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venerdì 28 febbraio 2014

Beket + Freakbeat

freak-antoni-pazienza

È morto qualche settimana fa Roberto “Freak” Antoni, lo conobbi circa a metà degli anni '90, grazie a una musicassetta registrata con pazienza da un amico, su richiesta di una compilation con canzoni che gli piacevano e che mi avrebbe consigliato; si parla dell'era prima del web. Da un lato c'erano Smashing Pumpkins, Offspring, Oasis, Soul Asylum e qualche altro gruppo che ora non ricordo, dall'altro lato band italiane e fra di loro gli Skiantos di Freak Antoni.
Fu così che ascoltai per la prima volta il rock demenziale del monello, anzi del picchiatello, qualche manciata di anni più tardi vidi anche un loro concerto con l'esibizione dei mitici cartelli rivolti alla gente riportanti frasi tipo:"Fate cagare", “Pubblico di merda” o "Applausi spontanei". Non posso dire di essere un fan, ma li ho sempre guardati con simpatia e la morte di Freak mi ha richiamato alla mente gli anni passati. Quando la trasmissione radiofonica Hollywood Party ha inserito nel loro podcast una registrazione tributo, dove si parla di due film recenti nei quali l'artista ha avuto un ruolo, ho voluto recuperarli.
In passato Freak Antoni si era già prestato a fare un cameo in Jack Frusciante è uscito dal gruppo e in Paz!, i due nuovi titoli sono invece Beket (2008), dove interpreta ancora solo un personaggio secondario, ma è troppo forte e mi ha ricordato un po' Antonio Rezza, e Freakbeat (2011), dove invece è protagonista e voce narrante.


Beket

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Beket è un film minimale in bianco e nero, molto teatrale, fatto di gag assurde e ripetizioni. In sintesi è un immaginario e azzardato proseguo dell'Aspettando Godot di Samuel Beckett: due persone che non si conoscono, un italiano e un francese, si incontrano alla fermata di un autobus piazzata in mezzo al nulla e stanchi di aspettare decidono di incamminarsi verso Godot, che dovrebbe stare dietro la montagna che hanno di fronte. 
In un paesaggio desolato incrociano stralunati personaggi, alle volte si ride, alle volte non si capisce bene, il risultato non convince pienamente, ma se piace il non-sense con ambizioni intellettualistiche, lo si guarda volentieri senza troppe delusioni e pure con qualche momento divertente. Gradito


Freakbeat

freakbeat
Freakbeat è un film più tradizionale, praticamente un documentario on the road dove Freak Antoni, con l'intento di far conoscere alla figlia quali erano i "suoi tempi", va alla ricerca delle tracce del Beat italiano.
Il pretesto narrativo per far partire la coppia nel classico furgoncino Volkswagen è il desiderio di recuperare un leggendario cimelio: la registrazione di un'improvvisazione di Jimi Hendrix con l'Equipe 84!
Freak ricostruisce i tempi andati, quelli dove c'erano individui che volevano un futuro in comune, sono gli anni prima di diventare un punk rocker, quando invece vincerà l'individualità. Lo sguardo è amaro, qualcosa si è dissolto, i vecchi locali culto dove si compravano i dischi o si suonava sono ora diventati negozi. Anche la figlia, in fondo, appare disinteressata a quello che vuole raccontargli: per lei è solo una gita, per lui un requiem.
Il film si perde un po' durante il viaggio nonostante la suspance per sapere se il cimelio verrà trovato, ma la voce del nostalgico beatnik Freak Antoni fa scorrere via il tempo del film, e in fondo si tratta proprio solo di questo, come fluisce indifferente il tempo. Gradito

mercoledì 6 novembre 2013

Come due calamite - The Loneliest Planet

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Una coppietta di trentenni americani nel pieno dell'amore ha deciso di compiere un'escursione negli altopiani della Georgia per coronare la relazione, prima del già previsto matrimonio. L'avventura con tenda e zaini in spalla ha però in serbo qualcosa che spezzerà l'affiatamento dei promessi sposi.
Film con aspetti interessanti, ma si arriva alla fine un po' troppo stanchi. Sentiamo anche noi il peso della lunga passeggiata nei paesaggi montani della Georgia dove quello che accade è veramente poco e si gioca ad oltranza sulla tensione costante, sfruttando falsi indizi e la presenza del terzo incomodo: una guida assoldata sul posto.
La sensazione della minaccia incombente che attendiamo provenire dall'esterno, dall'estraneo, si concretizza quasi come ci si aspetta, ma il vero elemento “tragico” viene da chi non si sospettava.
È tutta qui la semplice chiave di volta di questo film. Un gesto, basta un gesto istintivo, per far rivedere sotto una luce diversa tutto quello che si dava per scontato. Poi non è possibile tornare indietro, qualcosa si spezza e provare a soprassedere non ristabilirà mai la condizione precedente. Un attimo può cambiare il significato di giorni e giorni.
La regista russa sfrutta il paesaggio quasi come un fondale, raramente si vede il cielo, la terra viene attraversata senza giungere ad un meta, lo scenario naturale diventa ossessivo, incurante e fagocitante nella sua bellezza. Con lunghe sequenze in tempo reale e campo lungo, si fonde il paesaggio con il passaggio dei tre corpi. La traversata, quindi il vivere, che all'inizio sembrava compiersi da un'unica entità, la coppia, si sfalda e rivela una nuova verità.
Il titolo del film è un gioco di parole con la celebre casa editrice di guide turistiche, la Lonely Planet. Dopo la visione ci appare chiaro che il pianeta solitario a cui si riferisce, il più solitario, è la singola vita dell'essere umano. Gradito

domenica 16 giugno 2013

Guarda questo treno - Alois Nebel

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Ecco una di quelle “animazioni” che non vanno bene per i bambini e non fanno tanto contenti nemmeno gli adulti, perché è un film lento, triste e cupo; ma bello. 
In una piccola stazione ferroviaria sul confine cecoslovacco, lavora Alois Nebel, la solitudine e i treni in orario fungono da calmante per il suo stato d’animo troppo tormentato da brutti ricordi, ma quando scende la nebbia viene assalito dai fantasmi del passato portandolo in uno stato allucinatorio. Un giorno quel premuroso del suo collega lo fa ricoverare in un sanatorio, in modo da prenderne il posto come capo stazione.
Uscito dal ricovero coatto, Alois, senza più il posto di lavoro, va alla stazione centrale di Praga in cerca d’aiuto. Lì farà nuovi incontri, ma sentirà il bisogno di tornare nella sua zona di confine per affrontare definitivamente quei fantasmi che lo hanno perseguitato per anni.
Alois Nebel è animato con tecnologia rotoscope, ma i fotogrammi non sono colorati, sono in un bianco e nero dove la luce cerca di squarciare la densa oscurità che avvolge i ricordi e la storia. Il risultato è perfettamente calzante per questo noir che segue le tracce di una memoria personale e illumina i risvolti di una memoria storica. La collocazione temporale è nei pressi della caduta del Muro di Berlino, ma i flashback che cercano di schiarire il passato riportano alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Il film è tratto dal primo volume della trilogia di graphic novel scritte da Jaroslav Rudiš, basate sui racconti del nonno Alois, e illustrate da Jaromír Švejdík (che ha anche un blog Jaromir99). Gradito

venerdì 30 novembre 2012

Il cinema come psicoanalisi - Arirang

Se volete comprendere pienamente il significato della performance vocale di Kim Ki-Duk in occasione della consegna del Leone d'Oro alla 69^ Mostra del Cinema di Venezia per Pietà, dovete vedere Arirang.
Arirang è proprio il titolo di quella canzoncina popolare coreana che il regista ha intonato e viene spiegata in questo film, facendo capire il valore che ha avuto quel gesto per Kim Ki-Duk.
Questo è un film intimo e disperato, realizzato più per il regista che per lo spettatore, è un girare come bisogno esistenziale, come necessità espressiva: si tratta per la maggior parte, tranne nel finale, di un video-confessione. 
L'autore si è rifugiato in una catapecchia in montagna e riflette sui tormenti causati da un incidente avvenuto durante le riprese di Dream. Ha deciso di allontanarsi dall'industria del cinema e da tutti, dopo ben 15 film in 13 anni si trova di fronte ad un blocco creativo, ma non solo.
Si parte nel tormento del silenzio, con i gesti quotidiani della vita in solitudine in un gelido paesaggio, poi il ghiaccio si scioglie e sgorga un fiume di parole. Sono le confessioni di Kim Ki-Duk con il suo ego inquisitore, mentre aleggia fuori-campo il fantasma dello spettatore, dell'Altro.
Scopriamo che lo shock dell'incidente, che per altro non ha avuto particolari conseguenze, non è il solo motivo delle sue turbe, è la delusione avuta dai suoi assistenti che ha caricato il tutto. 
L'occasione introspettiva si presta anche a riflessioni sul cinema. Impugnata una Canon Mark II Kim Ki-Duk medita sulla differenza di ripresa, di come illuminazione e diaframma abbelliscano troppo il mondo, mentre la videocamera no. Considera poi il recitare la parte dei cattivi come la più facile da fare: «Bastardi, non vantatevi di interpretare bene il ruolo dei cattivi dimostra solo che siete dei malvagi!».
Ovviamente l'eloquio porta all'esplicitare la sua filosofia, riscontrabile nei suoi film precedenti: il credere in un ordine di natura, il vedere il bianco e il nero come lo stesso colore, il vivere inteso come sadismo e masochismo... Ma poi c'è il tempo per tornare sugli "oggetti" con una carrellata sui premi vinti e rendere grazie ai festival internazionali senza i quali sarebbe sicuramente fallito in una Corea che non aveva riconosciuto la sua arte.
Il film diario si fa quindi film documento drammatico e funge da seduta psicoanalitica, per finire con la "ripresa" di Kim regista-attore diventa anche film "fantastico". Per realizzare il meccanismo di rimozione Kim lascia la dimora, prende la macchina e come un freddo killer procede con l'uccisione liberatoria di quelli che considerava amici e si sono rivelati opportunisti traditori.
Ora può dare un nuovo «Ready-Action!» a se stesso. Deliziato

domenica 1 luglio 2012

Miracolo a Le Havre

Miracolo a Le Havre
Per assaporare completamente questo piccolo grande miracolo sarebbe opportuno aver visto un film precedente del regista: Vita da bohème. In quel film si raccontava la vita di stenti di tre personaggi dalle velleità artistiche. Uno di questi, lo scrittore, si chiamava Marcel Marx e proprio lui, trasferitosi dalla "vecchia" Parigi alla portuale Le Havre, è il protagonista di questo nuovo film di Kaurismäki.
Marcel ora fa il lustrascarpe e riesce a malapena a racimolare i soldi per mangiare, a casa l’aspetta l’amata moglie che per non pesargli nasconde la malattia che porta dentro sé, ma dopo un peggioramento è costretta a farsi ricoverare. Nel frattempo Marcel aiuta un piccolo clandestino a nascondersi dalla polizia e ritrovare la strada verso casa.
I temi del film sono tanto attuali quanto dolorosi, eppure Kaurismäki rappresenta queste vite difficili in tutta la loro dignitosa povertà, senza pietismo, una volta eliminato tutto il materiale a splendere è la genuinità della nobiltà d'animo delle persone.
Il regista finlandese mette sul palmo di mano l'ottimismo nell’amarezza e fa del tragicomico un qualcosa di poetico, così il film scorre via nella sua semplicità. Molto divertente quando per raccogliere del denaro si chiede aiuto al “rocker” Little Bob (che si può vedere nel suo splendore nella foto sopra).
Il post-bohémien mostra che nulla è cambiato negli anni, le povere anime gentili vivono ancora nella fatalità, ma questa volta c’è un pizzico di positività, c'è l'atteso miracolo a cambiare il finale e far fiorire un ciliegio.
Ma di miracolo si parla, perché è il solo "atto" che può portare il lieto fine dentro una società ingiusta, la mobilitazione della solidarietà di classe non basterebbe, per compiere il prodigio serve una piccola ribellione dentro il sistema: un briciolo di coscienza. Deliziato

domenica 26 febbraio 2012

Il cinema mutò - The Artist

the artist
Ho visto il film che sicuramente questa notte vincerà qualche importante statuetta agli Oscar, è un film tecnicamente ben fatto, ma se devo dire quanto mi è piaciuto non mi sbilancerei: l’ho gradito solo per la sua formalità.
Guardandolo mi è venuto in mente quando lessi una riflessione sul cinema che partiva dalla celebre frase di Wittgenstein “su ciò di cui non si può parlare è meglio tacere” e per contro indicava nel cinema la capacita di esprimere quello che non si può trasmettere con le parole; il cinema muto era l’evidenza di questo discorso.
Sicuramente il passaggio al sonoro fu una rivoluzione, il cinema mutò, e seguendo la riflessione accennata, perse la sua specifica genuinità: mentre prima erano le immagini che parlavano, adesso non erano più autosufficienti, si poteva dire senza dover per forza mostrare.
Io questa mutazione la vedo più come un’evoluzione: il fatto di poter comunque girare film muti, volendo, rende chiaro che non si perde niente, anzi, si può beneficiare delle maggiori possibilità offerte dal sonoro.
The Artist è esattamente la prova che non si è perso nulla, in questo caso l’assenza del parlato è una scelta stilistica ben sviluppata.
La sceneggiatura è "calcolata" - sia per l'espressione della storia, sia per la metafilmica collocazione temporale proprio alla fine del cinema muto - e impreziosisce un soggetto di per sé banale. Buona la regia e bravi gli attori, ma è quello che si esprime che non mi è piaciuto.
Il film mi ha smosso in particolare l'idea del “dramma della bellezza”.
Guardando Peppy Miller, aspirante attrice dalla bella presenza, mi è venuta in mente, per contrasto, Belen Rodriguez. 
La bellezza di Peppy (Bérénice Bejo) è emanata dal volto e dai movimenti, è un corpo delicato che calamita gli occhi. Quella della nostra soubrette trasborda dall’esposizione delle forme e dai capolini che attizzano, è una superficie che scotta. Due bellezze diverse, simbolo di epoche diverse, che hanno qualcosa in comune: nella società dello spettacolo, la bellezza comunque paga.
Pur nella sua vacuità, basta un neo per fare la differenza, la bellezza è salvifica. I brutti stiano a guardare.
Per questo vedo nel film compressa tutta la banalità di un certo cinema, il cinema di Hollywoodland, il paese delle apparenze. In fondo questa è un'esemplare storia dell'immagine, dell'esteriorità: un'amore fra belli, la scala del successo scesa e salita, il lieto fine. Un archetipo servile al capitalismo e qui il passato viene ritrattato con sapore postmoderno.
Forse questa operazione nostalgica suona un vero requiem all’anima del cinema, lo suona ora che c'è il sonoro: si può appagare il pubblico, si può realizzare opere tecnicamente migliori, ma sembra che non ci sia nulla di buono da dire. L'importante è offrire un'ulteriore sorriso agli spettatori, i non belli. Gradito

venerdì 8 aprile 2011

Hobo with a shotgun

locandina Hobo with a shotgunHobo (interpretato dal mitico replicante Rutger Hauer) è un senzatetto che ha visto cose che voi umani potreste anche immaginare, basta vi guardiate intorno e concentriate tutto il male di ogni giorno in una cittadina, facendone un esponenziale (ma non basterà): odio, perversione e corruzione dilagano, il lieto vivere del ceto medio è solo un'immagine pubblicitaria e a governare il tutto c’è un sadico boss criminale.
Il nullatenente Hobo sogna di comperare una falciatrice e riscattarsi facendo il giardiniere. Quando riesce ad ottenere i soldi, prestandosi ad una specie di tortura retribuita, il negozio in cui sta acquistando il desiderato oggetto subisce una rapina. Hobo esasperato lascia dov’è il tagliaerbe e impugna uno shotgun: è giunta l’ora di mettere a tacere i teppisti e ripulire la città.
A dargli un po’ di supporto ci sarà Abby, la prostituta dal cuore d’oro, ma mentre i giornali titolano «Barbone amministra la giustizia una pallottola alla volta» il boss andrà su tutte le furie e inizierà la caccia al barbone.
Dopo Machete ecco un altro dei fake-trailer di Grindhouse, trasmesso solo in alcuni cinema di Stati Uniti e Canada, che si trasforma in vero film.
La ricetta è la stessa: splatter, trash con un’ironia rancida e una appiglio di critica sociale. La realizzazione lascia a desiderare. A dir il vero si parte bene con una scena madre di tutto “rispetto”, ma il proseguo del film piacerà solo ai fan del genere “sgradevole”.
A colpire, oltre alla volgarità e alla violenza, è il colore acceso delle immagini con un rosso vivido ad inondare l’oscurità del caos urbano senza identità. Il problema principale viene dalla sceneggiatura che attacca le situazioni con il nastro adesivo e si fa sempre più assurda e stupida.
Secondo me era meglio se Hobo rimaneva solo un finto trailer.
Sgradito
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