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venerdì 22 maggio 2020

Devs

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Alex Garland è uno dei registi che più ho promosso indirettamente negli ultimi anni. Nelle mie top dell'anno (2015, 2018), molto striminzite in quanto a numero di titoli, hanno trovato spazio tutti e due i suoi film come regista. “Come regista” perché Garland si era fatto conoscere nel mondo del cinema inizialmente come sceneggiatore, prima era uno scrittore di libri, infatti fu il successo del suo romanzo "The Beach", alla fine degli anni novanta, a catturare anche Danny Boyle che ne girò la trasposizione filmica con il giovane Leonardo Di Caprio nel ruolo di protagonista, e con Garland a curare la sceneggiatura.
Con questa premessa appare chiaro perché l’aspetto che più ho trovato convincente nei suoi film sia lo sviluppo del tema trattato, poi supportato più da una buona fotografia e visione estetica che da un particolare stile di regia. Quando ho sentito che aveva scritto e girato anche una mini-serie con soggetto una commistione di tecnologia, determinismo e libero arbitro mi sono sfregato le mani, considerato che sono argomenti che mi interessano da molto tempo. Mi sono quindi lanciato alla visione di Devs, mini-serie di 8 episodi, per ora inedita in Italia, disponibile su Hulu.

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Gli eventi si svolgono a San Francisco dove un giovane programmatore deve presentare il risultato di un progetto al capo-guru dell’azienda hi-tech Amaya. Se l’esito sarà positivo il giovane potrebbe entrare a far parte della sezione di ricerca e sviluppo, reparto denominato, per l’appunto, Devs.
Sembrerebbe poco avvincente, ma l’elemento in più è che quella sezione è altamente riservata e fa ricerca pionieristica sull’informatica quantistica. Nel reparto crittografia dell'azienda lavora anche la fidanzata del giovane, si chiama Lily ed è interpretata da Sonoya Mizuno che avevamo già apprezzato in Ex Machina. Sarà presto lei a diventare la protagonista della vicende.
Non è solo l’attrice a creare un legame fra questa mini-serie e il primo film di Garland (Ex Machina), entrambi sembrano futuristici, ma sono rappresentati come un futuro già qui, dove tutto appartiene al nostro tempo tranne il “ritrovato” tecnologico. Unendo i due titoli, risulta quel “Deus ex machina” che indica una persona o un evento che interviene all’improvviso (alle volte in modo forzato) per risolvere una situazione apparentemente senza via d’uscita. Tradotto in modo letterale significa “divinità che scende dalla macchina” e quindi cade a pennello come possibile immagine di sintesi per entrambe le opere: potrebbe essere una macchina a risolvere il quesito se il libero arbitrio sia, in realtà, solo una sensazione emergente di un essere in un sistema complesso ma in fondo deterministico.



La mini serie l’ho guardata molto volentieri, se siete appassionati alle problematiche esistenziali connesse alla funzione d’onda di Schrödinger e alle possibili interpretazioni della meccanica quantistica, ci troverete delle citazioni (interpretazione di Copenaghen, di Von Neuman-Wigner e soprattuto quella di De Broglie-Bohm e quella a molti mondi di Everett), segno che qualche libro di divulgazione sul tema se lo è letto anche Garland. Se queste cose non le conoscete però gradite fantascienza e thriller allora può bastare perchè piaccia anche a voi.
Una critica che voglio fare è che la si potrebbe definire una mini serie “a parentesi” nel senso che la parte centrale è un po’ debole e per il racconto poteva bastare anche solo l’apertura e la chiusura, quindi se ne sarebbe potuto fare un film, ma dato che il formato serie ormai è molto richiesto… E allora si poteva sviluppare meglio quella parte centrale, con più contenuto sostanziale, dando un po’ di storia anche ai personaggi secondari e soprattutto ampliando il discorso teorico (spunti ce n’erano) facendone quindi una serie più lunga. Con il rischio di diventare poi troppo pesante per certo pubblico? Beh, forse si poteva osare.

mercoledì 31 luglio 2019

The Terror (serie, prima stagione)

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The Terror è una serie antologica a stagioni, questa prima è composta di 10 episodi, tratta dal libro “La scomparsa dell’Erbus” di Dan Simmons, è stata da poco annunciata la seconda che si intitolerà The Terror - Infamy e parlerà di un campo di internamento per americani di discendenza giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale.
The Terror prima stagione è inspirato ai fatidici fatti realmente accaduti (La spedizione perduta di Franklin) e in effetti per la prime puntate della serie gli elementi rimangono in equilibrio fra il realismo diluito da possibili scherzi della mente e la possibilità che invece ci siano elementi fantastici, con il proseguo “la cosa” si espliciterà togliendo i dubbi; forse sarebbe stato meglio se invece si fosse riusciti a rimanere in bilico dall’inizio alla fine.
La trama vede due navi britanniche, la Erebus e la Terror, inviate nel 1845 nella zona artica alla ricerca di un passaggio a nord-ovest. I fatti storici dicono che di quella spedizione non si sia saputo più nulla fino al 2014 quando furono ritrovati i resti della prima nave e nel 2016 quelli della seconda.
La nostra serie inizia poco prima che le due imbarcazioni rimangano bloccate ed intrappolate nei ghiacci e continua immaginando quali siano state le sorti dei 129 membri dell’equipaggio.


A colpire subito è il contrasto fra lo spazio claustrofobico e ricco della nave e l’esterno vuoto e sconfinato che si trasforma però in una seconda gabbia, questo è lo scenario che influenzerà in modo determinante le relazioni prima di un equipaggio, poi di singole individualità, alla ricerca di salvezza o qualche forma di redenzione.
Allora che cos’è questo terrore? È solo il nome di una barca? Ovviamente no, nel corso delle puntate assaggiamo le sue sfaccettature, la sua capacità di prosciugare le speranze e di generare in risposta violenza. Questo terrore può trasformare le persone, perché a lottare con i mostri è un attimo a trasformarsi a sua volta in altri mostri. Il terrore può cambiare così profondamente un uomo da renderlo completamente un’altra persona, può segnare una spaccatura esistenziale impossibile da ricomporre.
Quale sarebbe l’origine di questo terrore, qual è la fonte del male?
È un boccone che si mangia giornalmente e che nasconde al suo interno qualcosa di nocivo, è un freddo che ti avvolge fino a spegnere la fiammella che ti fa andare avanti, è qualcosa che ti monta dentro e ti fa implodere quando le tue possibilità diventano contingentate, è il mettere in discussione la vita tua per la vita mia, oppure è solo qualcosa di sconosciuto che ti minaccia dall’esterno, o forse è la certezza che il tuo tempo è finito.

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Oltre a queste riflessioni sottotraccia nella storia, mi hanno convinto in particolare i primi episodi, per la sensazione di realismo della vita nelle navi, e mi è piaciuto anche la scelta per il finale. Quello che ho trovato in difetto è un ritmo troppo lento nella seconda parte oltre ad alcuni fatti poco convincenti: penso alla pseudo festicciola e ai suoi risvolti, ai trasferimenti sulla terra ferma incredibili e all’accampamento che pare un villaggio, quando le disponibilità avrebbero dovuto essere molto ridotte.
Se siete disposti ad immergervi nel freddo polare e lasciarvi avvolgere da una storia che non vi donerà alcun calore, ma che puntella alcuni stati della natura umana, vi consiglio di guardare questa serie che offre un mix di generi dallo storico al dramma, passando per l'horror, l'avventura, il survival, il tutto con uno sfondo di fantastico. In ogni caso se decidete di rimanere alla larga, o al largo, vi capisco, è meglio non disturbare il Tuunbaq che dorme.

lunedì 29 aprile 2019

Love, Death & Robots

Love, Death & Robots serie tv
[+] Quando ero incappato nel trailer (vedi sotto) di Love, Death & Robots mi era salita una grande curiosità per questo progetto prodotto anche da David Fincher. Il connubio fantascienza e animazione per adulti incontrava pienamente i miei gusti e la composizione era invitante, poco impegnativa: una serie da 18 episodi dalla durata variabile ma "mini", non si va mai oltre il quarto d'ora per la singola puntata.
Dopo la visione, in totale la serie dura 3 ore e 20 minuti, posso confermare che la tipologia di animazione, pur cambiando molto da un episodio all'altro, offre sempre una qualità ottima, purtroppo questa ricchezza tecnica non trova una controparte di uguale tenore sul piano narrativo.
Le brevi puntate prendono spunto da racconti classici del genere fantascienza e risultano spesso scontate, in qualche caso noiose. Considerato il breve tempo di fruizione mi evocano l'idea di aperitivi di cui già si conosce il gusto: sono piacevoli, ma non lasciano un gran ricordo.

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Il trittico nel titolo della serie (Amore, Morte e Robots), che dovrebbe fare da trait d'union, visto nell'insieme è nettamente sbilanciato sulla morte, qua e là ci sono i robot, c'è persino qualche episodio prettamente comico, mentre di amore se ne vede poco. Magari non è un caso, forse l'intenzione e mostrare che il futuro porterà a morte&robots, l'amore, se esiste, sarà un ricordo di un tempo andato (penso agli episodi "Tute meccanizzate", "Oltre aquila" e "Buona caccia").
Al di là di questa idea un po' tirata, il grosso difetto della serie rimane che poco ha da dire di nuovo e originale, manca lo spessore, come per molti film moderni eccellenti in tecnica e con poca sostanza.
Forse scegliere una strada come quella che seguì Animatrix poteva essere più interessante, ossia creare ministorie autonome che condividono però un universo comune. Si sarebbe così potuto far lievitare le piccole parti in qualcosa di più corposo.
In ogni caso, considerato che la sua composizione permette di guardare una puntata prima di qualcos'altro o come tappabuchi, consiglio questa Love, Death & Robots che nonostante la delusione è stata una visione abbastanza gradevole.

mercoledì 28 febbraio 2018

Philip K. Dick's Electric Dreams

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[+] Electric Dreams è una serie antologica, ossia le puntate hanno storie autonome, una tipologia che apprezzo perchè elimina l’ansia del non sapere come andrà a finire, ogni puntata ha una sua conclusione e quello che hanno in comune è un genere o un tema, in questo caso si prendono alcuni racconti del celebre scrittore di fantascienza Philip K. Dick per cavalcare l’onda rialzata da Black Mirror sul genere fantascienza.
Dick è già stato sfruttato, spesso saccheggiato, dal mondo del cinema era quindi giunto il momento di passare al "nuovo" formato ed ecco sbocciare le serie ispirate alle sue opere come The Man in the High Castle, Minority Report, Total Recall 2070 e per l'appunto questa Electric Dreams
Confrontando la serie con la citata Black Mirror bisogna dire che ne esce un pochino bastonata: la realizzazione di questi sogni elettrici non l'ho trovata sempre equilibrata, ovviamente ha il vantaggio di poggiare sulle intuizioni di Dick, ma anche in questo caso lo "spirito" viene talvolta tradito e solo in qualche puntata si riesce a creare una sostanza abbastanza convincente, mai pienamente.
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Gli episodi sono 10 da circa 60 minuti l'uno, sono stati trasmessi con due scalette diverse, prima sono usciti nel Regno Unito su Channel 4 con un ordine, poi sono stati resi disponibili anche in streaming su Amazon Video con un altro ordine.
L'episodio che più mi è piaciuto è "Safe and Sound", dove gli Stati Uniti sono divisi fra chi ha abbracciato la tecnologia in modo totalizzante, indossando braccialetti multifunzionali e multitraccianti, abbracciandone i vantaggi e la maggior sicurezza, dall'altra parte piccole bolle di non integrati che vedono in tutto ciò una rinuncia alla libertà. Peccato per lo spiegone finale con flashback sul non visto, per esplicitare la lettura dei fatti, si poteva evitare per lasciare un po' di dubbio e avvalorare la sensazione di paranoia, nota tipica dello scrittore che diceva: «Il punto non è chiederci se siamo paranoici, ma se siamo abbastanza paranoici».
I temi trattati negli episodi sono vari, se si vuole trovare una macro area è quella del rapporto fra quello che è reale, quello che è virtuale, la perdita dei rispettivi confini e le sue conseguenze.
Se dovete scegliere cosa vedere fra Black Mirror e Electric Dreams, consiglio di andare sul primo, è un caso in cui l'allievo ha superato il maestro, e risulta anche più pungente e coinvolgente, ma se vi piacciono le tematiche la visione di Electric Dream non è tempo buttato.
Gli androidi sognano pecore elettriche? Era la domanda dello scrittore, scelta come titolo del suo romanzo, reso famoso dal film Blade Runner. Adesso i sogni elettrici li facciamo noi, quei temi che erano fantascienza sembrano sempre più vicini e ci potremmo anche folgorare.

mercoledì 7 giugno 2017

Mac Gyver - La nuova serie


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È tornato Mac Gyver, ma è una brutta notizia.
Avevo letto qualche mese fa di un certo Lucas Till che avrebbe preso la parte del mio amato Mac, il primo, il vero, quello made in anni ottanta: quello interpretato da Richard Dean Anderson.
Ebbene l'altro giorno il reboot di Mac Gyver era visibile in prima serata su Rai Due, mi sono perso la prima puntata, ma ho visto la seconda. Dopo due minuti avevo preso il mio coltellino svizzero e me lo ero infilzato sulla coscia.

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Il nuovo Mac Gyver interpretato da Lucas Till

Il nuovo Mac Gyver per chi ha amato l'originale è un'offesa, una presa in giro, però ho guardato tutta la puntata e alla fine ho notato che quello che mi aveva portato avanti nella visione era proprio il susseguirsi di assurdità e battute pessime. La sensazione che mi ha dato è come se avessero pensato di traslare le varie storielle esagerate che erano fiorite sul personaggio di Chuck Norris in una versione adattata per Mac Gyver e quindi ne avessero fatto la struttura su cui basare la nuova serie.

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Il vero unico orginale Mac Gyver interpretato da Richard Dean Anderson

Seguendo questa linea e guardare quindi al nuovo Mac Gyver facendo leva su una grande autoironia, potrebbe pure avere un senso. Il tono della nuova serie, per quel poco che ho visto, ha eliminato completamente la tensione di quella originale ed è invece ritmato dalla buffonaggine. Tanto per fare un esempio c'è un ferito con un proiettile nel polmone che viene salvato da Mac Gyver grazie ad un cric per auto utilizzato per divaricarne le costole...

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Al centro Riley Davis (interpretata da Tristin Mays)

Il problema è se si riesce a reggere la pagliacciata per più di una puntata, inoltre se l'intento alla base era veramente questa "revisione" forse sarebbe stato più onesto storpiarne il nome, come avevano fatto per il film MacGruber, o almeno aggiungere qualcosa per connotarlo e in tal caso, secondo me, poteva essere una buona idea chiamare la serie: Mac Gyver for dummies.

martedì 28 marzo 2017

P'tit Quinquin

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[+] Non mi ricordo come avevo scovato P’tit Quinquin, sicuramente mi ero convinto alla visione considerato che è una mini serie composta da sole quattro puntate, l'ideale per un bel binge watching da 3 ore e 26 minuti, credo che sia uscito anche tutto d'un pezzo al cinema.
Questa miniserie (o film lungo) è del 2014, io l'avevo vista/o due anni fa ed era stata una bella scoperta che volevo condividere, poi come al solito avevo rimandato. Recupero ora considerato anche che secondo i miei canoni è indicata la visione nelle stagioni calde, meglio se in estate.

P’tit Quinquin
Le vicende si aprono con la scoperta di pezzi di corpo umano ritrovati dentro la carcassa di una mucca che si trova a sua volta dentro un vecchio bunker. Un fatto strano di per sé, ancora più sconcertante considerato che lo scenario è un tranquillo paesino della costa nord della Francia.
Inizia quindi un’indagine poliziesca e a condurla c’è uno squinternato investigatore pieno di tic, ma a supervisionare tutto quel che accadrà – forse a plasmare quella "fantastica" realtà – c’è anche lo sguardo del piccolo Ptit Quinquin, un ragazzino del posto. P’tit con i suoi amici, fra cui Eve, l’amica del cuore, approfitta delle vacanze scolastiche per bighellonare o scorrazzare in bicicletta nel paesaggio del suo paesello e quindi “attraversare” gli scenari dei delitti.



L’atmosfera che si crea è tragicomica, poetica e grottesca, il mistero viene diluito da vicende buffe, piccole divagazioni significative e dagli intrighi della "vita del villaggio". I personaggi hanno tutti un qualche aspetto strano, mi hanno ricordato in qualche modo quelli di alcuni libri di Daniel Pennac e Stefano Benni, sono le loro "anormalità" uno dei punti più forti e caratteristici.
La regia di Bruno Dumont mi ha colpito fin dall’apertura, ma il nome non mi diceva nulla, sono poi andato alla ricerca di chi fosse e ho scoperto che non era affatto uno sconosciuto, anzi. Professore di filosofia, Dumont ha scritto e diretto film come L'umanità e Flandres vincitori del Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes; film annotati subito nella lunga lista di quelli da recuperare.
Intanto consiglio al lettore questa miniserie, o lungo film, che fa un po' sorridere e un po' pensare, lasciando alla fine un sapore amaro.

domenica 31 luglio 2016

Stranger Things

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[+] Stranger Things è la serie perfetta per i nostalgici dei film per ragazzi del genere fra avventura, fantascienza e un pizzico di horror, tipico degli anni ottanta.
Basterebbe la precedente frase per presentare questa mini serie e da questa sufficienza ne consegue che non si troverà molto altro, ma tutto è presentato bene e diluito in solo otto episodi da 50 minuti quindi può bastare: c’è il tempo per rivangare vecchie emozioni, far scattare il meccanismo agrodolce dei ricordi, senza stancare.

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La serie si apre con quattro ragazzini che stanno giocando a Dungeons & Dragons in un seminterrato, il master ha appena svelato la presenza di un Demogorgon il gruppo invoca la palla di fuoco, Will, il mago della compagnia, è incerto, il dado viene lanciato, cade, si va alla ricerca sul pavimento, ma si è fatto tardi la mamma ordina che devono andare a casa a dormire, domani c'è la scuola. Nel tragitto di ritorno Will avvertirà una strana presenza, il giorno dopo mancherà all'appello mentre comparirà nella cittadina una ragazzina dalla testa rasata e dagli strani poteri. Cosa è successo a Will e chi è la nuova arrivata?
Le citazioni di film nella serie sono tantissime per fare qualche nome su tutti I Goonies ed E.T. L'extra-terrestre, per gli altri consiglio questo video (spoiler), ma ovviamente è più indicato per chi ha già finito di vedere la serie; anche se un po' fuori stile ci aggiungerei pure Akira e X-Files.



La serie oltre ai richiami cinematografici profuma di Stephen King dall'inizio alla fine, non a caso il logo richiama il font usato per alcuni sui libri, e vanta una realizzazione buona in ogni aspetto: cast ben sfruttato, musiche calzanti, ambientazione contenuta, alle volte essenziale, ma evocativa e attenta ai particolari.
Ho già detto che sono solo otto episodi, ma è veramente finita? Un finale c’è, ma come al solito vari sono i cliffhanger negli ultimi minuti dell'ultima puntata per lasciare terreno fertile per una possibile seconda stagione. La miniserie è distribuita in questo momento da Netflix, rientra nella sempre più grande categoria di quello che chiamo "cinema ruminante", in ogni caso il prodotto l'ho gradito.

domenica 3 aprile 2016

Dark Net

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[+] Uno dei post più visitati nell'ultimo periodo è quello di Darknet una serie che avevo perso sul nascere, nel senso che dopo aver visto l'episodio pilota non ero riuscito a recuperare il seguito. Spinto dai visitatori mi sono quindi messo alla ricerca di fonti per vedere la serie, ma le vie del web sono infinite e sono incappato in una nuova Dark Net, ossia un'altra serie più recente; chissà se i visitatori in realtà stavano cercando notizie su questa, fatto sta che l'ho vista e ora scrivo il mio parere.
Fra le due serie c'è solo uno spazio a dividerle, nel nome, ma nella sostanza sono due serie completamente diverse. Questa Dark Net del 2016 è composta da 8 episodi documentari di 30 minuti scarsi, non si parla solo di dark net intesa come oggetto bensì soprattutto degli aspetti più o meno oscuri della rivoluzione che la rete e la tecnologia collegata al web ha generato nel comportamento di alcune persone.

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Sebbene i temi trattati mi interessino molto, la serie non mi è piaciuta altrettanto, due sono i problemi principali: il primo è il ritmo lento, il secondo è che presenta troppo e approfondisce poco.
L'effetto è di una somministrazione di pillole, nella stessa puntata si sovrappongono più argomenti, spezzandoli per dare meno nell'occhio la mancanza di corpo. In questo modo gli argomenti, i casi e le subculture vengono ridotti a un "guarda un po' cosa c'è" o per dirla a la Frankie Hi NRG "sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi", e basta. 
Qualche tentativo di muovere il cono di luce capita, ma nel complesso rimane una presentazione senza voglia di indagare e riflettere su problemi, opportunità, necessità di regole che le nuove dimensioni tecnologiche portano o richiederebbero.
Il succo che esce da questo viaggio nel "nuovo mondo", l'oscura rete, è solo la constatazione di uno spostamento delle frontiere, un oltrepassare i limiti di alcuni aspetti del vivere che sembra al momento interessare solo quelli che appaiono come estremisti, ricercatori di esperienze forti, maniaci e qualche sfortunato che spera in nuove possibilità.
Proprio la mancanza di riflessione sia psicologica, antropologica, sociologica e filosofica della serie sminuisce la portata di quello che fa vedere, e sono frammenti delle società mondiali, quindi possibili sviluppi dell'umanità, sarebbe stato più interessante puntare una luce a varie lunghezze d'onda per provare a illuminare meglio questa cupa rete.


domenica 2 novembre 2014

Messaggi nascosti in The Walking Dead

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The Walking Dead è una delle serie che seguo fin dagli esordi, come si può vedere dall'immagine del post Le "mie" Serie TV l'intenzione era quella di dedicarci un post sullo stile delle altre, invece lo spunto e la voglia per citarla sul blog mi è saltata fuori dopo la visione della 3ª puntata della quinta stagione.
Quindi in questa occasione non presento la serie, magari in futuro, ma se vi piacciono gli horror con gli zombie recuperatela sulla fiducia. Se invece siete in pari con la visione apprezzerete questo messaggio nascosto che nella giornata della ricorrenza cattolica della Commemorazione dei defunti ci sta proprio a pennello.

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Nell'ultimo episodio al momento in cui scrivo – "Four Walls and a Roof" (S05-E03) – il gruppetto di superstiti all'epidemia zombie ha trovato un provvisorio rifugio dentro una chiesa, in alcuni fotogrammi (potete vederne uno nell'immagine qui sopra) compaiono delle sigle e dei numeri in una bacheca sulla parete. Non so in quanti si siano soffermati, io sì e mi avevano incuriosito.
Ovviamente corrispondono a dei versetti della bibbia e con una semplice ricerca in una bibbia on line si può scoprire a cosa corrispondono: 
Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. [Rom 6:4]
Io profetizzai come mi era stato ordinato; mentre profetizzavo, sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa, che si accostavano l'uno all'altro, ciascuno al suo corrispondente.
[Ez 37:7]
I sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono.
[Ma 27:52]
In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire, ma la morte fuggirà da loro.
[Re 9:6]
Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?
[Lu 24:5]

sabato 4 ottobre 2014

Dipendenza da Serie TV - Come affrontarla

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Le Serie TV sono ormai un formato televisivo nobilitato e in continua proliferazione. Nasce però anche un nuovo problema: mentre con telefilm e serie del passato eravamo, per forza di cose, abituati ad aspettare di giorno in giorno o di settimana in settimana per vedere il prossimo episodio, oggi, con internet, abbiamo a disposizione serie complete e diventa difficile resistere alla tentazione di passare da una puntata all'altra cadendo così in un'esigenza compulsiva.
Se vi è capitato di innamorarvi di una serie e di avere sotto mano tutte le puntate, vi sarà forse capitato anche di dire "guardo la prossima, e poi mi fermo" e magari finita quella puntata ripetere la frase, oppure di partire già con l'idea di vedere più puntate in un colpo. Questo fenomeno ha preso il nome di binge-watching.
Qualcuno si è domandato come fronteggiare questo bisogno irrefrenabile di vedere puntate su puntate e ha dato alcuni consigli su come controllarsi che ora vi riporto.

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Il primo consiglio è di decidere di fermarsi nella visione a ¾ di un episodio, se si termina diventa più difficile perché sono sceneggiati per lanciare l'amo della curiosità (cliffhanger) per quello successivo. Di norma c'è un momento dopo metà puntata in cui una situazione drammatica secondaria viene "sciolta" (meccanismo inspira-espira) ed è lì chi bisognerebbe fermarsi perché psicologicamente più facile. Dicono.
Altri due consigli che non richiedono forza di volontà e si concentrano direttamente su accorgimenti pratici sono: disabilitare l'auto-play se usate servizi streaming come Netflix o Hulu (per usarli, illegalmente, in Italia servono procedure particolari), e impostare lo spegnimento automatico del router a una data ora così rimarrete senza connessione.
Se invece le puntate le state guardando da un DVD o da file scaricati bisogna tornare allo sforzo di volontà, un altro consiglio che danno è quello di mangiare e bere durante la visione per mantenere alte le energie necessarie per avere poi lo slancio di decisione per fermarsi!
A me sembrano stupidaggini, però avendo un rapporto di attrazione-repulsione con le serie, per me è facile. La mia ovvia regola è decidi quanto tempo hai per la visione e le puntate che ci stanno sono quelle che vedi.  Ma devo confessare che mi è capitato due volte di cadere nella bramosia della puntata successiva e di sgarrare: è stato per Chuck e per la prima stagione di House of Cards.

mercoledì 15 gennaio 2014

Serie TV - Darknet


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Questa non fa parte delle mie Serie TV preferite, per lo meno non ancora, considerato che ho visto solo il pilot. Darknet è la prima serie prodotta da Vincenzo Natali, regista canadese d'origine italiana, che si è fatto conoscere con l'horror fantascientifico Cube e si è riconfermato con il più recente Splice.
Con l'appellativo darknet ci si riferisce solitamente al lato oscuro del web per indicare una rete, più o meno chiusa, alla quale le persone accedono per condividere temi scabrosi o illegali. Nell'episodio pilota (che potete vedere in streaming qui sopra), diretto proprio da Natali, si intrecciano tre storie che hanno come nodo in comune ovviamente una darknet e come caratteristica principale quella di seguire normali vite quotidiane interrotte da improvvise azioni violente.
L'idea è interessante anche se il gusto che lascia la prima puntata è quello di storielle un po' da leggenda metropolitane... E proprio con una ragazza sulla metropolitana si inizia, o forse è la fine, la sua, o proprio della storia. Beh, inutile anticipare potete vedere da voi.
La serie per ora è di 6 puntate girate da altrettanti registi, verrà trasmessa sulla rete canadese a pagamento Super Channel dal 21 febbraio. Ma chissà, forse arriverà presto anche in italia, o più facilmente sarà possibile trovarla sottotitolata in qualche darknet.

lunedì 2 dicembre 2013

Paranoia Agent

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[+] È passato un bel po' di tempo da quando ho visto Paranoia Agent (2004), la Serie TV d'Animazione di Satoshi Kon; l'avevo guardata in giapponese sottotitolata in inglese, compito per me impegnativo perché il mio rapporto con le lingue straniere è e sempre sarà conflittuale, quindi indice che ci tenevo molto. Lo sforzo fu in gran parte appagato e siccome ho trovato di recente su YouTube la versione in italiano (link allo streaming delle puntate in fondo al post), mi è venuta voglia di proporla ai lettori con la speranza che i video non vengano cancellati. 
Satoshi Kon è uno dei miei registi preferiti e le tematiche delle sue opere mi coinvolgono molto, quando nell'agosto del 2010 è mancato sono rimasto veramente male. Se n'è andato a soli 46 anni con un film in cantiere, The Dreaming Machine, che pare non vedrà compimento.
Paranoia Agent è uscita per la TV ed è composta da 13 episodi di 25 minuti, si ritrovano elementi dei temi trattati nei suoi film, praticamente si può considerare un compendio della sua opera.



La serie non è semplice da seguire e gli episodi appaiono spesso sconnessi fra loro. A fornire la struttura, con qualche interruzione, c'è l'indagine per catturare Shonen Bat: un ragazzino con cappellino e mazza da baseball che si diverte ad aggredire le persone dileguandosi poi grazie a suoi rollerblade dorati.
La prima vittima è una giovane designer che sale alla ribalta grazie a Maromi, un pupazzetto rosa di sua invenzione. La polizia sospetta che lei si sia inventata l'aggressione per attirare l'attenzione e sfruttarla come operazione di autopromozione. 
Da qui si aprono gli eventi che prendono pieghe inaspettate con l'entrata in scena di personaggi in altre faccende affaccendati che pare non abbiano molto in comune. Anche le "realtà" si stratificano, si passa dal thriller all'onirico, dal fantasy al metafilmico, dal comico al drammatico.
Il trait d'union, che progressivamente si svela, evidenzia che quanto selezionato è il materiale per un'analisi sociologica del Giappone, quindi una critica alla società nipponica ipercompetitiva nella quale le persone si trovano oppresse da aspettative elevate o afflitte dai sensi di colpa. Sono situazioni dalla quali le persone vorrebbero fuggire però la via battuta non va verso l'esterno, in un'evasione, bensì verso l'interno, nella psicosi e nella paranoia.

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Shonen Bat a suon di mazzate diventa, paradossalmente, un liberatore per quelle vittime intrappolate nelle loro situazioni personali. Nel finale si uniscono i puntini e viene spiegato tutto, io l'ho trovato un pochino deludente perché le mie aspettative si erano gonfiate nella visione e mi aspettavo qualcosa in più.
La narrazione e la grafica di Kon partono dal tangibile per poi sublimare in realtà oniriche e surreali dove il mondo quotidiano viene centrifugato in un flusso psicoanalitico introspettivo e caotico, in questa nuova dimensione si può trovare uno sfogo, fantasticare e cercare un qualche nuovo ordine. Alla fine se ne fuoriesce con un'apparente calma, ma si intuisce essere solo un punto dell'eterno ritorno.

Consiglio: se avete un tablet salvate questa pagina nei preferiti, come un sommario, e poi guardate le puntate sul vostro dispositivo.
  1. Arriva Shonen Bat!   [Parte1 - Parte2 - Parte3]
  2. Le scarpe d'oro   [Parte 1 - Parte2 - Parte3]
  3. Double Lips   [Parte1 - Parte2 - Parte3]
  4. Il cammino del vero uomo   [Parte1 - Parte2 - Parte3]
  5. Il racconto del Sacro Guerriero   [Parte1 - Parte2 - Parte3]
  6. Minacciata dalla furia degli elementi   [Parte1 - Parte2 - Parte3]
  7. Mhz   [Parte1 - Parte2 - Parte3]
  8. Happy family planning   [Parte1 - Parte2 - Parte3]
  9. Etc.   [Parte1 - Parte2 - Parte3]
  10. Maromi dolce-sonno   [Parte1 - Parte2 - Parte3]
  11. Senso vietato   [Parte1 - Parte2 - Parte3]
  12. Radarman   [Parte1 - Parte2 - Parte3]
  13. Ultima puntata   [Parte1 - Parte2 - Parte3]

sabato 11 maggio 2013

Dead Set + Black Mirror

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[+] Segnalo due serie in un colpo solo perché hanno l'autore in comune, ossia il pungente e geniale Charlie Brooker (conosciuto in Italia per un monologo satirico su Berlusconi), e perché farei fatica a dedicare un post per ciascuna. 
Su Dead Set mi troverei in difficoltà a scrivere molto perché è passato un po' di tempo da quando l'ho vista, per Black Mirror il problema sarebbe contenersi perché ci sarebbe fin troppo da scrivere e quindi uso questo pretesto per costringermi all'essenziale.
Un pregio che hanno entrambe è di essere mini-serie, caratteristica ricorrente in quelle di origine britannica: Dead Set è composta di 5 puntate, la prima dura 45 minuti le altre da 25, un invito a guardarle tutte in una volta; Black Mirror conta già di due stagioni, ma sono entrambe composte da solo 3 episodi di circa un'ora, ognuno autonomo e auto-conclusivo.
Altri due aspetti che hanno in comune sono l'usare il genere, rispettivamente l'horror e la fantascienza, per fare critica sociale, in particolare nella prima una critica sulla società contemporanea e nella seconda una riflessione che mette in guardia su quella che potrebbe essere la società di un futuro più o meno prossimo; l'altro aspetto in comune è molto più personale e riguarda l'essere le due serie che più hanno realizzato alcune mie riflessioni.



Dead Set


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Mentre si sta svolgendo l'ennesima edizione del Grande Fratello nel paese esplode un'epidemia zombie che dilaga rapidamente ovunque. La voyeuristica casa moderna diventa l'ultimo baluardo della presunta "umanità". Potrà resistere?
Mini serie adrenalinica e splatter, dove tutto è metafora della società dello spettacolo.
La TV spesso utilizzata come arma di distrazione di massa, punta a togliere l'attenzione da dove stanno veramente i problemi: tutto intorno. Uno dei paradossi è che nonostante la parola "reality" in queste trasmissioni di vita reale c'è poco. Quelle criticità che non compaiono, che vengono lasciate a margine, finiranno col diventare incontenibili facendo collassare anche il teatrino messo in piedi per ignorarle.
I concorrenti, i personaggi (quello che questo tipo di società desidera siano le persone), se ne accorgeranno con qualche difficoltà solo quando constateranno che il GF non li osserva più, allora sì deve essere successo qualcosa di preoccupante.
Quella rappresentata è la nostra società, stereotipata, superficiale, competitiva, rappresentata da egocentrici e in balia di istinti primordiali. La "casa", il posto sicuro, diventa un credo, ma è solo un baraccone, un'illusione. Pensate possa esserci lieto fine per chi è già un morto vivente?




Black Mirror


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Guardare nello specchio per predire il futuro, guardarci dentro per fissare quali sono gli elementi che potrebbero lievitare, mutare e concretizzarsi in nuovi paradigmi di un modo di vivere ancora più degenere. Questo è quello che prova a fare Black Mirror puntando il riflettore sull'evoluzione possibile del rapporto uomo-tecnologia, ossia sulla relazione più caratteristica della società attuale che pervade ogni aspetto del vivere influenzando i rapporti umani fino a determinarli.
Media e tecnologia sono potenzialmente, da sempre, perversi a seconda dell'uso che sceglie di farne l'uomo, ma hanno raggiunto oggi un grado di capillarizzazione così alto da diventare un fattore determinante.
Da questo presupposto partono tutte le puntate che trattano solo il lato oscuro del rapporto. Per dire di più su come viene sviluppato ogni singola "riflessione" bisognerebbe entrare nello specifico di ogni episodio che è diverso dagli altri per storia, personaggi e collocazione spazio-temporale. Quello che riverbera su tutti è la sostanziale conclusione apocalittica: se poniamo la nostra società di fronte ad uno specchio chiaroveggente ci appariranno futuri lugubri, nemmeno il vetro regge quelle previsioni e si incrina. Se vogliamo diversamente bisognerebbe offrirgli una "faccia" migliore da riflettere.


domenica 7 aprile 2013

Luther

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[+] Luther mi era stato consigliato via twitter, ma quello che mi aveva convinto a iniziare la visione era stato il fatto che erano previsti solo 6 episodi. Non si trattava quindi di una delle tante serie infinite e l'idea di non dover investire troppo tempo mi sembrava invitante. Poi, in realtà, è seguita anche una seconda stagione di 4 episodi e nello scrivere questo post ho scoperto che ne sono previsti altrettanti per una nuova terza stagione.
Questa mini-serie viene dal Regno Unito e il genere è un misto fra noir poliziesco, dramma e psico-thriller. John Luther (Idris Elba) è un ispettore della omicidi di Londra che riprende il servizio dopo un periodo di sospensione causato dal sospetto di qualche responsabilità sullo stato comatoso in cui è stato arrestato un assassino di bambini.
Diciamo che Luther è un tipo che contiene a fatica l'ira, il suo è un acume di tipo istintivo e con lo stesso impeto irrazionale sarebbe portato ad agire in ogni occasione. Oltre all'"incidente" che gli è costata la diffida, l'umore cupo di Luther è condizionato dalla crisi che sta vivendo con la moglie Zoe. John è totalmente coinvolto nel suo lavoro condizionando tutto il resto.

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Il protagonista principale è ben delineato, figura forte, problematica, i suoi modi a me infastidiscono un pochino, invece il personaggio "chicca" della serie secondo me è Alice Morgan, interpretata stupendamente da Ruth Wilson. Alice è una psicopatica che ha ucciso i genitori e Luther, pur convinto della sua colpevolezza, non riesce a dimostrarla. Il rapporto fra i due si farà sempre più complice e ambiguo, tanto che sarà proprio Alice ad aiutare Luther in una difficile situazione.
Altro aspetto che mi aveva convinto ad iniziare la visione della serie è l'ottima scelta per la sigla d'apertura delle puntate: "Paradise Circus" dei Massive Attack, che potete ascoltare nel video qui sotto.



Dal punto di vista dell'investigazione nella maggior parte dei casi il pubblico già conosce l'identità del criminale e si "tifa" perché Luther riesca a risolvere le indagini prima che ci sia una nuova vittima. Oltre a questo schema classico, la trama viene arricchita dalle relazioni con i personaggi secondari e, in aggiunta alle già citate Zoe e Alice, col giovane, devoto, partner Justin Ripley. Nella seconda stagione saranno proprio i rapporti coi colleghi a sfociare in veri e propri colpi di scena.
Le indagini in fondo sono quasi il pretesto per il percorso di dannazione personale di Luther. Se Martin Lutero seguiva la dottrina della giustificazione per fede, John Luther vorrebbe seguire il principio di giustificazione per giustizia. Il suo movente e ragione di vita è la necessità di prendere il colpevole, fermare il male (forse per contenere, condannare e reprimere una parte di sè), ma nonostante l'abilità e i casi risolti, quello che non riesce mai a raggiungere è la "redenzione".

giovedì 28 giugno 2012

The Killing (2011)

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[+] The Killing si promuove citando sfacciatamente Twin Peaks e adattando il celebre motto della serie in: «Chi ha ucciso Rosie Larsen?».
Anche il ritrovamento del cadavere sulle rive di un lago è uguale a quello della serie cult di David Lynch, ma per il resto si differenzia molto per la tendenza al realismo.
Il The Killing in questione è il remake di Forbrydelsen, serie televisiva svedese del 2007, ed è appena finita la seconda stagione, rivelando tutti gli altarini ma aprendo, come il mercato vuole, una porticina ad un nuovo caso e quindi un’eventuale terza serie.

Mireille Enos - Jamie Anne Allman - Kristin Lehman
[Mireille Enos - Michelle Forbes - Kristin Lehman]

L’aspetto caratteristico della serie, come dicevo, è la ricerca di realismo al quale si aggiunge l'ottima qualità della recitazione per i personaggi principali. Ogni puntata corrisponde ad un giorno d’indagini che sono sentite in modo viscerale dall’agente Sarah Linden.
A dare corpo alle investigazioni c’è il dramma dei vari sospettati, quello dei segreti familiari che non si vorrebbero far emergere, ma ancora più forte è l'accompagnamento degli intrighi politici: l'omicidio avviene proprio allo scadere di una campagna elettorale che deciderà il prossimo sindaco di Seattle.

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 [Mireille Enos - Jamie Anne Allman - Kristin Lehman]

La prima stagione segue, come accadeva in Twin Peeks, la strada della ricerca della vera personalità della diciassettenne uccisa che sembra avere un lato oscuro e farebbe rientrare i tragici avvenimenti nella classica brutta fine di una giovane che "gioca col fuoco".
Nella seconda stagione scopriremo come stanno veramente le cose, nel mezzo i sospettati saranno molteplici e la suspance una costante. Ci sarà il tempo per conoscere meglio i retroscena della coppia di agenti che segue il caso, i trascorsi dei familiari di Rosie ed avere la conferma che per politici conservatori e democratici il sale della competizione elettorale non è il programma bensì il colpo basso.


Mi aspettavo un finale un po' più rigoroso, c’è un salto ambientale poco credibile nella ricostruzione delle ultime ore di Rosie ed è difficile concepire che l’esecutore ultimo possa aver retto tutto quel tempo, ma è nell'atmosfera creata che il telefilm vince e convince.
Asso nella manica la fotografia cupa di una città dove la pioggia non sorprende e le gocce scendono come lacrime legittime sopra abitanti che covano i propri dolori e dove giovani sognatori, desiderosi di aprire le ali al mondo, vengono affogati prima che possano spiccare il volo.

giovedì 14 giugno 2012

Il Prigioniero (2009) - The Prisoner

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[+] Ho un’idea fumosa di questa serie, parlo del The Prisoner moderno, quello del 2009, in sole 6 puntate da 45 minuti l’una. L'avevo recuperata perché il The Prisoner originale, del 1967, viene spesso citato in altre serie pop.
Non credo d'avere mai visto una puntata della serie originale eppure è come se ne avessi un ricordo. È difficile da spiegare senza sembrare mezzo pazzo, ma nella mia testa e nei miei ricordi è presente una situazione e le relative emozioni che reputo strettamente collegate alla serie, come se fosse un sogno rimasto impresso nella mia mente, una visione ipnagogica.

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Mi sento stordito e in bocca un forte sapore di tè verde coi fiori di gelsomino, guardo una terrazza che confina, rasoterra, con sterminati prati di erba rasa a cui io do le spalle. Di fronte a me ci sono delle raffinare signore inglesi imbellettate con leggeri e larghi cappelli che bevono composte dalle loro tazze posate su tavolini bianchi di metallo.
Improvvisamente mi volto e scatto a correre a più non posso sul prato verso un nulla all’orizzonte. Quando sono ormai senza fiato una bolla gigante mi urta facendomi perdere l’equilibrio, sbatto per terra.
La bolla fluttua a pochi metri da me, con voce maschile mi dice d'essere il numero 2 e mi domanda chi sono io. Non so rispondere, non me lo ricordo, la bolla mi ingloba. Faccio un piccolo tentativo per liberarmi spingendo contro le pareti, sembrano di spessa plastica trasparente, si deformano ma non si spezzano, mi manca l’aria. Soffoco.

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Il Prigioniero (2009) inizia con un uomo disteso a terra in una zona desertica e rocciosa, si risveglia stordito con alcuni confusi ricordi di un'altra vita a New York, e vede un vecchio ferito che sta scappando da qualcuno, si sente solo un rabbioso abbaiare.
L'uomo soccorre l'anziano, ma questo si riprende solo per chiedergli di dire a tutti che lui è riuscito a fuggire ed esalare l'ultimo respiro. Al tipo non rimane che seppellirlo e iniziare a scarpinare nel deserto, fino a giungere al Villaggio dove scoprirà di essere il numero Sei...


L'atmosfera della serie è lisergica, ci si muove nei territori distorti della mente, mentre il nostro protagonista cerca di capire chi è (chi Sei?) in una micro-società ordinata e controllata, dove le case sono uguali e ogni persona ridotta a un numero da incasellare in un ingranaggio funzionale al mantenimento della città.
La serie è ben girata e bravi gli attori, da citare "Gandalf" Ian McKellen nella parte di numero Due, appaga i palati degli amanti di registi come David Lynch e Terry Gilliam e più in generale tutti coloro che apprezzano le narrazioni complesse e frammentate, dove gli accadimenti non sono pienamente comprensibili e si è disposti a scendere nei meandri ossessivi della mente umana tanto da seguire anche le strade che portano ad amare conclusioni.

lunedì 30 aprile 2012

Chuck


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Qualche tempo fa avevo scritto un'introduzione alle mie Serie TV, volevo dedicare qualche post a quelle che mi sono piaciute di più, come al solito l'entusiasmo era scomparso in fretta, ma provo comunque ad iniziare questo filone speciale dedicato ai telefilm.
Ero indeciso da quale partire, probabilmente potevo seguire l'ordine cronologico di quelle che ho iniziato a guardare dopo Dark Angel. Mi sono però ricordato che avevo deciso di scrivere qualcosa sulle serie dopo la fine di Chuck e quindi parto da lì, tra l'altro questa serie ha una caratteristica che me l'ha accomunata a Dark Angel.

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L'ultima volta che mi ero infatuato di un personaggio fantastico era, infatti, Max Guevara, la Jessica Alba di Dark Angel. Pensavo che il maturare rendesse improbabile il verificarsi di altre cotte del genere, invece mi sono trovato imbambolato di Sarah Walker
La cosa strana, oltre al fatto che è un personaggio di fantasia, è che è bionda e solitamente preferisco le morettine; eppure questa spia della CIA, personaggio femminile principale di Chuck, mi aveva catturato fisso. Da precisare che ho visto la serie in lingua originale (sottotitolata...), non so se con il doppiaggio italiano l'effetto sarebbe stato lo stesso.

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Chuck è un nerd cacciato dalla Stanford University a soli 12 crediti dalla laurea, lavora al Buy More, un megastore di prodotti tecnologici (tipo Mediaworld) a Burbank, in California.
Un giorno Bryce Larkin, un suo compagno dell'università che era stato reclutato dalla CIA, gli spedisce un'email con in allegato l'Intersect: un esclusivo programma "usa e getta" che dopo un flash visivo trasferisce abilità sovrumane e segreti governativi.
Chuck diventa così un soggetto sensibile ed indispensabile per il governo, viene quindi protetto da due agenti CIA: il maggiore John Casey e Sarah Walker. Il trio dovrà conciliare la vita quotidiana ordinaria e quella speciale da spia per difendersi dalle organizzazioni nemiche.


Se non avete visto la serie vi consiglio di guardare solo le prime due stagioni, se proseguirete fino alla quinta potreste perdere tempo e rovinarvi tutto. Per me è stato così.
Le prime due mi hanno coinvolto moltissimo e a mio parere oltre ad essere più "genuine" sono anche qualitativamente migliori. Gli attori con un pizzico d'insicurezza rendono bene i personaggi, nelle stagioni successive si vede che sono molto più "rilassati". Anche le sceneggiature cambiano registro con puntate macchiettistiche e con più scene d'azione, di serie B, che prima erano solo un contorno. Pure la colonna sonora delle prime due stagioni, che seleziona dal panorama indie-rock emergente, calza meglio che nelle tre successive.
La puntata conclusiva della serie suona poi quasi come un'offesa. 
L'indirizzo è quello di collocare ogni personaggio in uno sbocco che sia un'evoluzione, c'è quasi un'ossessione alla crescita che tende a svincolarli da parte di quello che erano prima. Nel caso topico della coppia Chuck-Sarah si sceglie un finale che ha un sapore amaro. In pratica è come se si cancellasse in un colpo tutta la "storia" che abbiamo visto e vissuto.

Per maggiori informazioni vedere:

lunedì 6 febbraio 2012

Introduzione alle “mie” Serie TV - Con la fine un inizio. [Seconda Parte]

quasi magia johnny
[...] Dopo quella presa di coscienza ripresi con qualche sospetto a guardare le puntate dei cartoni fino a quando arrivò il "colpo di grazia".
Mi ero appassionato particolarmente alla serie È quasi magia Johnny, il protagonista era sempre indeciso fra l’esuberante e disponibile ragazza bionda o la riservata e misteriosa moretta: fra Tinetta e Sabrina (per chi ha letto il manga Orange Road, come poi ho fatto io, tra: Hikaru e Madoka). Volevo proprio sapere chi delle due avrebbe scelto alla fine. Anche in quel caso mi persi le ultime puntate!
Non ci credevo. Il dissapore per le serie si incancrenì in disprezzo e salvo qualche eccezione (I SimpsonX-Files, Friends) cercai di evitarle per tutti gli anni a seguire. Ciò nonostante in alcune circostanze arrivai addirittura a subirle. È il caso per esempio di Dawson's Creek, in casa capitava che una puntata venisse addirittura vista tre volte (fratello, sorella e madre), praticamente “seguivo” anche senza volerlo.

dark angel cofanetto
Il rigetto andò avanti fino a Dark Angel (2003), che può essere considerato il mio primo passo verso la riconciliazione con il formato Serie TV.

La serie era trasmessa in seconda serata, ma quando vidi Jessica Alba e il suo personaggio, Max Guevara, ebbi uno scatto di volontà: ero pronto per provare a seguire di nuovo un telefilm e non perdere il finale. 

Incredibilmente, ancora una volta, come una maledizione, non avrei potuto vedere le due puntate conclusive. Nel frattempo però avevo a disposizione l’arma del videoregistratore e vinsi la battaglia.


Siamo arrivati al punto cruciale, la morettina ha dato la spinta, ma è la tecnologia che mi ha permesso di sgretolare la maledizione.
Decisiva nel risolvere l'avversione è stata poi la connessione internet a banda larga e i servizi annessi: non si era più vincolati ai tempi del palinsesto ed era possibile recuperare quasi tutto al momento del bisogno. Il riappropriarsi della fine diventò l'inizio per un rapporto abbastanza piacevole con le serie.

la fine della serie
Abbastanza piacevole, perché nello “sposare” una serie rimangono comunque grossi deterrenti.
Seguire le puntate richiede parecchio tempo ed in più non si è sicuri, nemmeno adesso, di vedere la fine.
Negli ultimi anni nuove Serie TV spuntano come gli amici dopo una vincita al SuperEnalotto e nella vasta offerta è facile trovare qualcosa che incuriosisca, il problema è che se non mantengono un congruo numero di spettatori vengono interrotte, lasciando lo spettatore senza l’agognato “the end”.
E c'è poco da fare, la fine conta molto, perché è un punto nevralgico dove si cambia la direzione dello sguardo, da avanti ad indietro, e si vede sotto un'altra prospettiva (talvolta spiazzante) ore e ore di aspettative. Sprecate?

domenica 5 febbraio 2012

Introduzione alle “mie” Serie TV - Con la fine un inizio. [Prima Parte]

le serie tv
Per lungo tempo ho odiato le Serie TV e ancora oggi sono molto combattuto quando se ne presenta una che potrebbe piacermi. Era proprio un impulso repulsivo, ma non innato e posso rintracciare una genesi. 
Quando ero piccolo incontrai - come gran parte dei bambini italiani dagli anni '80 in poi - la tipologia “serie” con i cartoni animati. All’epoca avevo la sensazione di non guardare molta televisione e di passare la maggior parte del tempo a fare i compiti di scuola o giocando all’aperto fra strade, cortili e parchetti. Se provo però ad elencare i cartoni animati di cui ricordo qualcosa mi diventa chiaro che ne ho “assaggiati” in quantità e devo quindi aver passato davanti alla TV più tempo di quanto pensassi.



transformers
In quel periodo ovviamente non mi ponevo questioni, la TV l’accendevo per la colazione, per la merenda e molto raramente dopo cena, in estate invece seguivo anche alcuni telefilm, due su tutti: Supercar e MacGyver. Il rapporto con “la scatola magica” iniziava e finiva con l’on-off del telecomando.
La storia terminava entro quella pressione di tasti, l’estensione del pensiero avveniva solo sui personaggi del racconto ed era subordinato al possesso o meno dei giocattoli di quei cartoni o, nel caso del telefilm, di una bicicletta parlante e con un turbo boost nelle gambe, oppure di un coltellino svizzero che ti tirava fuori dai guai.
In pratica la "riflessione" sulle trame si realizzava sotto altre forme, esterne alla serie, nel gioco. I cartoni animati, in questo modo, socializzano alla Serie TV e forse è anche questo un motivo del successo delle stesse: diventano i cartoni animati dei “grandi”.
Eppure è proprio con i cartoni animati che è cresciuta la mia idiosincrasia per le serie.

i puffi cartoni
La questione, se si vuole trovare un definito momento originario, nacque durante una ricreazione scolastica alle elementari quando un compagno mi chiese: “Hai visto l’ultima puntata di xxx?”. 
No, non l’avevo vista e diventava un tabù parlarne con me, ero escluso dalla discussione.
Fu così che mi posi il problema: a quelle spensierate visioni c’era una fine ed era importante, aggiungeva un qualche valore che dava un significato particolare e non conoscerla diventava pure un discriminante.
Notai, con sconforto, che di tutto quello che avevo visto mi mancava la fine.