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venerdì 28 febbraio 2014

Beket + Freakbeat

freak-antoni-pazienza

È morto qualche settimana fa Roberto “Freak” Antoni, lo conobbi circa a metà degli anni '90, grazie a una musicassetta registrata con pazienza da un amico, su richiesta di una compilation con canzoni che gli piacevano e che mi avrebbe consigliato; si parla dell'era prima del web. Da un lato c'erano Smashing Pumpkins, Offspring, Oasis, Soul Asylum e qualche altro gruppo che ora non ricordo, dall'altro lato band italiane e fra di loro gli Skiantos di Freak Antoni.
Fu così che ascoltai per la prima volta il rock demenziale del monello, anzi del picchiatello, qualche manciata di anni più tardi vidi anche un loro concerto con l'esibizione dei mitici cartelli rivolti alla gente riportanti frasi tipo:"Fate cagare", “Pubblico di merda” o "Applausi spontanei". Non posso dire di essere un fan, ma li ho sempre guardati con simpatia e la morte di Freak mi ha richiamato alla mente gli anni passati. Quando la trasmissione radiofonica Hollywood Party ha inserito nel loro podcast una registrazione tributo, dove si parla di due film recenti nei quali l'artista ha avuto un ruolo, ho voluto recuperarli.
In passato Freak Antoni si era già prestato a fare un cameo in Jack Frusciante è uscito dal gruppo e in Paz!, i due nuovi titoli sono invece Beket (2008), dove interpreta ancora solo un personaggio secondario, ma è troppo forte e mi ha ricordato un po' Antonio Rezza, e Freakbeat (2011), dove invece è protagonista e voce narrante.


Beket

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Beket è un film minimale in bianco e nero, molto teatrale, fatto di gag assurde e ripetizioni. In sintesi è un immaginario e azzardato proseguo dell'Aspettando Godot di Samuel Beckett: due persone che non si conoscono, un italiano e un francese, si incontrano alla fermata di un autobus piazzata in mezzo al nulla e stanchi di aspettare decidono di incamminarsi verso Godot, che dovrebbe stare dietro la montagna che hanno di fronte. 
In un paesaggio desolato incrociano stralunati personaggi, alle volte si ride, alle volte non si capisce bene, il risultato non convince pienamente, ma se piace il non-sense con ambizioni intellettualistiche, lo si guarda volentieri senza troppe delusioni e pure con qualche momento divertente. Gradito


Freakbeat

freakbeat
Freakbeat è un film più tradizionale, praticamente un documentario on the road dove Freak Antoni, con l'intento di far conoscere alla figlia quali erano i "suoi tempi", va alla ricerca delle tracce del Beat italiano.
Il pretesto narrativo per far partire la coppia nel classico furgoncino Volkswagen è il desiderio di recuperare un leggendario cimelio: la registrazione di un'improvvisazione di Jimi Hendrix con l'Equipe 84!
Freak ricostruisce i tempi andati, quelli dove c'erano individui che volevano un futuro in comune, sono gli anni prima di diventare un punk rocker, quando invece vincerà l'individualità. Lo sguardo è amaro, qualcosa si è dissolto, i vecchi locali culto dove si compravano i dischi o si suonava sono ora diventati negozi. Anche la figlia, in fondo, appare disinteressata a quello che vuole raccontargli: per lei è solo una gita, per lui un requiem.
Il film si perde un po' durante il viaggio nonostante la suspance per sapere se il cimelio verrà trovato, ma la voce del nostalgico beatnik Freak Antoni fa scorrere via il tempo del film, e in fondo si tratta proprio solo di questo, come fluisce indifferente il tempo. Gradito

venerdì 25 ottobre 2013

Linux Day 2013: film su Linux

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Domani ci sarà l'annuale giornata consacrata alla promozione di Linux e mi sono accorto che nei precedenti post dedicati all'appuntamento con il Linux day avevo parlato di film coi pinguini, di film open source, ma non avevo nominato i film che parlano nello specifico del mondo Linux.
Ecco quindi l'occasione per rimediare e proporre i tre documentari più famosi su Linux e il mondo del software Open Source. Sono visibili in streaming e in rete si trovano anche i link per scaricarli gratis.


The Code 
(2001, di Hannu Puttonen, durata: 58 min)
"Negli stessi anni in cui nasce il world wide web, cade il muro di Berlino, inizia la prima guerra del golfo e mentre Microsoft estende il suo impero, nacque anche il kernel Linux. Questo documentario ripercorre tutte le fasi salienti del suo sviluppo e della sua integrazione con il sistema GNU" [da Wikipedia].





Revolution OS 
(2001, di J.T.S. Moore, durata: 85 min)
Si racconta la storia del sistema operativo GNU/Linux, dalle origini al 2001, evidenziando la differenza tra software libero e open source.
Non mancano accuse contro la Microsoft e le interviste ai protagonisti del settore, a noti hacker e ad imprenditori.





Revolution OS 2 
(2004, di A. Di Corinto, durata: 56 min)
Di Corinto elabora in salsa italiana il seguito ideale dello statunitense Revolution OS. Si ripercorrono le tappe più recenti della ”rivoluzione”, si raccontano le pressioni del mercato e il valore sociale del software libero nella pubblica amministrazione e nell'istruzione.




Video Bonus
Per concludere un video bonus che raggruppa alcuni momenti dove Linux compare o viene nominato nei film e serie tv.

venerdì 31 maggio 2013

Cave of forgotten dreams

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Scoperte nel 1994 e rinascoste subito al mondo, sono le pitture rupestri della grotta di Chauvet-Pont-d’Arc (Francia). Fino al 2010, quando Werner Herzog ha girato questo film in 3D per testimoniare e rendere pubbliche quelle che si ritengono fra le più antiche tracce “artistiche” lasciate dall’uomo.
L’ingresso della caverna è chiuso da una stretta porta di metallo per preservare i valori di umidità che hanno permesso lo stato di conservazione delle pitture, una condizione verificatasi grazie ad una frana che aveva funzionato da sigillante. Il tempo concesso ad Herzog per riprenderle è stato limitato, come il tragitto percorribile all’interno dell’antro e al tipo di illuminazione da usare, eppure il regista è riuscito a collegare quelli che, per me, sono scarabocchi su un muro, ma che lui vede quasi come scene da cinema, a tematiche più generali su arte, ambiente e storia dell’uomo.
Un po’ stride sentire le interviste molto pratiche degli addetti ai lavori, con l’atmosfera da mito che Herzog costruisce intorno a quelle pitture. Il regista si domanda cosa provassero quelle persone mentre si spostavano in quei territori, cosa li abbia spinti a lasciare quei segni e a quali scopi venisse usata quella caverna. Nelle zampe dei rinoceronti e nei musi di cavalli raffigurati, Herzog vede l’idea di movimento, in profili stilizzati la nascita dell’arte e il bisogno arcaico dell’uomo di esprimersi. Quelle mura parlano, si animano, sembrano attraversate da spiriti che vogliono dire qualcosa. C’è la delicatezza della presenza dell’uomo di fronte alla maestosità sovrastante della natura e immagina che quei nostri antenati avessero una concezione fluida delle cose, senza una vera distinzione fra uomini, animali, oggetti e spiriti.
Ma alla fine arriva la stoccata inaspettata: abbiamo visto una traccia dell’evoluzione da animale a uomo sensibile e l’attenzione riservata al sito archeologico per conservarlo alla memoria storica, eppure, a poche miglia da lì, c’è una centrale nucleare. L’impianto di smaltimento ha provocato il riscaldamento di una zona limitrofa creando un microclima tropicale, dentro vive in cattività anche un coccodrillo albino. Allora quali saranno i "segni" lasciati in eredità dall'uomo contemporaneo che gioca con l’equilibrio della natura? Deliziato

martedì 28 maggio 2013

Ragazzo scompare in USA e ricompare in Spagna - The Imposter

the-imposter
Nel 1994 una ragazzo scompare a San Antonio, Texas. Dopo tre anni, in un paesino spagnolo, viene ritrovato un giovane, parla poco, dice d’essere stato rapito, abusato, torturato e di essere americano. È lui?
Se volete vedere il film, consiglio di non leggere oltre queste righe, per gustarvi l'atmosfera che riesce a creare.
Si tratta di un documentario con sfumature da giallo e thriller, seguiamo ricostruzione e indagini di un caso realmente accaduto. Lo spettatore viene coinvolto dalla curiosità di capire come sono andate effettivamente le cose e soprattutto di come siano state possibili.
Il regista ci sa fare, dosa gli elementi della storia seguendo il percorso lineare degli eventi reso avvincente con piccole diramazioni. Qualcuna si rivela falsa, qualcuna vera, qualcuna finisce in un vicolo cieco eppure potrebbe nascondere qualche verità che non conosceremo mai.
Quello che di certo si staglia è la personalità manipolatrice di Frédéric Bourdin, dotato di un’intelligenza psicotica, disinteressato a cosa provino gli altri, pronto a fare qualsiasi cosa per darsi una possibilità, come quella di assumere un'identità falsa e reggere la parte fino all'impensabile: la prova del riconoscimento di una madre.
Poi ci sono gli altri, quelli che interagiscono con questa persona, in particolare la famiglia che lo “ri-accoglie”. Ci si domanda se sia possibile desiderare così tanto qualcosa da crederci ad ogni costo anche contro l'evidenza. Oppure se quel voler credere sia invece una necessità, forse per nascondere dell’altro, qualcosa di tremendo che si vorrebbe sepolto.
Infine ci siamo noi: possibile che le bugie diventino talmente grandi da mangiarsi anche la verità? Sembra sempre che serva tempo perché questa sia appurata e condivisa, troppo tempo perché  si palesi; intanto il tempo passa e qualche verità si perde. Gradito

venerdì 23 novembre 2012

A proposito di Buñuel



Ho scoperto per caso questo documentario su Luis Buñuel che, come sa chi mi segue da più tempo, è uno dei miei registi preferiti.
Avevo visto la notizia dell'uscita di un cofanetto Blu Ray più DVD della BFI con L'Age D'Or e Un Chien Andalou che sono le sue due prime opere cinematografiche e negli extra era presente questo A Propósito de Buñuel; ricerchino su Google ed ecco saltare fuori su Vimeo lo streaming (spagnolo-inglese).
Nel film si presenta uno studio biografico del regista spagnolo integrato con filmati girati dallo stesso Buñuel, interviste ai conoscenti, reperti  fotografici, documenti e brani tratti dall'autobiografia Dei miei sospiri estremi.
Lo scopo dichiarato non era quello di creare un'opera indirizzata ai cinefili feticisti bensì un film godibile che riuscisse a far conoscere a un maggior pubblico Luis Buñuel.
Il regista Carlos Saura l'ha definito un lavoro che mette in evidenza il mondo personale di Buñuel "il suo surrealismo iberico e graffiante, violento e tenero allo stesso tempo".

mercoledì 18 aprile 2012

Film su Albert Einstein

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Sono passati 107 anni dagli Annus Mirabilis Papers e 57 anni, proprio oggi, dalla morte del loro autore: Albert Einstein.
Ho compreso sul serio il carattere rivoluzionario delle intuizioni di Einstein solo ultimamente, il genio con quattro articoli mostrò la limitatezza della fisica di Newton e spalancò le pesanti porte della fisica moderna.
Avevo cercato qualche film dedicato al celebre fisico, quello che ho trovato mi è sembrato di dubbia qualità, ho recuperato allora due documentari che sono quelli che consiglio... Dopo il simpatico video qui sopra che prova la celebre equazione E=mc².
  • Albert Einstein Relativamente a Spazio e Tempo - documentario del 2010, racconta Enrico Bellone. DVD della serie "BEAUTIFUL MINDS" curata da Repubblica e L'Espresso in collaborazione con Le Scienze (guarda su you tube).
  • Einstein la vita e la scienza - documentario del 2011 prodotto da Cinehollywood.

Altri titoli di film su Einstein:
  • Albert Einstein - fiction del 1975 regia di Massimo Scaglione.
  • Vita di Einstein - fiction del 1990 regia di Lazar Iglesia.
  • Genio per amore (I.Q.) - film del 1994 diretto da Fred Schepis.
  • Einstein - fiction del 2008 di Liliana Cavani.
  • Einstein il genio incompreso - documentario di History Channel del 2008.
  • Il mio amico Einstein (Einstein and Eddington) - film TV del 2008 trasmesso dalla BBC.
Segnalo anche la serie Genius, una serie antologica prodotta da National Geographic, la prima stagione di 10 episodi racconta la vita di Albert Einstein dagli esordi come insegnante alla pubblicazione della teoria della relatività ed è tratta dal libro "Einstein, His Life and Universe" di Walter Isaacson.

domenica 15 maggio 2011

Into Eternity

nucleare into eternityIn Finlandia esiste ed è in espansione un deposito sotterraneo per scorie nucleari. Questo deposito si chiama Onkalo ed è un grande Vaso di Pandora che verrà riempito fino al 2120 e poi non dovrà essere scoperchiato per almeno 100.000 anni, ossia l’arco di tempo stimato come necessario per rendere le scorie non pericolose, dagli scienziati europei, per quelli americani la stima sarebbe di 1.000.000 di anni!
Questa durata è un’enormità se consideriamo il fatto che i primi disegni dell’uomo rinvenuti nelle caverne sono datati 30.000 anni e se vogliamo riferirci a delle costruzioni come le Piramidi egiziane la loro esistenza è di circa 4.500 anni.
Questo documentario, dopo aver presentato l’impianto, si interroga sul come sarà possibile tenere lontano l’uomo del futuro da questa tana micidiale.
In un lasso di tempo così ampio quello che potrà accadere sulla Terra non è prevedibile, diventa difficile avere la certezza che rimarrà sempre chiaro cosa si cela là sotto e comunicare in modo universale e abbastanza convincente perché il sito non venga “profanato” e si riveli, magari, un’invitante curiosità per gli archeologi del futuro.
Il film sceglie un’atmosfera quasi poetica, ci si perde nel tempo arginato di questo luogo apocalittico, sembra di respirare già aria radioattiva, mentre si seguono lentamente le domande poste ai dirigenti dello stabile.
Nel mondo si stimano fra le 200.000 e le 300.000 tonnellate di scorie nucleari, l’energia nucleare che avvantaggia oggi, salvo disastrosi problemi alle centrali con nocivi spargimenti radioattivi (Kyshtym, Chernobyl, Fukushima), crea un debito insaldabile con le generazioni future.
L’energia, si sa, è denaro e la crisi delle fonti energetiche tradizionali crea guerre. La vera frontiera per l'abbisogno energetico deve diventare quella delle rinnovabili e del risparmio perché lo scenario del nucleare è desolante e altamente pericoloso, oltre ad ipotecare sui figli, sui figli dei figli, sui figli dei figli dei figli, e così via per tanto, tanto, tantissimo tempo, le sue scorie.
Gradito
| Reg: 7 | Rec: - | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 7 |

giovedì 7 ottobre 2010

P. Odifreddi racconta Gödel e Turing - La nascita del computer e la società dell’informazione

odifreddi godel turingOdifreddi mi piace, è un divulgatore che sa essere chiaro e donare un senso al pensiero dell'uomo restituendolo agli uomini. A cosa serve tutto il sapere accumulato, studi e nuove ricerche di professori ed esperti se poi rimangono chiusi in “accademia” distribuiti ad élite?
Questa ghettizzazione della cultura è una pratica diffusa e costantemente alimentata da intellettuali che si crogiolano nelle loro conoscenze rallentando i benefici che potrebbero/dovrebbero avere, rendendosi complici degli effetti perversi del sistema economico capitalista. Ma li capisco.
Odifreddi mi piace in particolare per l'applicazione di logica e razionalità anche nelle riflessioni di carattere socio-politico, un approccio che condivido - non implica che condivida anche tutte le sue riflessioni - . Consiglio la lettura dei suoi interessanti libri e del suo blog.
Questo documentario raccontato da Odifreddi, però, mi ha in parte deluso. Non tanto per la narrazione, sempre chiara, ma per la realizzazione complessiva che si presenta come uno schema didattico essenziale, ben fatto ma noiosetto; io mi sono addormentato verso la fine.
Il filmato fa parte della serie Beautiful Minds, diffusa in allegato a La Repubblica, e speravo di ritrovarci l’avvincente trasporto de L’enigma dei numeri primi che mi aveva appassionato. Si rivela invece un freddo susseguirsi di punti sommari che tracciano il percorso concettuale, compiuto in matematica e logica, sfociato nella realizzazione della “macchina universale” di Turing, meglio conosciuta come "il computer".
Interessanti i richiami al pensiero filosofico classico di Aristotele e Kant in relazione ai teoremi di completezza e incompletezza di Gödel, peccato per la scelta stilistica scolastica.
Gradito
| Senza voti |

venerdì 1 ottobre 2010

L'enigma dei numeri primi

soluzione enigma numeri primiMi capita di fissarmi su certe questioni di poco conto, come decidere se preferisco i numeri pari o quelli dispari.
Ricordo che da piccolo se si trattava del classico giochino "pari e dispari", senza esitazione, sceglievo pari.
[Piccola parentesi quadra: se scegliete pari vi conviene calare un numero dispari di dita e viceversa perché, visto che raramente uno gioca zero dita, sono maggiori le probabilità di vincere. Ah, c'è anche un modo sicuro per vincere, dire in fretta prima della giocata «pari-vinco-io-dispari-perdi-tu»].
Tornando alla mia preferenza, questa estate mi ero convinto che preferivo i numeri dispari, purtroppo non ricordo per quale motivo, ma l'avevo annotato su un libro e lo recupererò. L'altro giorno, invece, mi sono incantato sui "numeri primi", e siamo quindi giunti al dunque. Ho recuperato questo documentario divulgativo molto piacevole che è la trasposizione del libro L'enigma dei numeri primi di Marcus du Sautoy.
I numeri primi sono numeri naturali divisibili solo per l'unità e per se stessi (2,3,5,7,11,13,17…). Quello che avvolge di curiosità questi numeri è la distribuzione della loro successione. Esiste un ordine logico nel susseguirsi apparentemente casuale dei numeri primi?
Chi risolve l'enigma riceverà un premio di un milione di dollari.
Con un'atmosfera avvincente tra giallo e avventura ripercorriamo la storia dei numeri primi e i suoi protagonisti. Dallo scopritore Euclide, passando per l'ipotesi di Riemann, che con lo studio della funzione zeta vide nel suo andamento, e in particolare nei punti di zero, una soluzione al mistero.
Turing usò i numeri primi nelle sue macchine per de-criptare i messaggi dei tedeschi durante la Guerra Mondiale e l'avvento dei computer avvalorò empiricamente l'ipotesi di Riemann.
In tempi recenti si è riconosciuta anche una relazione con gli spettri energetici in fisica quantistica rendendo ancora più interessante il ruolo di questi numeri.
Oggi sono utilizzati nella sicurezza informatica e chissà che in un prossimo futuro qualche cercatore di ordine nel caos non riesca a porre fine a questa ossessione di molti matematici.
«Tutto è numero».
Gradito
| Reg: 6 | Rec: - | Fot: 6 | Sce: 7 | Son: 6 |

mercoledì 29 settembre 2010

Revolution OS

(*) [Si può vedere gratis su Google video] Documentario sulla genesi e primo sviluppo dei progetti GNU e Linux che, incontrandosi, hanno generato il rivoluzionario sistema operativo in grado di liberare i nostri computer dai sistemi proprietari.
Si pone l’attenzione su rapporto e differenza tra la filosofia Free Software e quella Open Source, ripercorrendo la storia con interviste ai protagonisti. Ovviamente non mancano i celebri Richard Stallman e Linus Torvalds e le frecciatine nei confronti della Microsoft: il grande “nemico”.
Il film non è recente, è del 2001, e quindi per forza di cose manca tutto lo sviluppo che il sistema operativo del pinguino ha avuto nell'ultima decade. Sono nate molteplici distribuzioni di GNU-Linux (così andrebbero chiamate, per comodità abbreviate con un più generico Linux) e ci si è scontrati con un nodo cruciale, ossia le problematiche del divenire user-friendly per proporsi come vera alternativa anche per il grosso degli utilizzatori di computer, che non sono appassionati o esperti informatici.
Sotto questo punto di vista grandi passi in avanti sono stati fatti e qualche breccia nell'opinione pubblica si è aperta.
"
Hackers, programmatori e ribelli UNITI!" Sogniamo un mondo con Linux perfettamente funzionante in ogni computer!
Gradito
| Reg: 5 | Rec: - | Fot: 4 | Sce: 6 | Son: 5 |

martedì 25 maggio 2010

Young @ Heart

young at heartYoung at heart è un coro speciale dove l’età media si aggira attorno agli ottant’anni, noi seguiamo le sette settimane che precedono la realizzazione del loro spettacolo “Vivi e vegeti” nel quale i cattivi vecchietti si cimentano con classici rock e pop.
Un documentario musicale che all’idea potrebbe far storcere il naso pensando che gli arzilli anziani vengano esposti come “animali da spettacolo”, un po’ come capita quando la televisione usa i bambini come cattura spettatori, ma nel nostro caso si può ben dire che siano grandi e vaccinati, sanno cosa stanno facendo. La loro consapevolezza è di sentirsi parte di un gruppo, avere un obiettivo nonostante siano nella tratto finale della vita e poter godere d'essere ancora apprezzati e applauditi. Lo fanno con molta ironia e un po’ d’inconsapevole comicità.
La spinta partecipativa non viene propriamente dalla musica, per quello c’è il maestro Bob Cilman, e se gli domandi il genere che preferiscono rispondono la musica classica, quindi ben lontana da quella che devono cantare, ma loro sono lì per cercare di allargare gli orizzonti, e perché quando cantano si dimenticano delle ossa scricchiolanti e delle altre magagne.
Eppure le canzoni che il maestro sceglie diventano importantissime, acquistano un significato particolare e prendono una sfumatura inedita proprio grazie all’età e all’interpretazione dei performer. Per citare qualche titolo Should I stay or should I go dei Clash, Schizophrenia dei Sonic Youth, I wanna be sedated dei Ramones, Golden years di David Bowie, Forever Young di Dylan, sono tutte canzoni che strizzano l’occhio al gioco dell’età. Ma ce n’è una che più di tutte diventa veramente toccante ed è Fix it dei Coldplay dedicata ad un componente che non arriva allo spettacolo. Commovente.
Uno dei problemi fisiologici del coro è infatti fronteggiare le problematiche dovute all’essere nel declino della tragitto della vita. Significativa diventa la scena dove la corriera che li trasporta con stampata la scritta “Peter Pan” procede lungo la carreggiata mentre nell’altra corsia passa nel senso opposto un’ambulanza: tutto li spingerebbe verso un ospizio, un ospedale ed invece loro corrono ancora, nonostante la strada sia finita. Il trucco è non fermarsi, non fermarsi mai.
Deliziato
| Reg: 7 | Rec: - | Fot: 8 | Sce: 7 | Son: 9 |

sabato 23 gennaio 2010

Pasolini prossimo nostro

pasolini prossimo nostroNon è un documentario moderno di quelli ritmati, siamo di fronte ad un'ora celebrativa che consiste in una bella intervista riempita con un repertorio di foto e spezzoni audio, nella quale Pasolini sgranella la sua critica alla società: una lucida analisi di quei germi che hanno infettato il paese nel dopoguerra e che noi possiamo ritrovare, trasformati, nell’attuale società a dimostrare come quelle riflessioni fossero anticipatrici.
Domande e risposte provengono da qualche pausa nella realizzazione di Salò o le 120 giornate di Sodoma e Gomorra dove Pasolini esprime il suo disgusto per il Potere nelle forme che esso assume.
In primis la critica è alla grande "nuova" ideologia, al consumismo che ha imposto dei modelli comportamentali, rimpiazzando valori e agendo direttamente sulle coscienze, riassumibile con la frase: “ci fanno mangiare merda”. Poi c'è il grande inganno della libertà, una libertà illusoria che impone quali sono le scelte accettabili e una sessualità strumentale al Potere.
Pasolini continua la sua invettiva argomentando che il cambiamento realizzato è sbagliato perché non è venuto dalla base. L'uomo è conformista di natura e subisce il “Potere” in particolare il suo lato anarchico dettato da qualcosa che sfugge alla logica comune.
Non manca la critica ai giovani che non crede capiranno nemmeno il suo film perché quasi tutti omologati e privi di capacità critica, ma la colpa non è tutta loro perché strettamente condizionati dal mondo che gli hanno creato i loro padri.
L’andatura pessimista prosegue ammonendo sull’insensatezza dello sperare: “la speranza è una cosa inventata per tenere buona la gente”. Il pensiero sfiducioso è smorzato solo dall’esortazione a fare comunque qualcosa.
Ho trovato il film un po’ meccanico lasciato tutto alle parole del poeta-regista, io avrei preferito un lavoro di attualizzazione mostrando le forme che quei pensieri hanno preso nel tempo, ma sarebbe stato un altro film. Il risultato e comunque gradevole perché riesce a proporre in un'oretta una summa del pensiero politico di Pasolini che sarà zittito col brutale assassinio di Ostia.
Gradito

| Reg: 6 | Rec: - | Fot: 6 | Sce: 7 | Son: 6 |

martedì 24 novembre 2009

Religiolus - Vedere per credere

vedere per credereBill Maher ci accompagna in un viaggio con tappe negli Stati Uniti, al Vaticano, ad Amsterdam e a Gerusalemme per promuovere l'arte del dubbio che ritene essere il suo vangelo e che vuole contrapporre a quello della cieca fede.
Il ghigno che Bill ci offre fin dall'inizio denota che l'andazzo è quello di un comico non di uno documentarista e lo sguardo del film è un puzzle di interviste con il quale la nostra “guida” può dileggiare i suoi credenti interlocutori e far leva sulle contraddizioni e le assurdità che le religioni offrono.
Spesso il risultato è divertente, ma la questione è che lo schema e il percorso adottato è un totale fallimento considerata la tesi iniziale.
Maher dialoga con camionisti che si ritrovano in una cappella lungo la strada, con il capo della chiesa della cannabis, con quello di una chiesa che "risana" i gay e non si lascia scappare un furbo predicatore ben vestito che sfrutta i suoi fedeli creduloni convinti che sia la reincarnazione di Gesù Cristo; insomma la selezione di Maher non bada molto alla qualità e allo spessore.
Anche quando compare l'unico credente che potrebbe offrire contenuti, un frate davanti al Vaticano, sfrutta la sua criticità verso la sfarzosa istituzione cattolica per dare man forte alle proprie ironie e non coglie l'occasione per domandargli come mai sia un credente nonostante quella polemica.
Nel finale si corona il tracollo dell'intenzione perché l'invettiva contro le religioni ancora una volta non predica, né diffonde, il dubbio, bensì spara i classici anatemi della condanna tout court ignorando gli aspetti benefici, sociali e individuali, che le religioni hanno prodotto. In questo modo appare con i "paraocchi" e non si colloca poi molto lontano da chi è accecato dalla fede.
Il film pertanto fallisce nell'intento logico ed è sbilanciato sul tono ironico: provoca senza centrare, tocca alcuni punti ma non approfondisce e seleziona il tipico materiale comodo per partorire delle caustiche battute e favorire le proprie posizioni sfruttando semplificazioni e trucchetti dialettici.
Forse senza la premessa delle intenzioni si sarebbe potuto guardare solo come una commedia dal taglio d'inchiesta e quindi aspettarsi gag e freddure accantonando l'attesa di una qualche analisi culturale, sociale, politica, psicologica che il (problematico) tema delle religioni investe.
Io un po' mi sono divertito, prendendo il film come “satirico”.
Gradito
| Reg: 7 | Rec: - | Fot: 6 | Sce: 4 | Son: 6 |

lunedì 19 ottobre 2009

Videocracy - Basta apparire

videocracyUn documentario che quasi fa assopire, nonostante solo un'ottantina di minuti, nell'intento di mostrare la videocrazia e rivelandosi poco più di un collage (un po' alla blob) allungato e con una voce guida da ninna-nanna.
L'idea buona è quella di presentare l'elettrodomestico più guardato d'italia come lo strumento che educa ad una percezione del suo contenuto in modo d'essere inteso come lo spazio in grado di dare un senso esistenziale: se appari sullo schermo allora sei qualcuno. In una mente sempliciotta questo effetto della tv è molto più efficace e così l'operaio bresciano sente che solo essere parte di quel mondo può dargli un valore: la popolarità è la via della felicità.
Una tesi, quella della mente condizionata, portata alla fine ma non “a fondo”. Rimane superficiale, come tanta televisione.
L'altro tempo del film è dedicato ai personaggi ritenuti topici dal regista. Ad aprire le danze c'è ovviamente il Silvio nazionale, colui che ha fatto nascere tutto diffondendo negli italiani la sua “visione”. Poi arrivano le sue creature, un Lele Mora di bianco vestito che mostra sorridente il suo cellulare con suoneria fascista e loghi nazisti, e ovviamente non manca Fabrizio Corona, nudo senza motivo (qui il film si fa uguale al suo oggetto di studio), orgoglioso di essere un Robin Hood che ruba ai ricchi per dare a sé stesso.
Intanto nel centro commerciale le ragazzine si dimenano nei concorsi sperando di poter diventare la prossima “-ina”.
Per chi già disprezza il mondo televisivo di stampo berlusconiano poco interesse troverà in questo filmetto, ed è difficile immaginare che sia invece rivolto a chi non è consapevole perché, molto probabilmente, accadrà come per il povero e ingenuo operaio bresciano convinto di aver fatto una parte da attore e non d'essere stato un esemplare da mostrare: un figlio della televisione.
Io ho sempre sostenuto che non sono tanto preoccupanti Lele Mora, Corona o Berlusconi (i detentori del potere video), ma la quantità di gente che vuole fare le foto con il primo, che va in discoteca per vedere il secondo e che ha votato l'ultimo. Gente che rende misero il pensiero umano, reifica l'apparenza e legittima il loro potere.
Sgradito
| Reg: 6 | Rec: - | Fot: 5 | Sce: 6 | Son: 5 |

mercoledì 20 agosto 2008

Kill your idols

Kill your idolsUn breve documentario che può idealmente essere diviso in due parti: nella prima vengono presentate le band che danno vita, nella New York degli anni ottanta, al movimento post-punk che si riconosce sotto il nome di "No Wave" e del suo, ritenuto ultimo, rigurgito nei primi anni del terzo millennio; nella seconda parte si interrogano i vari protagonisti sulla “scena” attuale (2004).
Dai Suicide passando per Teenage Jesus, Lydia Lunch, Theoretical Girls, con i Sonic Youth a fare da collegamento per la seconda ondata con Yeah Yeah Yeahs, Liars, Black Dice, Gogol Bordello. La tesi che emerge dopo tutta la carrellata è più o meno la solita: i pionieri del genere erano spinti da un bisogno esistenziale e genuino mentre oggi l'attenzione è rivolta all'immagine, alla moda, che distorce il mito e l'essenza originale.
Il motivo principale del cambiamento? Sono cambiate le dimensioni: all'inizio c'erano dei giovani nichilisti metropolitani che volevano sfogarsi, creare qualcosa di nuovo nei piccoli spazi dei locali newyorchesi, oggi c'è un'industria che richiede materiale e muove i suoi tentacoli fra le band per far più soldi possibile.
Lo schema adottato nel documentario è un classico interviste-alternate-a-materiale-storico e, sinceramente, non di grandissima qualità come repertorio, ma se si vuole un bignami sul genere va bene.
Deliziato
| Reg: 5 | Rec: - | Fot: 6 | Sce: 6 | Son: 7 |