla diffusione della Microsoft di Bill Gates.
Finito il film ero fiero d’averlo visto su un notebook con Ubuntu, ma mentre battevo i tasti per scrivere questa visione mi sono rattristato: sulle punte della dita avevo macchioline di sangue, stavo usando un Macbook.
Gradito
| Visione dal Passato |

domenica 20 febbraio 2011

Inception

- ATTENZIONE CONTIENE SPOILER -

Dom Cobb coadiuvato dal partner Arthur entra nei sogni delle persone ed estrae su commissione segreti nascosti nel subconscio.
L’ultimo furto non è andato benissimo, ma la vittima, il ricco e potente Saito, gli fa una controproposta con una contropartita che non può rifiutare.
Cobb invece di rubare un’informazione dovrà innestare un’idea nella mente di qualcuno e in cambio potrà rivedere i figli che da tempo non può avvicinare a causa del suicidio della moglie Mal che ha fatto sembrare il gesto come un omicidio da lui compiuto.
Inception non è propriamente un capolavoro, Inception è sicuramente bello, articolato, emozionante, ma lungi dall'avere il valore seminale che ha avuto il cugino Matrix. Lo chiamo cugino perché è il primo film che mi è venuto in mente guardando il film di Nolan nonostante siano diversi nello sviluppo: Matrix è anche un film politico e filosofico mentre Inception è poco più di un intrattenimento psicologico (con oggetto l'ossessione dell'idea).
Ma tanti altri sono i parenti, più o meno stretti, che il film di Nolan può “vantare”, o che il regista ha voluto citare, e si può affermare senza possibilità di smentita che Inception non è nemmeno un film originale. Tanto per fare qualche titolo si raccolgono idee da: Paprika, eXistenZ, Donnie Darko, Vanilla Sky, Il tredicesimo piano, Dark City, Mission: Impossible, 007 (la scena della motoslitta è veramente mal girata) e dal libro del 1966 Il signore dei sogni.
Inception riesce a catturare, oltre che visivamente, soprattutto grazie all'architettura della storia e alla colonna sonora perfetta. Esteticamente mi ha dato però una sensazione un po' decadente considerato che è tutta una lievitazione, un esponenziale, di trovate già viste.
Nell'analizzarlo si può essere condizionati dalla filmografia del regista e interpretarlo per concetti generici oppure si può ricercare nella sceneggiatura un senso logico, a mente fredda, per indagarne gli elementi, metterli in relazione e quindi inevitabilmente in discussione.
Se provo a ordinare i pezzi vedo incoerenze e nonostante le spiegazioni delle regole del gioco siano costantemente fornite nel racconto, si rivelano in realtà contraddittorie o poco sensate. Proprio il fatto che siano inserite con esplicite scene e dialoghi manifesta la necessità di far leva nello spettatore e illuderlo a credere, gli insegnano che quanto vedrà è motivato, quindi coerente. Cosa che invece non è, è solo funzionale, si tratta di un “prestigio”.
Il merito quindi di questa sceneggiatura è nella capacità di creare efficacemente il suo mondo. Ti dice che le cose funzionano così, devi solo ascoltarlo, senza domandarti se reggono, è una pappetta pronta da deglutire.
Questo è un altro motivo per cui, per me, Inception non può ritenersi all’altezza del citato Matrix: la razionalità della matrice ha un suo perché, la razionalità piegata dei sogni nolaniani è pretestuosa.
A confermare questo approccio un po' subdolo c’è il furbo finale dove si rimarca la scelta dell'ambiguità. Infatti la scena è costruita per insinuare il dubbio, Cobb non si preoccupa della trottolina, il suo totem, e corre ad abbracciare i suoi figli che sono nella stessa posizione dei ricordi nei suoi sogni (*). Sembra volerci suggerire che l'importante è la sua liberazione da un’idea (Mal) e l'aver raggiunto il “sogno” di rincontrare i suoi figli.
Quindi non è importante se la felicità sia raggiunta nel sogno o nella realtà, ma perché ciò sia possibile bisogna essere inconsapevoli o disinteressati. È la linea di Mal: «non è importante quello che sai, ma quello che credi». In poche parole se non ti accorgi dell’inganno ritieni che l'illusione sia il vero e quindi l'inganno non esiste.
Il creare questo alone di incertezza nel finale, che insinua il dubbio se Cobb sia nel reale o meno (*), rimarca anche un’evidenza metacinematografica, ossia che un innesto lo fa Nolan sullo spettatore: il regista/architetto tramite un film/sogno innesta una sceneggiatura/idea nello spettatore.
Un personaggio in particolare simbolizza questo rapporto, è Arianna, colei che costruisce labirinti ma mitologicamente sa anche come districarli e infatti dipana la mente di Cobb accompagnandolo al confronto con Mal ed è proprio lei ad ucciderla sparandole.
Anche se Inception non mi ha convinto nella sua concezione, durante la visione il coinvolgimento è stato palpabile. Le incoerenze e ambiguità sono dissimulate da Nolan che riesce ad iniettare nello spettatore ansia e meraviglia, il peso ossessivo di un'idea e la catarsi liberatoria di un'altra.
Deliziato
| Reg: 8 | Rec: 8 | Fot: 8 | Sce: 8 | Son: 9 |


- *APPENDICE -

• IL TOTEM E LA TROTTOLA
Un totem serve a capire che non sei nel sogno di un altro (così viene detto nel film). Solo tu conosci il peso e la bilanciatura di quello specifico oggetto e quindi uno non può “progettarlo” identico e per mantenere questa particolarità non puoi farlo toccare ad altri.
Nel sogno fatto su Saito lui si accorge di essere in un sogno quando è a contatto con un tappetino che conosce nella realtà ma che sente diverso: praticamente quel tappeto ha l'effetto di un totem.
La trottola è il totem di Cobb (prima era quello di Mal) e girando sul tavolo nel finale insinua il dubbio se siamo o meno nella realtà perché non vediamo se si ferma.
Cosa importa a noi se si ferma?
In teoria non ci sarebbe motivo per cui non dovrebbe cadere, gli altri totem mica girano per funzionare (Arianna ha un pezzo degli scacchi modificato, Arthur un dado truccato). È maneggiandolo che uno può capire se è in un sogno, anzi ancora meno, se è in un sogno architettato da un altro, perché nel proprio sogno il totem potrebbe esserci ed essere ricostruito e percepito perfettamente, dato che lo conosciamo.
Io però faccio anche un'altra considerazione: come viene improvvisamente fatto comparire un super fucile nel sogno di un altro («non devi aver paura di sognare in grande»), un estrattore potrebbe importare nel sogno il suo totem con le sue proprietà e quindi renderlo inutile.
Ma torniamo al perché ci poniamo il dubbio che la trottola non si fermi.
Cobb aveva detto ad Arianna che l'idea del totem era stata di Mal e che «nel suo sogno la trottolina girava senza fermarsi». Mal nasconde nel sogno la trottolina in una cassaforte, il significato è il suo non voler tornare alla realtà, però se il sogno è suo la trottola deve girare normalmente perché ne conosce le proprietà, se il sogno è di Cobb lei potrebbe aver portato dentro il sogno la trottolina, ma anche in questo caso ne conosce le proprietà.
Insomma non ha senso, però tutto l'ambaradan fa “scena”.

• I FIGLI DI COBB
La scena finale che vuole insinuare il dubbio sul ritorno al reale (sensazione che si prova anche nella fuga a Mubasa con i muri che si restringono) ricopia i ricordi di Cobb quando aveva lasciato i bambini in cortile e che abbiamo già visto. In realtà i bambini sono “diversi", sono cresciuti, la cosa è evidente per la bambina (vedi immagine qui sotto, a sinistra i ricordi nel sogno e a destra il finale), ma anche dalle informazioni sul cast del film dove si può vedere che i piccoli attori usati sono quattro.

• LA FISICA DEI SOGNI
Non c’è motivo per cui le persone invecchino fisicamente nel sogno. È ancora una volta una scelta artistica. Questa trovata non ci permette di escludere che la scena finale sia un sogno: i bambini potrebbero essere "invecchiati" nel sogno.

• ASSURDITÀ
Saito compra la compagnia aerea e l'hostess però è Cobb che mette il sonnifero nel bicchiere di Fischer. Lo fa lui! Non poteva servirgli l'hostess il bicchiere pronto? No la manovra, con il rischio di essere scoperto da Fischer, viene lasciata a Cobb.
Perché? Perché è più emozionante.
L'assurdità più grande però sta proprio alla base del film. Cobb aveva già impiantato un'idea, quella di essere dentro un sogno a Mal. Ma per quale motivo? Avrebbe potuto svegliarsi lui e quindi svegliarla o aspettare che si svegliasse lei, mica poteva rimanere per sempre addormentata.


• È TUTTO UN SOGNO
Ovviamente se ci sono assurdità e insensatezze si può sgattaiolare nel facile "è tutto un sogno", ma che razza di sogno sarebbe con questa complessità?
L'unico modo per dare delle giustificazioni è inserirlo nell'ottica metacinematografica già citata nel post, il film è un inception del regista che esplicita proprio seguendo uno schema da Scala di Penrose (partiamo con Saito vecchio e torniamo su Saito vecchio) la sua essenza paradossale e illusoria.

domenica 30 gennaio 2011

Pontypool

pontypool locandinaGrant Mazzy è uno speaker radiofonico con cappello da cowboy schiacciato in testa e voce ruggente da far grattare nei microfoni di una piccola radio di Pontypool, una cittadina nell'Ontario.
È stato da poco licenziato, probabilmente per il “vizio” d’essere troppo pungente con i suoi ascoltatori, e anche nella nuova emittente viene continuamente bacchettato e tenuto in riga dalla produttrice.
Una sera arrivano notizie di uno strano virus che sembra far cadere gli abitanti in una follia collettiva. All'inizio si pensa sia solo uno scherzo, poi irrompe l'evidenza.
Film low-budget e minimale, rimaniamo sempre dentro le mure della radio, la voce diventa la colonna portante e si lascia spazio alle parole, nelle quali si nasconde il virus.
Grazie a questa idea si omaggia di una dose di originalità il tema ipersfruttato dell’epidemia zombie, e comporta un interessante spunto di riflessione sul potere della parola.
Non basta sentire, ascoltare, la parola bisogna capirla, è solo allora che il virus si diffonde. Le parole diventano una lama a doppio taglio: se in esse è nascosta una minaccia bisogna avvertire tutti, ma parlare è un pericolo...
Nell'era della comunicazione un’arma potente è sempre nell'aria e sotto gli occhi di tutti, eppure troppo spesso sottovalutata o dimenticata. La scelta della "radio" come punto di vista porta l'attenzione sul valore evocativo del parlato, su come, con il linguaggio, si può formare una realtà che non vediamo. Chi detiene i mass media produce quindi non solo informazioni sul mondo, ma anche materiale che lo plasma, e con una manipolazione può creare la realtà. Di conseguenza le parole infette possono arrivare a distruggere un/il mondo.
Come salvarsi?
Ogni comunicazione ha almeno due soggetti: un emittente, che in questo caso non controlliamo, e un ricevente, che siamo noi. È qui che si compie l'atto comunicativo. Noi possiamo non subire il processo, quindi sopravvivere al contagio, ridando senso alle parole e analizzando coscientemente quello che entra dalle porte della nostra percezione. Bisogna setacciare il flusso con un filtro, epurare le parole, scomporle e ricomporle.
-Kill isn’t kill!
-Kill is kiss! Kill is kiss!
-Kiss me.
Gradito
| Reg: 7 | Rec: 5 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 7 |

martedì 7 dicembre 2010

The Killer inside me

killer inside me locandinaAll’apparenza giovane poliziotto modello, Lou Ford è sempre pacato e cordiale agli occhi della gente, ma nasconde dentro di sé una perversione violenta. È pronto a diventare uno psicopatico assassino per mettere in atto il suo progetto di fredda e calcolata vendetta.
Sono deluso dal film di Winterbottom, è girato molto composto, come il protagonista, non appassiona e presenta delle cadute nelle brutte scene morbose e nel pestaggio di Jessica Alba a suon di pugni in faccia, che a me è sembrato addirittura comico.
Nella vasta libreria del protagonista ci si sofferma qualche istante su due libri, una bibbia e un saggio di Freud, che praticamente racchiudono la "spiegazione intellettuale" del soggetto: traumi sessuali subiti da bambino hanno influenzato drasticamente la personalità di Lou tenuto in riga, o meglio incubato, dall'ambiente conservatore, perbenista ed ipocrita della provincia texana.
Il libro di Jim Thompson da cui il film è tratto, uscito nel 1952, poteva godere di un effetto imputativo più coinvolgente per quel tempo, si rivelava un attacco alla famiglia e alla società americana fordista come elementi subdoli e corrosivi per l'individuo. Winterbottom tiene il discorso "sociologico" sullo sfondo e punta invece sulla imperturbabilità del male, su una violenza fredda e razionale che nel suo compiersi, e nascondersi, trae forza dell'assenza di moralità.
Casey Affleck nel ruolo del protagonista, riesce ad esprimere bene le intenzioni, ed è uno dei pochi aspetti convincenti del film. Un piccolo complimento va anche alla cara Jessica che ha osato qualcosa in più del solito, anche se non è molto credibile nella parte della prostituta; lo era di più come ballerina di lap-dance in Sin City.
Un ultimo commento sul finale: com'è possibile che quando entrano nella casa cosparsa da cima a fondo di alcol e benzina non sentano nessun odore? E per quale motivo la casa invece di incendiarsi esplode all'istante? Bah, si poteva fare meglio.
Sgradito
| Reg: 6 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 5 | Son: 7 |

giovedì 2 dicembre 2010

Fuoco cammina con me - Twin Peaks

locandina fuoco cammina con meHo visto questo film in estate, nel periodo dei brutti mondiali della nazionale italiana di calcio. Poche settimane prima mi ero sparato un’overdose di Twin Peaks, la serie tv di cui il film è il prequel, e catapultato in quel mondo recuperando pure i due albi di Dylan Dog che omaggiavano il telefilm di Lynch (per gli interessati sono i numeri 64 e 65) che nel frattempo hanno arricchito le loro pagine di acqua e fango, grazie all’alluvione.
Il succo della storia, della serie, è più o meno nota a tutti i nati intorno agli anni ottanta anche senza averne mai visto una puntata, se non altro per il tormentone: “Chi ha ucciso Laura Palmer?”. Una domanda che indirizza sul territorio del giallo, ma che Lynch fertilizza con un composto ironico, onirico e orrorifico.
Il film, invece, racconta i giorni precedenti l'uccisione di Laura Palmer ed è decisamente meglio guardarlo dopo la serie considerato che mostra esplicitamente la risposta alla celebre domanda, oltre ad essere opportuno distinguere per bene i risultati ottenuti nei due formati.
Nel telefilm c'è attesa per la ricostruzione di cosa è accaduto a Laura Palmer, ad ogni episodio aggiungiamo un qualche indizio (ho un brivido al ricordo della visione anche adesso). Lì gli eventi non sono sempre chiari, alle volte la storia segue strade sospese (forse "perdute"), ma c’è una direzione portante. Nel film, invece, si gioca più coi simboli e la narrazione risulta scombussolata, sembra ci sia l’intento di far intuire spiegazioni definitive, ma invece si sta solo approfondendo alcuni aspetti, come gli antefatti sul versante spiritico e la vera (?) personalità della protagonista.
Laura compare solo dopo ben 25 minuti di film, la sua amica Donna è passata a prenderla per andare a scuola e prima delle lezioni si fa un giretto alla toilette per una sniffatina di coca.
Ebbene sì, conosceremo la signorina Palmer come non ce l’aspettavamo, o almeno io non mi aspettavo. Nel telefilm si era portati a provare una certa attrazione verso Laura (anche se a me piaceva Donna Hayward, grazie alla voce della doppiatrice italiana) che appariva contrastata da una duplice personalità, amorevole d’indole e dannata dalle circostanze, per colpa di un “spirito custode” poco efficiente. Mentre nel film appare solo dedita a spadroneggiare, con molta consapevolezza, lungo la strada della perdizione.
Tra l’altro viene il sospetto che il motivo per cui era la reginetta della scuola non fosse dovuto allo spirito gentile o alla bellezza, a mio parere ben nascosta, quanto ad altre sue qualità, come una ben distribuita “disponibilità”.
La sensazione ambigua del personaggio nel telefilm viene quindi spazzata via, il nuovo ritratto la dipinge in tinta unita come una cocainomane precoce appassionata di festini orgiastici; insomma una ragazzetta ideale per qualche premier.
Ho trovato Fuoco cammina con me un film non necessario: controproducente se si è visto la serie e incomprensibile se non la si è vista. Sono presenti incongruenze con il telefilm, si sente la mancanza di aspetti non toccati e quanto proposto è mal bilanciato, anche se la direzione di David Lynch nobilita un pochino il pasticcio e accompagna verso la conclusione.
In una cittadina montana una bella ragazza viene trovata sulla sponda di un laghetto avvolta in un telo trasparente, il filmetto è finito, incomincia il telefilm cult.
Sgradito
| Reg: 7 | Rec: 6 | Fot: 7 | Sce: 5 | Son: 8 |

Voto a Twin Peaks:
Estasiato
| Reg: 8 | Rec: 7 | Fot: 8 | Sce: 8 | Son: 9 |

lunedì 29 novembre 2010

La habitación de Fermat (Fermat's room)

fermat room locandinaQuattro persone con in comune la passione per la logica matematica ricevono una lettera con un quesito: che ordine segue la serie 5, 4, 2, 9, 8, 6, 7, 3, 1? (*) 
Se riusciranno a risolvere il quiz entro dieci giorni saranno invitati ad un incontro ristretto per scambiare conoscenze fra colleghi. A firmare il misterioso indovinello un certo Fermat. 
Il film si apre con un voce che chiede: «Sapete cosa sono i numeri primi? Perché se non lo sapete, non dovreste essere qui». Un inizio perentorio che crea una certa attesa in parte delusa, perché quanto segue ha poco a che fare con teoremi e dimostrazioni, e più con inganni, invidia e risentimento. 
Non sono quindi indispensabili conoscenze matematiche per seguire il film, i vari richiami, a partire dalla Congettura di Goldbach come movente, sono usati come una strizzatina d'occhio verso lo spettatore attratto dal tema matematico, tema che si rivela poco più che una copertina-pretesto sopra la trama del giallo. Quest'ultima sicuramente meglio riuscita rispetto al tenore delle citazioni della scienza dei numeri sfruttate per creare il “clima” da mistero. 
I protagonisti quando entrano nella stanza di Fermat, per rimanerci per più della metà del film, devono rispondere correttamente ad alcuni quesiti, fin troppo classici, per evitare che le pareti si restringano e contemporaneamente scoprire chi è l'enigmatico anfitrione, e per quale motivo li vuole morti. 
La regia fra quelle quattro pressanti mura non riesce a dare molto, stava meglio fuori. Si prende in prestito una fotografia con colori da film horror moderno e si lascia sostenere il film dallo svelamento delle incognite nel racconto. 
Il risultato è uno di quei filmetti che si guardano volentieri in una seconda serata del periodo estivo senza troppe pretese. Ci sarebbero altre cose meravigliose da dire, anche sulla sostenibilità di tutta la baracca, ma non ci stanno nel margine troppo stretto di questo post.
Gradito
| Reg: 6 | Rec: 6 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 6 |

(*) SOLUZIONE QUESITO
Per avere la risposta selezionare il testo fra parentesi quadre: 
[I numeri sono ordinati secondo ordine alfabetico in base alla loro scrittura in lettere, in lingua spagnola]

lunedì 22 novembre 2010

Buried - Sepolto

buried sepoltoPaul si sveglia dentro un cassa da morto, sotterrato chissà dove nel deserto iracheno, intorno a lui alcuni oggetti possono dargli la speranza di salvezza o rendere più tormentata la sua condanna. A dettare il tempo a sua disposizione le tre tacche della batteria di un BlackBerry e novanta minuti d'aria.
I novanta minuti sono troppi, quelli del film intendo, si poteva anche dimezzare per evitare di risultare a tratti noioso, specie nella prima parte che è pure irritante nell'esasperazione delle attese telefoniche accompagnate poi da domande stupide, poco plausibili. Si poteva anche tagliare la scena del serpente, che appare veramente un riempitivo. Nonostante questa discreta prova di cinema dell'essenziale si poteva, insomma, ridurre ancora.
Passato questo primo stadio di indisposizione sale la tensione e la curiosità sul destino del giovane trasportatore disperso e sepolto in territorio di guerra.
Il rapporto con l'esterno (dalla bara, dalla scena, dall'io) mediato tramite il cellulare diventa un ramificarsi nelle “istituzioni” dell'individuo che nel momento del bisogno è solo perché le relazioni formali si rivelano illusorie ed inefficaci. Le telefonate diventano un emblema rappresentativo dello status individuale e la bara l'implicita impossibile rivolta, si può solo subire la situazione, in balia di eventi e decisioni “internazionali” o su cui comunque non si dispone di controllo.
La nuova violenza toglie lo spazio d'agire individuale, si impone come uno stato di terrore che soffoca e sopprime la vita senza spargere troppo sangue. La persona subisce una società ostile lasciata in eredità da genitori che ora, nella necessità, sono assenti o hanno dimenticato i figli (il padre morto e la madre con l'alzheimer), e dove le organizzazioni sono rese insensibili dal dio del massimo profitto (licenziamento dal direttore del personale).
La "macchina" è comunque in movimento nonostante gli spazi angusti, gira su un soggetto senza destinazione mentre i granelli di sabbia, come in una clessidra, scendono inesorabili filtrando dalle spaccature di una bara-gabbia fino allo scadere, quando rimane solo un inutile «mi dispiace tanto».
Gradito
| Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 6 | Sce: 6 | Son: 6 |

domenica 14 novembre 2010

The Eye

Una bella violinista cieca effettua un trapianto di cornea che le ridona la vista, ma inizia a mettere a fuoco anche immagini terrificanti che anticipano le morti di individui.
La signorina va alla ricerca della sua donatrice, per "vederci meglio"...
Questo è uno dei vari remake in versione statunitense di horror orientali che hanno avuto successo. Il risultato è praticamente sempre inferiore all'originale e pur non avendo visto la versione dei fratelli Pang, che poi hanno proseguito anche con un secondo e terzo capitolo, posso dedurre che anche in questo caso si sia seguita la regola.
Il dono di vedere - più degli altri - può essere una maledizione, e in questo caso praticamente qualsiasi occhio può avere la stessa sensazione guardando questo film. Rimarrà un unico piacevole ricordo: la scena della doccia di Jessica Alba nella sua migliore interpretazione dei 97 minuti di pellicola.
Sgradito
| Reg: 4 | Rec: 4 | Fot: 5 | Sce: 4 | Son: 4 |

mercoledì 22 settembre 2010

Estasi di un delitto

(*) Arcibaldo De la Cruz si reca al commissariato per incolparsi di alcune morti che, a suo dire, riguardano le donne che voleva uccidere.
Attraverso il flashback scopriremo che, di fatto, i suoi impulsi omicidi non venivano mai soddisfatti direttamente, erano le circostanze che portavano agli sventurati epiloghi.
Buñuel fa del romanzo di Rodolfo Usigli una commedia nera con sentori hitchcockiani nella quale un figlio della borghesia si trova adulto e complessato a causa dell’educazione cattolica ricevuta da bambino. Un carillon diventa l’oggettivazione del legame col passato, e la sua litania, per il protagonista, si rivela l'incitamento di un potere demoniaco.
Ritroveremo dopo i racconti degli eventi un Arcibaldo rincuorato, ha ricevuto la sua “confessione”, ma per essere veramente libero deve gettare qualcosa e recuperare qualcuna.
Gradito
| Non avevo segnato i voti |

giovedì 16 settembre 2010

Salt

salt angelina jolieEvelyn Salt è stata una spia infiltrata in territorio nemico, scoperta e torturata, non ha tradito la copertura e alla fine è riuscita a tornare in patria grazie a uno scambio di prigionieri.
Oggi è un’agente affermata della CIA e vorrebbe passare la serata con il suo compagno, ma arriva un russo ad accusarla di essere una spia dormiente prossima a compiere un attentato che darà il via ad una guerra nucleare. Chi è veramente Salt?
Si rispolvera atmosfera da guerra fredda, fantasmi del passato che continuano a tormentare rendendo grigio il presente. Più che al lato politico si punta tutto sull’azione con un risvolto nel lato psico-filosofico.
Il ritmo è scandito da un assemblaggio di tante “situazioni” tipiche del genere alle quali si può ormai attingere a piene mani. C’è la fuga sui tetti di veicoli in marcia, in un domino perfetto; il free-climbing, a salti, in discesa, nel vano ascensore; la guida da passeggero con teaser elettrico sulla gamba del conducente (che fa molto Crank). L’occhio non si annoia, il tempo viene scandito dal battito cardiaco accelerato, ma quello che manca è il cuore.
Ormai si celebra comunemente in molti film d’azione il supereroe “realizzato”, un superuomo che è individuo autonomo, autosufficiente, in grado di controllare le emozioni, iper-addestrato per ogni situazione: uno che vale centomila.
Questa volta il ruolo del caso va ad una superdonna, una Jolie monolitica e mono-espressiva (tranne in un momento in cui fa la tipica faccetta della donna a cui non puoi dire di no; ovviamente un inganno per fregare l’uomo di turno). Purtroppo non è più la bad girl di una volta, si vedono gli anni passati, magra come un grissino risulta poco convincente quando picchia, ma non si spezza. Eppure è la sua parte l’unico tocco nuovo dell’operazione e dona la vera sfumatura che trasborda dal contorno del racconto già visto, portando un surplus. Il suo personaggio diventa emblema di emozioni se non estirpate, stipate nel profondo, compresse al punto che non trovano spazio nemmeno quando si trova di fronte al peggio. Lei non si ferma, avanza, più determinata di prima.
Qui non si lotta alla ricerca di un’identità dispersa nel mare magnum postmoderno, com’era per il “cugino” Jason Bourne, ma si scappa dall’identità perché senza diventa più facile agire (basta un po' di colore ai capelli per essere un'altra).
Prima superuomini, ora superdonne, sempre più automi, sempre meno umani.
Gradito
| Reg: 7 | Rec: 6 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 7 |

mercoledì 8 settembre 2010

Splice

spliceClive ed Elsa sono giovani e brillanti ricercatori, fanno coppia anche nella vita privata e loro la vita la creano pure, in laboratorio, “partorendo” nuovi esseri che dovrebbero produrre miracolose proteine per curare le malattie dell’uomo.
Le loro pratiche necessitano però di ingenti finanziamenti e senza risultati il rubinetto si chiude. Si lanciano quindi in un avventato esperimento: aggiungere ai loro composti animali un po’ di DNA umano. Nascerà Dern.
Vincenzo Natali è lo stesso regista di The Cube dove con poco era riuscito ad ottenere molto in atmosfera, qui c’è più materiale per quanto riguarda effetti speciali (grazie alla produzione by Guillermo del Toro) e un po’ d’aria cronenberghiana, ma è aria condizionata. Il tema trattato è quello delle implicazioni etiche legate alla scienza e alle pulsioni umane, una forza risultante che spinge oltre certi limiti, e quando ci si spinge oltre al conosciuto il giusto e il sbagliato possono confondersi.
In questo caso si aggiunge anche un fattore incognito e “non calcolato”, un punto di visto che emerge dopo “l’esperimento” e ne è proprio il suo compimento. Il risultato infatti non è una cosa, un numero, ma un essere in grado di una qualche coscienza.
Materiale interessante ce n’è, ma la sua gestione è fallimentare. La prima parte del film cattura grazie alla tensione che si crea intorno alla creatura e all’intrecciarsi con il lato psicologico dei due genetisti, comincia a vacillare quando inizia l’effetto Frankenstein di Dern che manifesta amore-odio verso i suoi creatori-genitori che diventano poi pure amanti. Sono proprio le confuse pulsioni sessuali della nuova creatura a dare una rapida svolta horror al film alla quale abbandonarsi con un blando sorrisetto consci che il film è naufragato.
Poco convincente anche l’evoluzione della creatura che da semi-pulcino si trasforma in umanoide attraente con le più svariate “abilità”: branchie, zampe che permettono salti da canguro, coda velenosa modello scorpione con iper-rigenerazione e non si fa mancare nemmeno le ali che spuntano dalla schiena come fossero fazzoletti dalle tasche.
La scienza genetica con intenti umanistici, ed economici, produrrà mostri… Anche Splice ha fatto la stessa fine (forse è geniale).
Sgradito
| Reg: 6 | Rec: 5 | Fot: 6 | Sce: 5 | Son: 6 |

sabato 17 luglio 2010

The Hole

the hole il bucoIn un college inglese d'élite, retta annuale da trentamila dollari, sono scomparsi quattro ragazzi. I giovani avevano deciso di nascondersi in un bunker nel bosco vicino la scuola per evitare una noiosa gita.
L'intenzione era spassarsela per tre giorni e con una piccola bugia nessuno si sarebbe accorto di niente, il loro amico Martin, l'unica persona a conoscenza della furbata, sarebbe andato a riaprire la botola del bunker. Ma il piano non fila liscio.
I film si apre con Liz, una di loro, in stato confusionale che barcolla lungo una strada e sembra essere sfuggita a un maniaco. Arriva al college vuoto, trova un telefono, prende la cornetta e tira un urlo. Da qui in poi, con l’aiuto di una psicologa, si cercherà di ricostruire cosa è accaduto veramente in quel buco.
Lo schema del film è avvincente, la narrazione ricorda una versione molto semplificata de I soliti sospetti, si inizia con due versioni soggettive non compatibili, che incuriosiscono lo spettatore, e si prosegue con flashback che spiegano come sono andate realmente le cose in quei giorni di segregazione forzata. Purtroppo la sceneggiatura ha anche dei punti deboli macroscopici su cui si glissa rendendo poco credibile soprattutto il ruolo della polizia.
Molto convincente è invece il ruolo di Thora Birch, sempre brava in queste parti che ben si adattano alle sue forme burrose. Per lo più si tratta ogni volta della ragazza “tipo”, da contrapporre alla bella del caso. Qui tutti i ragazzi del film sono stereotipati: la biondina svampita, lo sportivo esuberante, il bel tenebroso e quello bravo e intelligente. Abbiamo già detto che hanno anche un fattore comune: l’essere tutti benestanti. Risulta chiaro che c’è un intento di selezione “sociologica” che però non si concretizza in un sviluppo e non si scava in quel “buco”. Infatti, mentre si costruisce un background che poggia sull’apparenza, e si punta quindi il dito contro una gioventù di superficiali, vanitosi e spaventosamente vuoti, rimane oscuro il contorno. L’unico particolare che traspare è la totale assenza della famiglie («Non sono pazza è che mia madre non mi ascolta»).
In conclusione, in quel mondo di privilegiati abituati ad avere ogni cosa materiale, anche l’amore diventa un'ossessione possessiva, un qualcosa di completamente disinteressato all’altro come persona, praticamente un interesse egoistico da soddisfare.
Gradito
| Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 6 | Sce: 6 | Son: 7 |

martedì 20 aprile 2010

Shutter Island

shutter island scorsese"Teddy, forza, riprenditi".
Teddy sta soffrendo il mal di mare, è un agente federale e il suo patner Chuck lo invita a preparasi alla loro destinazione che si staglia all'orizzonte: un manicomio criminale costruito su un’isola. I due devono indagare sulla sparizione di Rachel Solado, una paziente uscita dalla sua stanza senza lasciare nessuna traccia, ma quello da cui si deve veramente “riprendere” Teddy, scopriremo, è un’altra cosa.
Scorsese ci posiziona vicini al nostro protagonista, un Di Caprio che si dimostra uno dei migliori attori in circolazione, e ci conduce in un percorso lineare dove si accumulano indizi che servono per costruire un vacillante castello di carte da far cadere con una soffiata finale.
Quello dell’epilogo che mostra tutto quanto sotto una nuova luce non è certo una trovata nuova e anche se insieme all’ultima scena, che si lascia ad una duplice lettura, è sicuramente ciò che più rimane allo spettatore dopo la visione, non bisogna dimenticare quello che c’è prima: un film corposo e avvolgente.
L’inizio richiama ai noir del passato, con un fondale disegnato e i colori slavati, poi nel proseguo si individuano venature hitchcockiane ma intrise di un mood alla Edgar Allan Poe, e dalla prima scena onirica sentiamo il terreno farsi molle sotto i nostri piedi, c'è dell'altro, cadremo in una spirale di dubbi cercando di farci largo tra follia e logica.
L'isola è uno spazio aperto ma delimitato, minacciata dalle acque e tormentata dalla tempesta, praticamente metafora della psiche del nostro protagonista costretto alla prigionia della mente. Cos'è che assilla tanto il nostro protagonista? Sono i ricordi di un passato che non si vuole, non si può, accettare e un senso di colpa che non si riesce a rimuovere. Allora si prova ad arginare tutto, a costringerlo in un'isola, e costruirci intorno un'altra realtà più sostenibile. Ma i ricordi sfuggono, si tramutano in fantasmi, trovano spiragli e diventano ossessioni.
Perché tutto questo dolore? La causa è la violenza, la violenza insita nell'uomo, in ogni uomo, c'è la Storia a ricordarlo (Dachau) come fatto collettivo oltre che personale. Sembra che sia veramente questa la molla che Dio ha dato agli uomini, non l'ordine morale, il vero assetto sistemico si trova intorno ad un'opposizione che segue la regola "può la mia violenza vincere sulla tua?".
Dopo aver vagato nei labirinti della mente, ed esserne usciti ci si ritrova a guardare in faccia la tremenda verità, ma è come un soffiare sulle ceneri di un dolore che non si può spegnere. Tolta la maschera della pazzia ci si riscopre mostri e, forse, è preferibile trovare un po' di pace (lobotomia) fingendo d'essere uomini per bene che vivere, per quello che si è, da mostri.
Scorsese fa del libro "L'isola delle paura" di Denis Lehane un film carico emotivamente e visivamente, un grande gioco di ruolo che si vorrebbe terapeutico e probabilmente riesce ad esserlo pur non ottenendo i risultati clinicamente sperati, ossia l'uomo liberato grazie all'accettazione, ma sviscerando un cervello che controlla fame, empatia, rabbia, dolore... tutto.
Deliziato
| Reg: 8 | Rec: 8 | Fot: 8 | Sce: 8 | Son: 8 |

lunedì 29 marzo 2010

A perfect getaway - Una perfetta via di fuga

una perfetta via di fugaUna coppietta in viaggio di nozze nelle isole Hawaii, lei è interpretata da Milla Jovovich, incontra un’altra coppietta più scafata, lei è interpretata da Kiele Sanchez, e si accompagnano alla scoperta di quel paradiso terrestre verso una spiaggia che dicono essere meravigliosa.
Lì intorno, però, si cela anche una coppietta di pazzi che gira alla ricerca di altri “piccioncini” da ammazzare: specialità cavargli tutti i denti.
David Twohy alle prese con un’ambientazione molto più calda e apparentemente accogliente rispetto ai precedenti film (Pitch Black, Below, The Chronicles of Riddick) si comporta sempre bene come regista, domina l’isola e costruisce un racconto di dubbi, ma imperniato in un palese inganno allo spettatore, che non rivelo per non rovinare la visione del film; dico solo che in particolare il dialogo della “scena della pipì” risulta il decisivo colpo basso.
Il film è bello da vedere, gioca sulle aspettative di chi guarda, sugli stereotipi, ma ha la cattiva creanza di questa “mano” disonesta. Se la scorrettezza non vi offende troppo, troverete eccitante questa moderna vacanza di tensione con protagonisti degli “innamorati pazzi”. Ci scappa anche una scena con un filtro che rende un bianco freddo accecante simil Pitch Black, ancora un piccolo tributo al film che gli ha aperto la strada verso il titolo di miglior regista di b-movie.
Gradito
| Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 8 | Sce: 6 | Son: 7 |

mercoledì 24 marzo 2010

The Box

Un giorno alla porta di Norma ed Arthur, giovane coppia piccolo-borghese con un figlio, suona il campanello un uomo elegante mai visto prima e consegna una scatola con un pulsante rosso adducendo una strana proposta: se entro ventiquattro ore decideranno di premere il pulsante riceveranno un milione di dollari in contanti, il conto da pagare è che uno sconosciuto morirà.
Muovendo un solo dito possono diventare ricchi, e i due non stanno attraversando un momento facile, ma la loro “felicità” comporta il peso di una responsabilità “capitale”. Come può essere vera una stranezza del genere? Cosa fare? Cosa c’è dietro?
Kelly si è dato una ridimensionata dopo l'incontenibile Southland Tales, ancora dalle parti di Lynch però con venature horror cronenberghiane, rielabora un racconto breve di Richard Mathenson e si concede qualche autocitazione di Donnie Darko. Ricostruisce un ordinato scenario da anni settanta e propone una fantascienza “morale” inquietante che non lascia molta speranza, perché questo è solo il tempo del pentimento, non prima di essere caduti dentro un labirintico vortice fra delirio e complottismo ed aver fatto i conti con le proprie scelte.
Ogni nostra azione comporta sempre delle conseguenze, la maggior parte delle persone se ne frega altamente e guarda al maggior guadagno disponibile per se stesso. Per raggiungere le proprie ambizioni si è disposti a troppo. Un osservatore esterno sentenzierà che se gli esseri umani non vogliono o non sono capaci di sacrificare i loro desideri individuali, allora la loro specie non avrà speranza di sopravvivere. Come farglielo capire?
Mi ha stupito molto positivamente Cameron Diaz e fatto piacere vedere che Richard Kelly ha abbassato un po' la cresta riuscendo ad offrire qualcosa di gestibile e godibile.
Gradito
| Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 7 |

lunedì 15 marzo 2010

Naboer - Next door

naboer e le ragazze della porta accantoIl giovane impiegato John è stato lasciato da Ingrid, sembra che lui non la trattasse molto bene, qualche giorno dopo salendo in ascensore incontra una delle due nuove inquiline della porta accanto. Lei con la scusa di un favore lo invita nel loro appartamento e fanno conoscenza. Le due attraenti ragazze si chiamano Anne e Kim, sono sorelle, no amiche, no, forse non sono nemmeno amiche, sono altro.
Il film si preoccupa più di omaggiare che di ricercare una propria personalità, per farvi un'idea prendete elementi cari a David Linch, poi Memento, L'inquilino del terzo piano e frullateli, ora bevete la miscela e vomitare il tutto. Disponete bene l'amalgama e avrete Naboer.
Questo thriller psicologico usa il labirinto delle stanze per giocare con la mente e come succo una violenta perversione erotica, ma non ha molto da dire, il gusto l'avete intuito dalla ricetta e l'intrattenimento cala appena tutto diventa chiaro.
In realtà non si fa nemmeno in tempo a lamentarsi, dura solo una settantina di minuti, e il trucco dei riferimenti altisonanti e degli ingredienti "piccanti" spinge alla visione che però potrebbe essere anche tranquillamente evitata.
Sgradito

| Reg: 6 | Rec: 6 | Fot: 6 | Sce: 6 | Son: 6 |