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venerdì 28 febbraio 2014

Beket + Freakbeat

freak-antoni-pazienza

È morto qualche settimana fa Roberto “Freak” Antoni, lo conobbi circa a metà degli anni '90, grazie a una musicassetta registrata con pazienza da un amico, su richiesta di una compilation con canzoni che gli piacevano e che mi avrebbe consigliato; si parla dell'era prima del web. Da un lato c'erano Smashing Pumpkins, Offspring, Oasis, Soul Asylum e qualche altro gruppo che ora non ricordo, dall'altro lato band italiane e fra di loro gli Skiantos di Freak Antoni.
Fu così che ascoltai per la prima volta il rock demenziale del monello, anzi del picchiatello, qualche manciata di anni più tardi vidi anche un loro concerto con l'esibizione dei mitici cartelli rivolti alla gente riportanti frasi tipo:"Fate cagare", “Pubblico di merda” o "Applausi spontanei". Non posso dire di essere un fan, ma li ho sempre guardati con simpatia e la morte di Freak mi ha richiamato alla mente gli anni passati. Quando la trasmissione radiofonica Hollywood Party ha inserito nel loro podcast una registrazione tributo, dove si parla di due film recenti nei quali l'artista ha avuto un ruolo, ho voluto recuperarli.
In passato Freak Antoni si era già prestato a fare un cameo in Jack Frusciante è uscito dal gruppo e in Paz!, i due nuovi titoli sono invece Beket (2008), dove interpreta ancora solo un personaggio secondario, ma è troppo forte e mi ha ricordato un po' Antonio Rezza, e Freakbeat (2011), dove invece è protagonista e voce narrante.


Beket

beket-letizia
Beket è un film minimale in bianco e nero, molto teatrale, fatto di gag assurde e ripetizioni. In sintesi è un immaginario e azzardato proseguo dell'Aspettando Godot di Samuel Beckett: due persone che non si conoscono, un italiano e un francese, si incontrano alla fermata di un autobus piazzata in mezzo al nulla e stanchi di aspettare decidono di incamminarsi verso Godot, che dovrebbe stare dietro la montagna che hanno di fronte. 
In un paesaggio desolato incrociano stralunati personaggi, alle volte si ride, alle volte non si capisce bene, il risultato non convince pienamente, ma se piace il non-sense con ambizioni intellettualistiche, lo si guarda volentieri senza troppe delusioni e pure con qualche momento divertente. Gradito


Freakbeat

freakbeat
Freakbeat è un film più tradizionale, praticamente un documentario on the road dove Freak Antoni, con l'intento di far conoscere alla figlia quali erano i "suoi tempi", va alla ricerca delle tracce del Beat italiano.
Il pretesto narrativo per far partire la coppia nel classico furgoncino Volkswagen è il desiderio di recuperare un leggendario cimelio: la registrazione di un'improvvisazione di Jimi Hendrix con l'Equipe 84!
Freak ricostruisce i tempi andati, quelli dove c'erano individui che volevano un futuro in comune, sono gli anni prima di diventare un punk rocker, quando invece vincerà l'individualità. Lo sguardo è amaro, qualcosa si è dissolto, i vecchi locali culto dove si compravano i dischi o si suonava sono ora diventati negozi. Anche la figlia, in fondo, appare disinteressata a quello che vuole raccontargli: per lei è solo una gita, per lui un requiem.
Il film si perde un po' durante il viaggio nonostante la suspance per sapere se il cimelio verrà trovato, ma la voce del nostalgico beatnik Freak Antoni fa scorrere via il tempo del film, e in fondo si tratta proprio solo di questo, come fluisce indifferente il tempo. Gradito

mercoledì 10 aprile 2013

Un film per i grillini - L'onda

l-onda-grillina
Se c'è un film che sarebbe bene vedessero i grillini e i loro sostenitori, è proprio questo. Magari potrebbero proiettarlo nel pulmino la prossima volta che vanno in gita a prendere le nuove direttive dal "facilitatore".
Il film è ambientato in un liceo della Germania. Un giovane professore dallo stile alternativo, che ascolta a tutto volume Rock 'n' Roll High School dei Ramones in auto mentre va a scuola, deve tenere per una settimana un corso sull'autocrazia.
Il primo giorno di lezione i ragazzi si domandano che senso abbia dedicare ancora tutto quel tempo su argomenti ormai risaputi, ritenendo che la storia abbia già testimoniato a sufficienza e che quindi una nuova dittatura non sia possibile perché se ne conoscono bene le conseguenze.
A questo punto il prof ha un'intuizione: fare una specie di simulazione per analizzare come nasce un'autocrazia e così fonda con gli alunni un movimento.
Riassumo i principali punti trattati nel film che diventano uno schema minimale quasi da manuale di scienza politica. Il lettore, per diletto, provi a fare un confronto con il Movimento 5 Stelle, magari spuntando idealmente le varie voci.
  1. Ogni autocrazia necessita di una figura predominante che dia il "la" al movimento.
  2. Il potere deve essere amministrato attraverso la disciplina. Se non ti va bene, allora sei fuori: va via.
  3. Quali sono le condizioni che favoriscono la nascita di una dittatura?
    • alto tasso di disoccupazione
    • ingiustizia sociale
    • disillusione politica
    • inflazione
    • Il potere arriva tramite disciplina, la disciplina smuove nuove energie.
    • La forza del gruppo viene dal creare un'unica oscillazione dalle singole forze; per il potere è necessaria l'unità. 
    • Il gruppo deve proporsi come l'unica soluzione possibile per uscire dalla crisi.
    • Perché ci sia un gruppo bisogna che ci sia un'identità del gruppo. Ci deve essere un simbolo e un tipo di abbigliamento, ossia una divisa, un'uniforme, per riconoscersi e distinguersi. Questa può essere un semplice giubbotto di pelle, anche il comune "giacca e cravatta" è una divisa, o come scelgono i ragazzi può essere una camicia bianca.
      Aggiungo io che se ci si autoproclama “i cittadini”, non una parte, ma tutti, per avere una divisa basta vestirsi come un qualsiasi cittadino.
    A poco meno di metà film, il neo gruppo deve scegliere che nome darsi, fra le varie proposte c'è “l'onda” o “lo tsunami”, perché si propongono di spazzare via tutto. Ai voti vince il primo; curioso come il secondo ricordi il nome di una campagna elettorale che diventerà un film.
    • Come bisogna comportarsi quando si passa all'azione?
      Prima di tutto parlare del leader in modi entusiastici e ai detrattori, che rinfacciano le contraddizioni del movimento, dire: «state facendo la cosa più grande di quella che è». Per secondo, agire sempre come gruppo e non come singola individualità.
    Nello sviluppo di queste regole, il gioco degli studenti diventa sempre più coinvolgente e reale. In poco tempo, quasi senza accorgersi, sono cambiate le loro relazioni e le loro personalità. Si arriva fino a un punto di alta tensione e si trova finalmente spazio per un'autocritica: «ci siamo sentiti esseri speciali, migliori degli altri, abbiamo escluso quelli che non la pensano come noi...». Ma non finisce così la storia, e rimando alla visione del film per conoscerla.
    Il film può risultare troppo semplicistico nell'evoluzione della sua tesi, invece lo è meno di quanto si possa pensare, visto che gli eventi si ispirano a un esperimento effettuato nel 1967 dal professore Ron Jones e denominato “La terza onda”. Certamente è un film interessante dal punto di vista educativo e ottimo come ripasso su come sia facile insinuare nelle giovani menti, specie se deboli e disorientate, un atteggiamento e un credo di stampo fascista. Gradito

    giovedì 26 luglio 2012

    Chiamata metropolitana - Berlin Calling

    berlin-calling
    Ad attirarmi su questo film era stato il titolo per la sua assonanza al celebre album dei Clash (London Calling) e in effetti la musica è l’elemento centrale nel film, ma è di un altro genere rispetto a quella di Joe Strummer e compagni: Berlino chiama un sound elettronico.
    Martin è DJ Ikarus, un giovane promettente che ha appena terminato un tour internazionale e si trova ora alle prese con la preparazione del secondo album. Per cercare un po’ di relax ed ispirazione si lascia cullare dalle droghe sintetiche; una notte esagera con qualcosa tagliato male e viene ricoverato con problemi schizofrenici. Tutto crolla.
    È una variazione sul tema, si è già visto di simile in Trainspotting e Requiem for a Dream, in questo caso la realizzazione non si sbilancia in ricerche artistiche e trova un semplice equilibrio fra lo stile documentaristico e la linearità della narrazione della parabola dell’artista salvato dalla sua arte.
    Così il film punta tutto sull'avvolgente colonna sonora come fa il suo protagonista, interpretato da Paul Kalkbrenner vero DJ nella vita ed autore di tutte le musiche del film (Sky and Sand è stato utilizzata anche dalla Rai nelle pubblicità degli Europei 2012).
    La Berlino del titolo quasi non si vede, in fondo serve solo come elemento rappresentativo per definire collocando l'individuo metropolitano moderno: una figura sola circondata da pubblico. Non è la Berlino inizio anni ottanta di Christiane F. e i ragazzi dello zoo.
    Martin non ha veri amici, pure la sua ragazza-manager in realtà è lesbica ed interessata più alla sua produzione che a lui; la famiglia è distante nonostante i buoni rapporti: il fratello ha scelto un'altra vita e il padre è un predicatore. Anche gli addetti al “recupero” in fondo lo vorrebbero solo dipendente in un modo istituzionalizzato... Insomma negli altri non si trovano appigli.
    Quando si sprofonda nel nulla che ci circonda l’unica strada per salvarsi è riuscire ad aggrapparsi ad una grande passione. Questa è la parabola. Deliziato

    domenica 6 febbraio 2011

    Wanted - Scegli il tuo destino

    wanted scegli il tuo destinoWeslay Gibson è un giovane che fa malavoglia il ragioniere, disprezzando la sua capa, mentre il migliore amico si fa la sua ragazza. Prende psicofarmaci per controllare delle crisi sensoriali e tutto sembra andare alla peggio, fino a quando incontra la bella Fox a un drugstore che con una terapia d'urto lo convince a diventare la punta di diamante della Confraternita del Fato.
    Il regista kazako Timur Bekmambetov mi aveva fatto una buona impressione con I guardiani della notte, poi aveva trasbordato con I guardiani del giorno, ma con la maggiore disponibilità tecnica ed economica di hollywood è riuscito a fare peggio. Nei film citati, con cui si era fatto conoscere, aveva usato gli effetti speciali con ingegno e trama, qui si lascia andare al “virus Matrix”.
    Non si capisce se vuole essere un film giovanilistico, un film di supereroi, un fantasy. Quello che si capisce bene è che la storia (tratta da una graphic novel) è assurda. L'iniziazione del neo-eroe funziona in questo modo: lui va da uno che gli dice «io sono il riparatore, riparo un’intera vita di brutte abitudini» e poi questo gli tira un crostone. Si passa a un altro "maestro" per la domanda esistenziale «perché sei qui? » e se rispondi che non lo sai ti picchiano come un fabbro, ma se rispondi «non so chi sono» allora sei a posto, test superato.
    Ancora più assurda è la concezione stessa della Confraternita del Fato, che sarebbe un manipolo di persone che esegue gli ordini spartiti da un telaio che fra le trame del tessuto imprime un linguaggio mistico con un elenco di persone da uccidere. Lo scopo è quello di mantenere l'equilibrio, la filosofia di fondo: "ne uccidi uno e forse ne salvi mille".
    Tutto fa pensare ad un film di serie B (a me l'insensatezza della storia ha ricordato Push) eppure è dotato di cast dal cognome giusto che però prende sottogamba il compitino. Il protagonista James McAvoy è l'unico che si impegna, la Jolie sfodera la “vecchia” espressione ammiccante da bad girl e Morgan Freeman presta la faccia.
    Il film si conclude con: «Sei settimane fa ero un patetico tipo qualunque, proprio come voi. Ora riprendo il controllo della vita». Ecco, scegliete anche voi il vostro destino, regalategli 110 minuti in più. Evitate il film.
    Nauseato
    | Reg: 7 | Rec: 6 | Fot: 6 | Sce: 4 | Son: 7 |

    domenica 30 gennaio 2011

    Pontypool

    pontypool locandinaGrant Mazzy è uno speaker radiofonico con cappello da cowboy schiacciato in testa e voce ruggente da far grattare nei microfoni di una piccola radio di Pontypool, una cittadina nell'Ontario.
    È stato da poco licenziato, probabilmente per il “vizio” d’essere troppo pungente con i suoi ascoltatori, e anche nella nuova emittente viene continuamente bacchettato e tenuto in riga dalla produttrice.
    Una sera arrivano notizie di uno strano virus che sembra far cadere gli abitanti in una follia collettiva. All'inizio si pensa sia solo uno scherzo, poi irrompe l'evidenza.
    Film low-budget e minimale, rimaniamo sempre dentro le mure della radio, la voce diventa la colonna portante e si lascia spazio alle parole, nelle quali si nasconde il virus.
    Grazie a questa idea si omaggia di una dose di originalità il tema ipersfruttato dell’epidemia zombie, e comporta un interessante spunto di riflessione sul potere della parola.
    Non basta sentire, ascoltare, la parola bisogna capirla, è solo allora che il virus si diffonde. Le parole diventano una lama a doppio taglio: se in esse è nascosta una minaccia bisogna avvertire tutti, ma parlare è un pericolo...
    Nell'era della comunicazione un’arma potente è sempre nell'aria e sotto gli occhi di tutti, eppure troppo spesso sottovalutata o dimenticata. La scelta della "radio" come punto di vista porta l'attenzione sul valore evocativo del parlato, su come, con il linguaggio, si può formare una realtà che non vediamo. Chi detiene i mass media produce quindi non solo informazioni sul mondo, ma anche materiale che lo plasma, e con una manipolazione può creare la realtà. Di conseguenza le parole infette possono arrivare a distruggere un/il mondo.
    Come salvarsi?
    Ogni comunicazione ha almeno due soggetti: un emittente, che in questo caso non controlliamo, e un ricevente, che siamo noi. È qui che si compie l'atto comunicativo. Noi possiamo non subire il processo, quindi sopravvivere al contagio, ridando senso alle parole e analizzando coscientemente quello che entra dalle porte della nostra percezione. Bisogna setacciare il flusso con un filtro, epurare le parole, scomporle e ricomporle.
    -Kill isn’t kill!
    -Kill is kiss! Kill is kiss!
    -Kiss me.
    Gradito
    | Reg: 7 | Rec: 5 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 7 |

    lunedì 17 gennaio 2011

    Death Race

    death race locandina(*) 2012: l’economia è al collasso, la disoccupazione a livelli record, il crimine impazza e il sistema carcerario ha raggiunto il culmine.
    Perché non tramutare i fastidiosi e improduttivi corpi stipati in gattabuia in nuovi piloti-gladiatori da sfruttare in uno show tv, così da spillare denaro tramite pay per view e allo stesso tempo sfoltire le fila dei galeotti?
    Non c’è motivo per non farlo, quando non esistono valori etici e c'è un pubblico pronto a guardare e pagare.
    Al macabro programma partecipa un operaio ingiustamente imprigionato, disposto a rischiare la vita per riavere la libertà. Segue una tre giorni di carneficina automobilistica, che si può prenotare in offerta speciale per goderne comodamente seduti sul divano.
    Film di puro intrattenimento con lo stile videogame come punto di riferimento, mi ha ricordato Gamer, che praticamente ne ha ricopiato l'idea modernizzando il contesto. Il protagonista è interpretato da Jason Statham, un marchio di "garanzia" per film del genere.
    Gradito
    | Non avevo segnato i voti |

    domenica 14 novembre 2010

    The Eye

    Una bella violinista cieca effettua un trapianto di cornea che le ridona la vista, ma inizia a mettere a fuoco anche immagini terrificanti che anticipano le morti di individui.
    La signorina va alla ricerca della sua donatrice, per "vederci meglio"...
    Questo è uno dei vari remake in versione statunitense di horror orientali che hanno avuto successo. Il risultato è praticamente sempre inferiore all'originale e pur non avendo visto la versione dei fratelli Pang, che poi hanno proseguito anche con un secondo e terzo capitolo, posso dedurre che anche in questo caso si sia seguita la regola.
    Il dono di vedere - più degli altri - può essere una maledizione, e in questo caso praticamente qualsiasi occhio può avere la stessa sensazione guardando questo film. Rimarrà un unico piacevole ricordo: la scena della doccia di Jessica Alba nella sua migliore interpretazione dei 97 minuti di pellicola.
    Sgradito
    | Reg: 4 | Rec: 4 | Fot: 5 | Sce: 4 | Son: 4 |

    domenica 17 ottobre 2010

    In Bruges - La coscienza dell'assassino

    in bruges(*) Ray e Ken sono killer di professione, questa volta il loro capo li ha spediti a Bruges, turistica città fiamminga in attesa di altre direttive, praticamente una vacanza forzata.
    Un film in crescendo, dove lo spettatore viene immerso nell’atmosfera del freddo paesino medievale, dove tutto sembra immobile. Lentamente incontri insoliti movimentano sempre più le acque torbide dell’animo di due assassini dal cuore tenero.
    Scopriremo che nella missione precedente qualcosa era andato storto, qualcosa che non si può riparare.
    Si potrebbe definire il film di natale per i killer, storia di morte e d’amicizia e, forse, redenzione. Un racconto fondato sull’importanza di tenere fede a principi nell’agire, in particolare del principio della morte, che non è un inizio, ma un(a) fine.
    Deliziato
    | Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 8 |

    lunedì 20 settembre 2010

    The Informers - Vite oltre il limite

    the informersPrimi anni ottanta, siamo a Los Angeles, fra musica, Hollywood e vita comune. La sensazione è quella di essere giovani per sempre, al ritmo del rock, bevendo e condendo ogni avvenimento con la droga.
    I personaggi sono rappresentativi della sezione sociale scelta: rock star maledette, ricchi-belli-viziati e chi gli gira intorno, senza tralasciare gli esclusi dal palcoscenico.
    Quelle storie di vita si toccano, si affiancano, e mentre alcune stonano tutte vengono attratte da una voragine bianca accecante: il vuoto di un’epoca che ha prosciugato i corpi, abbandonandoli senza un senso su una spiaggia arsa da una luce artificiale.
    Lo schema ricorda Magnolia, ma non riesce ad emularne la carica emotiva e ricrearne il coinvolgimento, qui si segue una struttura incerta sia nei legami fra le storie che nel senso globale. Forse il film si fa proprio uguale alle storie che racconta, inglobando in sé la superficialità, facendo più esposizione “fotografica” di una generazione senza morale che riflessione su una generazione perduta. In tal modo risulta nel suo compimento insoddisfacente proprio come quelle vite spogliate.
    Quello presentato è uno spaccato sociale che festeggia mentre scorre la morte, che si diverte mentre diffonde l’AIDS, che è triste ma deve sorridere; è questa incoscienza o coscienza nichilista? Intanto chi sogna di essere una star sprofonda nella delinquenza, e chi vorrebbe essere solo quello che è, appare insufficiente, anacronistico, tanto da essere praticamente disprezzato anche dal proprio padre.
    The Informers è l’adattamento del libro Acqua dal sole di Bret Easton Ellis che ha partecipato alla sceneggiatura, ma l’impressione è che sia necessario andare a cercare nelle pagine dello scrittore per trovare un po' di ordine, cosa carente in questo film che però ha il merito di trasportare bene un senso di perdizione imperante.
    Gradito
    | Reg: 5 | Rec: 6 | Fot: 6 | Sce: 5 | Son: 6 |

    lunedì 6 settembre 2010

    Tropic Thunder

    (*) Tre star di Hollywood sono alle prese con il film di guerra più costoso della storia del cinema, ma in una scena in mezzo alla giungla la finzione diventa troppo reale...
    Parodia dei film del genere “guerra” in stile Ben Stiller con un risultato non esaltante. Battute del tipo “bubusette vi faccio a fette” e ironici proverbi del tipo “quando la mandria perde la strada, il pastore uccide il toro che porta allo sbando”: non si riesce ad andare oltre qualche sorrisetto un po' forzato.
    Scorre in superficie pur avendo l'intenzione di grattare, ma non lascia alcun segno.
    Sgradito
    | Reg: 6 | Rec: 6 | Fot: 6 | Sce: 6 | Son: 7 |

    sabato 4 settembre 2010

    Amore, bugie e calcetto

    (*) Offre più di quello che ci si aspetterebbe. La partitella settimanale di calcetto è per sette uomini una via di fuga, dietro ogni ruolo in campo si rivela una caratteristica persona e quasi una metafora di vita.
    Quel correre amatoriale inseguendo una palla e cercando di battere l'avversario sprigiona anche una forza comune, un "fare squadra" che aiuta ad affrontare/dimenticare le singole difficoltà della vita che avanza, e anche quelle che si trascina dietro.
    Una commedia, italiana, sentimentale, pure con titoletto frivolo, tutto faceva prevedere del pattume, ma non questa volta, questa volta c'è spazio per un po' di sincerità.
    Gradito
    | Non avevo segnato i voti |

    martedì 20 luglio 2010

    The Onion movie

    the onion movieFilm che raccoglie una serie di sketch non sempre brillanti, spesso politicamente scorretti, talvolta divertenti, tenuti insieme da un archorman che lancia dal suo telegiornale quelle "imbarazzanti" notizie.
    È una trasposizione filmica della rivista satirica The Onion (se volete farvi un'idea esiste una versione online) e potrebbe essere visto come una specie di declinazione americana dei film inglesi E ora... qualcosa di completamente diverso dei Monty Phyton e anche del buon "vecchio" Helzapoppin'.
    La diversa nazionalità influisce nello stile apportando una maggiore volgarità irriverente rispetto ai cugini inglesi, ma riesce comunque a trasformarsi anche in critica di alcuni aspetti della società americana, come i pregiudizi sui neri/repper o il problema dell'obesità, e fare dell'ironia sulle cantanti teenager praticamente animatrici soft-porno: personaggi tipo Britney Spears per gli anni passati, Miley Cyrus per quelli correnti (il personaggio del film assomiglia alla prima e il suo nome, Melissa Cherry, ricorda quello della seconda).
    Ma non ha senso dedicare troppe parole al film, come rivelano quelli della cipolla "sappiamo che i critici cinematografici sono dei pagliacci" e alla massa non interessa niente di quello che dicono, quindi chiudo come loro, facendo il verso a Edward R. Murrow: «Per Onion News qui è Il Recidivo, fanculo e buonanotte!».
    Gradito
    | Reg: 6 | Rec: 6 | Fot: 6 | Sce: 7 | Son: 6 |

    giovedì 3 giugno 2010

    The Sky Crawlers - I cavalieri del cielo

    i cavalierei del cieloAVVERTENZA: il film è particolare e condizionato da un ritmo lento e dal momento in cui arrivano certi dialoghi, se non l’avete visto e volete guastarvelo veramente consiglio di rimandare la lettura a dopo la visione (compresa la fine dei titoli di coda!).

    Per tutta la durata di questa animazione che coniuga una doppia soluzione grafica, vecchio stile per le scene a terra e computer grafica per quelle in volo, si viene avvolti in un’atmosfera eterea e dilatata.
    La sensazione che il film lascia si trascina anche nei giorni seguenti, io l’ho metabolizzato dopo una settimana: subito non mi ero nemmeno domandato se mi era piaciuto.
    Si apre con l’arrivo in una base militare di un nuovo pilota d'aereo che fin dalla sua presentazione si trascina il “fantasma” di quello che l’ha preceduto e del quale cercherà di capirne la storia e l’identità.
    Scopriremo che lui è un Kildren, adolescenti-killer, senza emozioni, creati per diventare aviatori militari, sono un brevetto della Rostock corporation, una delle due industrie belliche che hanno in appalto le guerre.
    Le guerre in questo mondo alternativo sono "forzate", combattute contro nemici asettici e con una funzionalità specifica: servono agli spettatori, devono alimentare la fiducia dell’importanza della pace per la società. La guerra per essere convincente deve essere reale, la sola narrazione rischia di annullarne l’effetto e se la gente non vede la sofferenza allora la pace non può essere mantenuta e il suo significato dimenticato.
    Per soddisfare l'esigenza di uno stato di guerra continuo vengono creati appositi soldati, carne da macello, e così i Kildren combattono il loro conflitto indefinito contro nemici anonimi mentre la gente comune assiste annoiata agli attacchi dalla televisione di un bar o visitando le basi militari.
    La vita dei protagonisti delle battaglie diventa un’infinita ripetizione del presente, vivono in un’innocenza irresponsabile trascorrendo l’attesa fra un combattimento e l’altro in una quotidianità monotona dove i gesti perdono senso. In fondo tutto quello che accade è come se non succedesse, sono infanzie spezzate, vite progettate per non avere un futuro. D’altra parte persone che sono state allevate per morire è necessario che crescano?
    Il regista Oshii, già celebre per Ghost in the shell, trae spunto dalla graphic novel di Hiroshi Moro e con un’estetica malinconica ci sommerge e stordisce come in un dormiveglia per mostrarci la storia di una vita concentrata e diluita. Nei cieli c'è un nemico che non può essere sconfitto, un "padre" che ti darà il colpo di grazia, e in terra un'umanità da rassicurare perché la sua perdita di Umanità è un costante pericolo per se stessa.
    Deliziato

    | Reg: 8 | Ani: 8 | Fot: 8 | Sce: 8 | Son: 8 |

    venerdì 21 maggio 2010

    Sleep Dealer

    sleep dealerMemo Cruz è un giovane amante della tecnologia, vive con la famiglia in una zona arida del Messico, tempo addietro erano proprietari di terre irrigate e coltivate mentre ora per procurarsi un po’ d’acqua devono recarsi alla diga costruita da una corporation che ha bloccato il corso del fiume e privatizzato l'acqua. Solo dopo essersi identificati ad un ingresso militarizzato possono accedere al bacino e riempire le loro bisacce, per trentacinque litri fanno ottantacinque dollari: dovrebbe essere acqua dolce ma è veramente “salata”.
    Memo sogna di trasferirsi in città però il padre non vuole abbandonare la sua terra e quello per cui ha lavorato tutta la vita. Un drammatico evento, di cui è responsabile, porterà Momo a Tijuana dove farà la conoscenza della scrittrice Luz che l’aiuterà a farsi impiantare i nodi indispensabili per connettersi al mercato del lavoro. Quello che prima lo appassionava arriverà ad esaurirlo.
    Il futuro immaginato da Alex Rivera non è poi così lontano da noi, l’economia globale si è spostata nella rete, le nuove fabbriche non fanno uscire alcun materiale, si prendono i lavoratori li collegano a cavi che diventano le nuove catene e assorbono la forza lavoro delocalizzando i risultati. Memo comanda un robot che costruisce un palazzo in America, in un posto dove non è mai stato. Le nuove fabbriche vengono soprannominate “sleep dealer” perché risucchiano lontano le energie degli “operai” e senza che se ne rendano conto li portano al collasso.
    Questo Terzo Mondo cyber vede scomparire le distanze virtualmente mentre alti muri dividono ancora le frontiere, si libera la circolazione alla sfruttamento della manodopera, ma non quella dei corpi. Intanto alla televisione indottrinano il popolo su chi sono i buoni e chi i cattivi sfruttando il format del reality come telegiornale. Diventa difficile capire come stanno le cose veramente da spettatori, solo quando si diventa attori protagonisti capaci di mettere in discussione l'ordine stabilito si accende la speranza perché qualcosa possa cambiare e qualcuno faccia qualche passo per redimersi.
    Un film ricco di idee che straripa non sostenuto da un adeguato budget, con effetti grafici di basso livello e con uno stile ricercato ma grossolano, producendo un composto spatolato più che pennellato.
    Gradito
    | Reg: 5 | Rec: 4 | Fot: 5 | Sce: 7 | Son: 5 |

    domenica 4 aprile 2010

    Eldorado Road

    eldorado roadYvan è un meccanico d'auto d'epoca, vive solo. Un giorno rientrando a casa la trova a soqquadro, dal piano superiore si sentono alcuni rumori, corre su e pesca il ladro nascosto sotto il letto: il furfante è impaurito e non ha intenzione d'uscire. Dopo una notte di stazionamento i due troveranno un accordo.
    Il malandrino è un giovane eroinomane innocuo e vorrebbe tornare dalla sua famiglia, Yvan si offre d'accompagnarlo a bordo della sua Chevrolet.
    Si tratta di un viaggio che non porta affatto ad un luogo appagante e piacevole, El Dorado sarebbe un paradiso, ma qui siamo sulla Terra e questo tragitto umano parte dal bizzarro per passare al malinconico e giungere al tragico. È un on the road che non si realizza negli sconfinati territori americani, siamo nel piccolo Belgio, ma "la strada" mantiene ancora un suo potere riuscendo ad infrangere le due solitudini, temporaneamente, perché la vita non è meravigliosa, specie se nel passato c'è qualcosa che continua a tormentarti e per recuperare è troppo tardi, praticamente impossibile.
    Questo piccolo film asciutto e silenzioso, girato in modo semplice ma non banale, sgranella un pessimismo che non cade nel patetico e si palesa in due battute su cui riflettere. La prima è: «Se vuoi vivere devi passare sulle tombe degli altri». La seconda, che diventa emblematica nel finale, è: «Se vedi uno che ha fatto un incidente cosa fai? Lo soccorri!? No, devi andare via; hai il brevetto di soccorso? No. Allora devi andare via».
    Gradito
    | Reg: 7 | Rec: 6 | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 6 |

    lunedì 8 febbraio 2010

    JCVD - Nessuna giustizia

    jean claude van dammeC'è stato un tempo in cui Jean-Claude Van Damme era sulla cresta dell'onda, oggi Jean-Claude deve fare i conti con il declino della carriera, con la vita (un divorzio, le difficoltà finanziarie, il passato con la droga) e pure con una rapina ad un ufficio postale.
    Un film dove Van Damme si racconta in una insolita dimensione e l'azione è solo l'involucro ormai arrugginito che lo imprigiona, lui affronta il ruolo auto-ironicamente con il desiderio impellente di parlare di sé; come si intuisce al primo sguardo della locandina del film.
    Non sono mai stato un fan del genere molto in voga negli anni ottanta-novanta, quelli dove Stallone, Schwarzy, Seagal e il Jean-Claude in questione, sfornavano film come pane. Non mi hanno mai attirato, anzi mi infastidivano per essere un manifesto di machismo militare tutto fisico e niente cervello. Qui si parte con un piano sequenza di quello che potrebbe essere proprio uno di quei film, ma Jean-Claude esce dalla ripresa stanco e spossato, gli anni sono passati, vuole raccontare dell’altro: quello che è, per colpa di quello che è stato.
    L'ammasso di muscoli non tornano utili nel momento in cui si è costretti a fare bilanci, altre sono le cose che pesano, e con un pizzico di rassegnazione l'unica via per andare avanti sembra cercare nel piccolo e riscoprire le relazioni comuni, ben diverse da quelle che si avevano con un "pubblico" da star di Hollywood.
    Jean-Claude torna al suo paese d’origine e scopre il piacere di essere protagonista "non" di una sceneggiatura, ma delle piccole storie di vita.
    La commistione fra l’introspettivo, l’ironico e l’azione ha un gusto strano che si mescola con scelte tecniche particolari come una riuscita fotografia de-saturata. Nella sceneggiatura ho trovato inutile l'inserimento della parte dove vengono mostrati i fatti antecedenti la rapina, già era possibile capire com'erano andate le cose e non si aggiunge sostanza portando solo un po' di noia. Interessante invece il siparietto con il monologo, una confessione che cala quasi improvvisamente e appare come un "spogliarello": i panni dell'uomo d’azione vengono lacerati da una malinconica dichiarazione introspettiva dell’uomo Jean-Claude Van Damme, un uomo ferito, post american dream, fuori dalle "scene", ma per forza ancora in scena.
    Gradito
    
| Reg: 7 | Rec: 8 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 7 |

    giovedì 21 gennaio 2010

    Sul Lago Tahoe

    sul lago tahoe elaborazione del luttoUn paesaggio messicano desolato, sembra tutto fermo, poi un botto, un’auto rossa contro un palo.
    Dentro quell’auto c’è Juan, ha sedici anni, non si è fatto niente ma ora deve trovare qualcuno che lo aiuti a far ripartire la macchina.
    Prima incontra un vecchio meccanico che vive con il suo cane Sica però non ha il pezzo adatto alla riparazione, poi conosce Lucia una ragazza-madre che lavora in un autoricambi e sogna di diventare cantante di una punk-band. Lei non capisce niente di quei pezzi e dice a Juan di aspettare suo fratello David, coetaneo di Juan e, scopriremo, appassionato sfegatato di arti marziali.
    Questi personaggi accompagneranno Juan in una difficile giornata.
    La ricerca di un pezzo di ricambio è un misto fra una scusa per una fuga da casa e il tentativo metaforico di trovare un pezzo che riesca a rimettere in moto la vita di Juan spezzata da un lutto. A precedere quell’incidente c’è infatti una perdita familiare che fa sentire al ragazzo il bisogno di stare lontano da un’abitazione dove regna il dolore, con una madre avvolta nella sofferenza e un fratellino che fatica a capire cosa voglia dire “condoglianze”.
    La scelta della regia si fonda sulla staticità delle inquadratura che diventa, pur nella sua semplicità, molto espressiva e compiacente alla narrazione permettendo una rispettosa distanza con la situazione che coinvolge il protagonista e, allo stesso tempo, facendola percepire come immobile. È una condizione dalla quale si fatica ad uscire che non fa vedere oltre, tanto che anche quando Juan corre, la macchina da presa si sposta parallelamente, rendendo il gesto futile.
    Questa preferenza “dimensionale” viene farcita da occasionali schermate nere che danno una forma allo stato d’animo di Juan comunicando il silenzio di quei tipici salti nel buio che il dramma provoca. 
Ma la cosa che rende veramente speciale questa elaborazione del lutto è la discrezione e il filo di ironia usata per raccontarla: stempera il dramma senza toglierne significato, accompagna e non aggiunge tormento al tormento.
    Fernando Eimbcke in questo film che trae spunto proprio da un'esperienza personale trasmette un'atmosfera che riesce ad accarezzare con speranza la desolazione che accompagna la frattura della vita.
    Deliziato
    
| Reg: 6 | Rec: 6 | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 7 |

    martedì 29 dicembre 2009

    Cosmonauta

    cosmonauta1957, Luciana ha nove anni è vestita di bianco tiene un cero in mano e sta per fare la prima comunione, ma quando si avvicina all'altare scappa, corre fino a casa e si rinchiude in bagno. Non c'è verso di farla uscire, lei ha deciso: quella cerimonia non la farà, perché lei è comunista!
    Passano sei anni e la ritroviamo militante nella sezione di partito del suo quartiere alle prese con gli amori e la difficoltà di crescere, sullo sfondo le prime imprese alla scoperta dello spazio e i sogni che si portano appresso.
    Avevo visto il trailer e mi aspettavo un film più bello, con il senno di poi era meglio guardare solo quello che già contiene il buon inizio e le parti più divertenti del film. La partenza è come una promettente fumata di polvere da sparo che però si consuma senza accendere un fuoco d'artificio, lasciando la delusione del caso.
    Siamo nei primi anni sessanta ed essere comunista non è ancora un'onta, le prime conquiste spaziali vengono proprio dalla madre Russia e si trasformano in propaganda politica favorevole: "La tecnologia comunista sconfigge la forza di gravità, vota e fai votare comunista".
    La nostra protagonista segue le orme paterne, ex dirigente di partito, e si aggrappa alle aspettative comuniste come ad una rete, nella quale si intrappolano anche i sogni spaziali inculcati dal fratello epilettico ossessionato dai cosmonauti, e lei usa tutto ciò come sostegno per dare un "tragitto" alla sua vita accerchiata da persone che non le danno il giusto riguardo.
    Luciana è impulsiva e ribelle, alla prova con le prime pulsioni e la difficoltà di promuovere le sue idee in un partito chiuso nel riconoscere pari dignità al pensiero femminile; sperimenterà la complessità delle relazione e degli effetti che le accompagnano.
    Nel cast troviamo un Sergio Rubini minore e Claudia Pandolfi che sarebbe anche brava ma è veramente intrappolata, senza via d'uscita, in uno stile da fiction che le impedisce il salto di qualità.
    La colonna sonora curata da Max Casacci dei Subsonica è la parte migliore del film e comunque gioca facile appoggiandosi ai classici come "Nessuno mi può giudicare" di Caterina Caselli, "Cuore" di Rita Pavone e "Cuore matto" di Little Tony.
    Il film finisce senza essere arrivato a niente di particolare, anzi con qualcosa lasciato indietro, lo spettatore ha assistito ad una storiella adolescenziale, come altre, con l'originalità d'essere collocata storicamente prima del più titolato sessantotto.
    Sgradito
    | Reg: 5 | Rec: 5 | Sce: 5 | Fot: 5 | Son: 6 |

    venerdì 4 settembre 2009

    Nick & Norah: Tutto accadde in una notte

    tutto accadde in una notteNick si è rinchiuso in casa con il cuore infranto dopo essere stato lasciato da Tris. Non riesce proprio a togliersela dalla testa e continua a confezionarle delle compilation musicali con dedica che lei regolarmente cestina, ma la sua amica-nemica Norah, trovandole molto belle, le recupera per ascoltare nel suo i-pod.
    Gli amici di Nick lo convincono ad uscire per suonare con la loro band in un locale e, fatalità, proprio lì incontrerà Norah. Dopo un primo bacio di “copertura” partiranno per una lunga notte alla ricerca di una ragazza ubriaca, del luogo segreto dove si terrà il concerto dei Fluffy, la loro band preferita, e alla ricerca anche di far innamorare le loro due anime gemelle musicali.
    Che fascino ha la notte-lunga-una-vita! Percorrendo strade e luoghi che sembrano riempiti solo da quella speciale e occasionale presenza, da un passaggio fugace, e poi le sue luci artificiali che fendono l'oscurità per creare spiragli di divertimento, oppure di intimità, catapultando gli spazi diurni in una nuova dimensione magica e imprevedibile. Il tempo si restringe, perché si rincorre qualcosa che sta per accadere e si rischia di perdere, e allo stesso si dilata, perché nell'attesa di qualcosa tutto appare più lento. È questo tempo dalla percezione ambigua quello che gira intorno al concerto, l'evento centrale e marginale, perché, in fondo, è quasi solo un semplice pretesto per poter vivere tutta la sua cornice e, infatti, è spesso nelle fasce di confine che accadono le cose veramente “memorabili”.
    Purtroppo queste sono solo le mie sensazioni generali del "fuori orario" che trovano solo qualche flebile corrispondenza in questo giro notturno per New York che diventa sempre più noioso e stupido con il passare dei minuti, fino a lasciare praticamente solo la furbetta musica a sostenere e non far scadere tutto.
    A questi amori giovanili, un po' alternativi, un po' emo, un po' pre-college, si può perdonare certe confusioni e scenate, ma a regia e sceneggiatura si può recriminare che con un piccolo sforzo in più si poteva fare qualcosa di meglio.
    Tratto dall'omonimo romanzo di David Lavithan e Rachel Cohn.
    Gradito
    | Reg: 5 | Rec: 5 | Fot: 6 | Sce: 5 | Son: 7 |

    mercoledì 12 agosto 2009

    Come Dio comanda

    come dio comandaRino e Cristiano sono padre e figlio, il primo è un nazistello senza un lavoro fisso, con qualche problema di alcool e fitte improvvise di mal di testa, il secondo è un ragazzo introverso e solitario va a scuola ed è senza amici, solo una biondina sembra dargli un po' di corda. Rino invece un amico ce l'ha, si chiama Quattro Formaggi ed è un po' ritardato a causa di un incidente sul lavoro.
    In una notte tempestosa tragici eventi faranno cambiare la vita dei personaggi.
    Mi ero promesso di vedere il film dopo la lettura del libro da cui è tratto, ed eccomi qui. L'autore del libro è Ammaniti che seguo dalla sua prima pubblicazione e sentivo molto “mio”, poi l'ho visto diventare famoso e da snobbino, come sono, ho cominciato a prenderne le distanze mentre aumentava il suo successo popolare e mi veniva espropriato.
    La trasposizione cinematografica taglia con l'accetta il racconto cartaceo, elimina alcuni personaggi e non ha il tempo per far crescere veramente quelli che mantiene; solo per Rino e in parte per Quattro Formaggi si riesce a montare una qualche evoluzione.
    Se già il libro non mi aveva entusiasmato il film ha fatto peggio, fin dalle prime scene non mi ha convinto il montaggio e la regia, ma la prova autoriale è ancor più deludente: quasi sempre sopra le righe, molto teatrali, Timi risulta un po' meglio degli altri, ma anche lui eccede nelle gestualità e in “scenate”.
    Salvatores sottolinea la connotazione del paesaggio, un Friuli freddo, desolato, che nasconde drammi sociali dove i disagiati sono abbandonati a sé stessi e dove gli unici ad avere la libertà sono i ricchi, mentre ai poveri e agli oppressi non rimane che Dio, un Dio indifferente o, forse, che infierisce proprio sui più deboli. Ma il caro Gabriele non riesce a coinvolgere nella sua evoluzione moderna della storia di un cappuccetto rosso con uno strano lupo cattivo e il “trucchetto” del motivetto ricorrente, "She’s the One" di Robbie Williams, per commuovere velocemente e artificiosamente l'ho trovato melenso e sgradevole.
    Piacevole la veloce comparsa dei TARM in concerto, solo pochi secondi, e io uso poche altre parole per dare la mia sentenza: Salvatores non è riuscito a bissare il buon compito svolto con Io non ho paura.
    Sgradito
    | Reg: 5 | Rec: 4 | Fot: 5 | Sce: 4 | Son: 5 |