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martedì 10 maggio 2011

The Fountain - L'Albero della vita

l'albero della vitaTre stadi temporali per riflettere sul rapporto fra vita e morte. Presente, passato e futuro per l’uomo T, uomo trino in Tommy lo scienziato, Thomas il conquistador e Tom l'astronauta zen. Tre declinazioni di un Tommaso alla ricerca della vita per amore, con l'unica certezza della morte.
Nel passato si cerca l’Albero della vita eterna che però nasconde in sé non tanto il prolungamento della vita individuale, ma quella della “specie”, quindi ha il potere di perpetrare il comune ciclo della vita, non della singola esistenza.
Nel presente l’illusione non è più mitologica e si tramuta in una corsa scientifica nella ricerca di battere con la conoscenza la malattia che porta alla morte.
Nel futuro, in uno stato mistico, sembra che si sia in parte abbandonata la sfida e ci si limiti a cercare di comprendere vita e morte come un tutt’uno.
Avevo sentito parlare solo male di quest'opera di Aronofsky, sicuramente è la meno riuscita della sua filmografia, ma ha il suo valore artistico e riflessivo. È un film pretenzioso e cedevole, proprio per questo ben riassume l'inettitudine dell'uomo nel tentativo di ragionare e rappresentare il senso ultimo della fine della vita. Perché è questo quello che tratta il film cercando di abbattere i tempi contorcendoli in un unico agglomerato fanta-narrativo per riportare le tematiche esistenziali di vita, amore e morte dalla loro contingenza individuale-storica ad un grande discorso universale.
Un discorso che non può evitare di confrontarsi con il tempo finito e confondersi con quello infinito, entrambi elementi dell'esistere, al quale si aggiunge ovviamente la cultura (biblica, maya, scientifica, new age) che cerca di rendere trattabili argomenti che non si riesce a confinare.
Si crea così una condizione troppo carica che comporta, per forza, un'aspettativa maggiore di quanto si possa effettivamente offrire, considerato che un "viaggio" di questo tipo può solo essere un'odissea: l'uomo che si cimenta nel percorrere sentieri così indefiniti è destinato al fallimento. O alla morte, che qualcuno può vedere come l'ultimo stadio della vita verso l'assoluto.
Gradito
| Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 7 |

domenica 3 ottobre 2010

Caffeine

Il web è stupendo e frustrante, puoi trovarci di tutto e quindi scoprire che anche la tua idea è già stata realizzata.
Ho recuperato questo titolo perché, dopo una ricerca, si avvicinava ad una mia ideuzza per un film che dovrebbe essere: tutto girato dentro in un pub in un lungo piano sequenza che segue e intreccia le storie raccontate dai variegati avventori del locale fino alla chiusura.
In realtà non siamo poi così vicini a quello che avevo in mente, qui ci troviamo in un bar londinese, il Black Cat, non è girato in piano sequenza, anzi molto banale dal punto di vista stilistico, e la tipologia dei discorsi non è quella che mi piacerebbe. Si parla soprattutto di coppie che scoppiano, ma entro la fine si rappacificano, e si segue un percorso di gag a sfondo sessuale con personaggi un po' strampalati.
Come filo conduttore fra i piccoli disastri c’è l’attesa dell’arrivo di un controllore del locale dal quale dipende la svolta lavorativa e la realizzazione di un sogno per la proprietaria.
Era invitante anche il cast con l’american beauty Mena Suvari, la signora Benford (Flash Forward) Sonya Walger, la signorina dei telefilm (Roswell, Grey's Anatomy) Katherine Heigl e Breckin Meyer, l’indimenticato Josh di Road Trip che probabilmente rimarrà il suo unico ruolo decente.
Peccato, o bene per me: posso ancora fantasticare di vedere realizzato il “mio” film.
«Non c’è niente di male se anche una donna ha un'opinione»
Sgradito
| Reg: 5 | Rec: 5 | Fot: 5 | Sce: 5 | Son: 6 |

domenica 4 luglio 2010

L'anno in cui i miei genitori andarono in vacanza

anno genitori in vacanza

Certi film, come quasi tutti i libri, scelgono il momento in cui essere visti, o letti. Questa commedia sembra adattarsi perfettamente al clima attuale fra mondiali di calcio, caldo estivo e soprusi politici.
Mauro ha dodici anni e viene scaricato davanti il condominio del nonno che abita a San Paolo, i suoi genitori devono partire in tutta fretta per una “vacanza” forzata dalla dittatura. Il ragazzino non è per niente contento di quella improvvisata e salite le scale non troverà nemmeno il nonno ad attenderlo. Verrà “adottato” dal vicino, l’ebreo Shlomo, per poi essere accolto da tutto il quartiere yiddish.
Un mese estivo altamente formativo per il piccolo Mauro, che deve improvvisamente far fronte alla mancanza dei genitori e imparare a badare a sé, ma quello che apre e chiude questa parentesi è il Mondiale del 1970, quello in Messico, quello del Brasile di Pelé, quello in cui verrà assegnata l’ultima Coppa Rimet. A caricare la passione calcistica di ancora più aspettativa c’è la promessa che papà e mamma torneranno in tempo per vedere insieme la partita per la coppa.
Una simpatica commedia agrodolce, cromaticamente giallognola, un giallo-oro brasiliano, si rivela praticamente un amarcord dove traspare continuamente la memoria un po’ nostalgica per una quotidianità con stimoli minori, rasenti la noia, ma più genuini, perché ogni piccola cosa si carica di significato speciale (un subbuteo artigianale, una foto, un sorriso, la figurina mancante, dei guanti).
È proprio questa dimensione personale, rinchiusa nella contingenza politica e sociale, che si rivela il centro del ricordo più vivido di un bambino/regista, un ricordo di un tempo dove il crogiolarsi nell'utopia politica e nella vivace ingenuità fanciullesca rendeva possibile sognare.
Con una tinta comica si rivela il desiderio del nostro protagonista che nella partita di quartiere, ebrei contro italiani, di colpo scopre cosa vuole essere: "negro e volare tra i pali!". Il perché del "negro" lo capirete dalla visione, il perché dell'essere portiere è nascosto nel suo ruolo e in una frase dettagli dal padre.
Come finisce? Già lo sappiamo: Brasile-Italia: 4 a 1.
Gradito
| Reg: 6 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 6 | Son: 6 |

sabato 23 gennaio 2010

Pasolini prossimo nostro

pasolini prossimo nostroNon è un documentario moderno di quelli ritmati, siamo di fronte ad un'ora celebrativa che consiste in una bella intervista riempita con un repertorio di foto e spezzoni audio, nella quale Pasolini sgranella la sua critica alla società: una lucida analisi di quei germi che hanno infettato il paese nel dopoguerra e che noi possiamo ritrovare, trasformati, nell’attuale società a dimostrare come quelle riflessioni fossero anticipatrici.
Domande e risposte provengono da qualche pausa nella realizzazione di Salò o le 120 giornate di Sodoma e Gomorra dove Pasolini esprime il suo disgusto per il Potere nelle forme che esso assume.
In primis la critica è alla grande "nuova" ideologia, al consumismo che ha imposto dei modelli comportamentali, rimpiazzando valori e agendo direttamente sulle coscienze, riassumibile con la frase: “ci fanno mangiare merda”. Poi c'è il grande inganno della libertà, una libertà illusoria che impone quali sono le scelte accettabili e una sessualità strumentale al Potere.
Pasolini continua la sua invettiva argomentando che il cambiamento realizzato è sbagliato perché non è venuto dalla base. L'uomo è conformista di natura e subisce il “Potere” in particolare il suo lato anarchico dettato da qualcosa che sfugge alla logica comune.
Non manca la critica ai giovani che non crede capiranno nemmeno il suo film perché quasi tutti omologati e privi di capacità critica, ma la colpa non è tutta loro perché strettamente condizionati dal mondo che gli hanno creato i loro padri.
L’andatura pessimista prosegue ammonendo sull’insensatezza dello sperare: “la speranza è una cosa inventata per tenere buona la gente”. Il pensiero sfiducioso è smorzato solo dall’esortazione a fare comunque qualcosa.
Ho trovato il film un po’ meccanico lasciato tutto alle parole del poeta-regista, io avrei preferito un lavoro di attualizzazione mostrando le forme che quei pensieri hanno preso nel tempo, ma sarebbe stato un altro film. Il risultato e comunque gradevole perché riesce a proporre in un'oretta una summa del pensiero politico di Pasolini che sarà zittito col brutale assassinio di Ostia.
Gradito

| Reg: 6 | Rec: - | Fot: 6 | Sce: 7 | Son: 6 |

mercoledì 23 settembre 2009

Polvere

polvere cocainaNon è quella che si deposita sopra i mobili, è quella che abbatte ogni barriera sociale: è la cocaina.
Domini vuole girare un documentario sul mondo della polvere bianca, un po' per diletto e un po' per motivi personali. Per svolgere il compito si fa aiutare dall'amico Giona che ha qualche frequentazione nel sottobosco.
Il film inizia incuriosendo e poi peggiora andando avanti, sempre più, fino a capitolare in un patetico "monologo della puttana" che invece d'essere catartico, come vorrebbe, suona da già sentito. Per la cronaca la signorina in questione è la sorella di Domini che se la fa, a sua insaputa, con Giona.
Quello che mi ha colpito è stato riscontrare alcune analogie con un altro film di un giovane regista: Shooting Silvio. Anche in questo caso c'è il bisogno di invocare un grande regista per farsi coprire con un mantello che funge da richiamo, da riconoscenza, ma che dà anche una sensazione di compiacimento, di strizzatina d'occhio: vedi a chi mi ispiro? Piace anche a te? Allora abbiamo qualcosa in comune, allora stiamo dalla stessa parte. In questo caso il nume tutelare è Kubrick, ma lo stile registico e narrativo scelto vorrebbe riprendere Tarantino e Ritchie.
Questo docu-fiction, un genere che pare andare molto di moda negli ultimi anni, non si capisce bene che parte vuole fare: condannare, emozionare, presentare, fare un esercizio di brutta copia. Forse riesce nell'ultimo caso.
In questa "insensatezza" ben riprende una considerazione rivolta a questa generazione malvagia che chiede un segno, ma un segno non le sarà dato.
Sgradito
| Reg: 6 | Rec: 5 | Fot: 6 | Sce: 4 | Son: 7 |

martedì 9 giugno 2009

Doom

DoomUn laboratorio che dovrebbe fare ricerca archeologico-genetica interrompe improvvisamente le comunicazioni con la terra, una speciale squadra paramilitare viene mandata a scoprire cos'è accaduto.
Non sono mai stato un fan di Doom, le game-ore della mia fanciullezza preferii passarle, o perderle, con Wolfstein3D che lo precedette temporalmente di un anno, ma sono in molti a ritenere Doom come capostipite del genere “sparatutto in prima persona”. Probabilmente io trovavo più gustoso il sangue dei nazisti che poi, in fondo, tanto diversi da bestie-umane non erano. A voler essere pignoli, per trasposizione, una bestia lo diventavo, virtualmente (e c'è qualche differenza), anch'io.
Guardare Doom, il film, è praticamente una condanna: personaggi abbozzati pronti a morire in fretta, mancanza di ritmo e suspense, intrattenimento rasente allo zero e quasi non ci si accorge dei "cattivi". Eppure in mezzo al pattume ci sono tre-quattro minuti veramente validi. In questo breve lasso di tempo la distanza tra film e videogioco praticamente si annulla, con un piano sequenza in soggettiva siamo catapultati “dentro” al gioco, l'atmosfera si fa splatter con un retrogusto demenziale. Il tempo di risistemarsi sulla poltroncina e stampare un sorrisetto ed è già finito. Peccato, questa era l'unica idea valida, una parentesi senza sviluppo.
Nel cast c'è “The Rock”, e quindi ho detto tutto anche sulla qualità recitativa.
Sgradito
| Reg: 4 | Rec: 4 | Fot: 4 | Sce: 4 | Son: 4 |

sabato 7 febbraio 2009

La ragazza che saltava nel tempo

La ragazza che saltava nel tempoMakoto è una ragazza un po' sbadata e costantemente in ritardo a scuola, passa i pomeriggi pre-estivi chiacchierando e giocando a baseball in compagnia di due inseparabili amici: il serio Kosuke e il disinvolto Chiaki.
Un giorno, dopo aver inciampato nel ripostiglio del laboratorio di scienze, Makoto trova sul pavimento un'insolita pallina che si sgretola fra le sue mani in pochi istanti trasmettendole il potere di saltare indietro nel tempo. La ragazza comincerà ad utilizzare la speciale abilità per i suoi divertimenti e poi per provare a sistemare le relazioni sentimentali dei suoi amici.
Il tempo presente è contemporaneamente “tempo vissuto” e “tempo perduto”, ma nella gioventù si ha la speciale sensazione che esista solo il vissuto, ogni scelta è aperta e si vive bruciando i secondi uno dietro l'altro, guardando solo avanti. È quando si diventa adulti che si acquista la capacità di riflettere sugli eventi, di guardarsi indietro e riconoscere il potere delle scelte. Questo è proprio quello che Makoto è costretta a fare grazie all'abilità acquisita e così , mentre nuovi orizzonti si aprono davanti, e dietro, a lei, aumentano le scelte, i dubbi e gli errori.
I tentativi di Makoto per sistemare gli eventi sono inizialmente buffi, le cose si fanno più complicate quando scopre che anche piccole modifiche nel passato possono portare grandi conseguenze nel presente, e diventano catastrofiche quando tenta di indirizzare i sentimenti forzando gli avvenimenti.
L'insegnamento diventa chiaro: la vita è fatta di attimi che hanno valore per la loro irripetibilità, per essere proprio quello che accade in mezzo a tutte le altre (im)possibili alternative.
L'animazione e molto buona, i ritmi sono lenti e dilatati anche nelle scene che potrebbero essere d'azione rendendo come "sospesa" l'atmosfera adolescenziale che vira nel sentimentale e si tinge di melodramma per il finale.
Gradito
| Reg: 7 | Ani: 7 | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 7 |

mercoledì 12 novembre 2008

DOA: Dead or Alive

Un torneo di arti marziali recluta i suoi guerrieri attraverso stelline ninja ultra-moderne che arrivano dal nulla dopo qualche “rallentata” evoluzione marziale; noi seguiamo la convocazione di tre signorine molto più belle che brave.
Una volta riuniti i contendenti in un villaggio vacanze, che fra le attività ha come principale quella del “picchiaggio” sul posto, assistiamo al disfacimento del patetico tentativo del cattivo di turno di creare una potente arma... beh, più che potente arma, meglio dire un gingillo da combattimento...
Ennesimo film che trasporta una famosa serie di videogiochi al cinema. Donne che picchiano come un fabbro non sono male da vedere, ma l'ambitissimo gadget, ossia gli occhialetti che prevedono le mosse dell'avversario, è veramente una buffonata considerata la sua utilità nell'era delle armi di distruzione di massa e rende veramente tutto ancora più assurdo. Ma fa bene vedere ogni tanto film come questi, per ricordarsi cos'è la qualità e non darne neanche un minimo per scontato.
L'estetica del videogioco in questo caso non incontra il cinema, il cinema si piega anzi prostra al videogame fino a perdere dignità. Questo è uno di quei film che mette in evidenza come non occorra bravura, un'idea, un pensiero, la necessità di comunicare qualcosa per fare un film, basta avere i soldi; anche se non credo ne abbiano poi recuperati molti con questa pellicola.
Il regista è lo stesso del fracassone, ma più divertente, The Transporter ed è chiaro il suo tentativo di compensare tutto, ma proprio tutto, con le belle ragazze. Però è difficile compensare il niente e l'assurdo.
Sgradito
| Reg: 3 | Rec: 4 | Fot: 5 | Sce: 3 | Son: 4 |

martedì 4 novembre 2008

I guardiani del giorno

Zavulon è il machiavellico capo dei guardiani del giorno e sta cercando di utilizzare le rigide norme che regolano la tregua stabilita millenni prima per incastrare Anton Gorodesky, uno dei guardiani della notte. Anton vuole riprendersi il figlio, ossia l'eletto, che dovrebbe decretare la supremazia fra luce e oscurità, ma che si trova al momento sotto l'ala protettiva di Zavulon.
Per non sentirsi più spaesati di quello che già lo stile registico crea bisogna almeno aver visto l'episodio procedente della trilogia ideata dallo scrittore Sergej Lukyanenko: I guardiani della notte.
Questo secondo capitolo vede proseguire lo scontro fra il bene e il male con i loro criteri d'azione apparentemente simili e si giunge al momento centrale che vede l'eletto prendere le forze e forse una posizione, ma non si giunge a molto di più.
Se nel primo episodio c'era l'originalità dell'immaturo, qui c'è la deriva dell'eccesso che porta a far stridere il tutto: si trovano scene incerte, alcune ironiche, altre epiche, altre che sembrano inutili esercizi estetici. La regia irrequieta che prima sbilanciava e incuriosiva, questa volta deraglia aggiungendo ancora elementi alla storia senza riordinare quelli precedenti e arrivando anche a stancare un po'.
Sgradito
| Reg: 5 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 5 | Son: 7 |

sabato 18 ottobre 2008

Idiocracy

IdiocracyNel 2005 il pentagono decide di condurre un esperimento di ibernazione top-secret, le due cavie devono rappresentare l'americano medio: la parte maschile viene individuata in Joe Bowers, un militare custode d'archivio, per la parte femminile viene selezionata Rita, una prostituta che vuole scappare dal suo protettore.
Il tempo passa e qualcosa va storto, il progetto viene insabbiato e i due vengono dimenticati dentro i loro congelatori, si risvegliano nel 2505: una nuova società li aspetta.
L'idiocrazia, il governo degli idioti, è questo lo scenario politico e sociale che si prefigura al risveglio del nostro protagonista e che lo ricolloca da mediocre a uomo più intelligente della terra.
Il percorso evolutivo non è andato secondo l'ipotesi che vuole i più forti e intelligenti prevalere sugli altri, un'altra regola ha avuto il sopravvento quella che vuole la madre degli stupidi sempre incinta. La nuova società è contraddistinta da analfabetismo, teledipendenza, linguaggio volgare, alimentazione fatta di integratori e rifiuti ovunque; ovviamente è una società al collasso.
Film tecnicamente mediocre, ma d'altra parte è in tema, molto buona l'idea dell'azzardo evolutivo che offre spunti per qualche risata demente sui dementi. Dopo la visione una domanda sorge spontanea: fantascienza o caricatura del presente?
Gradito
| Reg: 5 | Rec: 5 | Fot: 5 | Sce: 6 | Son: 6 |

domenica 28 settembre 2008

Le vite degli altri

Le vite degli altriHGW è il nome in codice di un abile e glaciale agente della Stasi a cui viene affidato il compito di spiare la vita di Georg Dreyman, un promettente scrittore di drammi teatrali che qualcuno sospetta trami contro il regine; siamo nella Germania dell'est del 1984 e il rapporto tra massimi esponenti del partito comunista e la polizia segreta dà luogo a una politica di controllo e repressione del dissenso utilizzata anche per fini personali.
Un film di spionaggio con poca azione, ma con molto coinvolgimento emotivo, la regia passa fra il freddo circostante e si posiziona ad osservare la stanza calda della cultura, quella di Georg, della sua amante e dei suoi amici intellettuali. Segue lo sguardo del più problematico dei nostri protagonisti, l'agente HGW, che passa dalla sua calcolata solitudine al desiderio di un'altra vita.
All'inizio del film viene detto che le persone non cambiano velocemente, e che accade diversamente solo nelle commedie, eppure durante la visione scopriremo che succede anche nei drammi: la spia seguendo la vita dello scrittore inizia un transfert con lo spiato che culmina nella scena del pub con l'incontro della compagna di lui, ma come conciliare la sua veste con i nuovi ideali?
Giochi di potere, violenze psicologiche, soprusi e intanto il tempo passa e la Storia si fa beffe della vita degli altri. Eppure una piccola grande soddisfazione può ridonare il senso: un riconoscimento.
Deliziato
| Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 8 | Sce: 8 | Son: 7 |

sabato 6 settembre 2008

L'amico di famiglia

L'amico di famigliaUn inizio soffuso, sembra d'essere sopra una foglia sapientemente portata dal vento mentre sorvola l'Agro pontino per seguire una ragazza che ci metterà in contatto con il protagonista: Geremia de' Geremei.
Questo gretto omino vive con la vecchia mamma malata in un appartamentino abbastanza squallido ed è proprietario di una piccola sartoria. In realtà Geremia percepisce grosse entrate da una seconda attività, il prestito ad usura, e nonostante questa disponibilità finanziaria è tirchio. Non è solo il suo mestiere illecito ad essere sgradevole, lo è anche il suo aspetto, e dopo averlo visto girare con il suo cappotto lungo, il braccio ingessato che regge sempre un sacchetto di plastica, aver sentito il suo modo di parlare forbito ma adulatorio e viscido, sembra di riuscire a percepire anche il suo odore, senza dubbio rancido, untuoso, magari offuscato da un cattivo dopobarba.
Geremia offre i suoi “servizi” alla gente del paese, ma sbuca misteriosamente la possibilità di una grossa operazione che richiede l'investimento di tutto quello che ha raccolto negli anni.
Mi piace la regia di Sorrentino, mi dà la sensazione che tutte le cose siano messe al posto giusto anche gli eccessi di stile e quelli musicali. Non si allontana molto dal suo precedente Le conseguenza dell'amore mi sembra una sua estensione e traslazione: invece di raccontare solo “una storia” presenta anche una visione del mondo sia intima che sociologica, un mondo in cui perfino desideri e sentimenti sono svuotati, marci e mercificati.
Se all'inizio della visione lo squallore morale sembra avere origine da Geremia con il tempo il quadro si allarga e investe anche gli altri personaggi fino a renderli forse peggiori del povero usario.
L'incontro fra la bella e “la bestia” diventa un momento in cui nevrosi, subconscio e passione creano un vortice che centrifuga quanto visto in precedenza facendo uscire le cose capovolte.
Mi piace veramente questo Sorrentino che con la sua storia punge nell'intimo una società che vive in una terra “bonificata dal fascismo”, ma questo suo essere pungente, acido, credo che non farà amare questo film a molti.
Oltre a Giacomo Rizzo (Geremia) un elogio sulla recitazione se la merita anche Laura Chiatti perfetta nel ruolo della bella stronza.
Estasiato
| Reg: 8 | Rec: 8 | Fot: 8 | Sce: 7 | Son: 8 |

domenica 31 agosto 2008

Cappuccetto rosso e gli insoliti sospetti

Cappuccetto rosso e gli insoliti sospettiRossa arriva a casa della nonna e, come sappiamo, trova il lupo che l'aggredisce ma, colpo di scena, dal ripostiglio salta fuori la nonna legata e imbavagliata, nemmeno il tempo di capire cosa sta accadendo che un boscaiolo urlando a squarciagola frantuma la finestra e piomba nella stanza brandendo un'accetta. Da lì a poco giungerà la polizia che crede con l'arresto del lupo di risolvere anche lo strano caso di furti che si è verificato nella vallata, ma Mr. Zampe vuole vederci chiaro.
Questa rivisitazione della celebre favola animata in salsa investigativa fa della ricostruzione degli eventi (vedi I soliti sospetti) e del loro incastro la sua struttura portante e vincente, oltre ad offrire una classica e sempre buona lezione di vita: “se volete sapere la verità dovete leggere… tra le righe”.
Fra i vari personaggi divertenti un elogio va al caffeinomane Scattino e al canterino Japhet, veramente esilaranti. La parodia delle favole classiche richiama Shrek e in effetti siamo molto vicini, anche se la grafica è di un altro tipo, rimane quindi imprescindibile una scena di slow-motion a la Matrix e le citazioni di altri film. La colonna sonora ha un ruolo di rilievo, è variegata e spiritosa, perfetta per quello che mi pare uno dei migliori film per famiglie degli ultimi anni.
Io ho avuto un sorrisetto per tutta la visione.
Deliziato
| Reg: 7| Ani: 7 | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 8 |

mercoledì 6 agosto 2008

Super Nacho

Super Nacho Ignacio è un orfanello cresciuto in un convento e diventato, date le circostanze, a sua volta frate. La sua mansione è preparare con quello che riesce a trovare i giornalieri pasti per tutti i bambini, ma la sua ambizione è quella di diventare un lottatore di wrestling.
Con la scusa di poter guadagnare il denaro che tanto servirebbe all'orfanotrofio tenterà, coperto da una maschera e in coppia con l'esile compagno Esqueleto, di sfondare nel mondo della lotta libera cosciente che “diventare professionisti è difficile: bisogna avere delle amicizie politiche”.
Da quanto ho capito questo film è un omaggio al filone dei catch-movie, un genere nato in Messico alla fine degli anni Cinquanta che ha come protagonisti lottatori mascherati.
Il film è molto leggero ed è sostenuto, a fatica, dalla figura di Jack Black che abusa un po' troppo del suo repertorio di mossette, ma rimane comunque l'unico motivo per guardare questo film e concedersi qualche risata.
Gradito
| Reg: 5 | Rec: 6 | Fot: 5 | Sce: 5 | Son: 6 |

mercoledì 30 luglio 2008

Southland tales - Così finisce il mondo

Così finisce il mondoUna specie di sogno/incubo sulla fine del mondo con The Rock come protagonista che ci sta bene come un pistone in un notebook.
I più svariati generi cinematografici (commedia, thriller, poliziesco, fantascienza, apocalittico, politico, azione, satirico, musical) si mischiano in un pasticcio totale; c'è un'esplosione atomica, un viaggio nel tempo, un'America in preda alla mancanza di petrolio e in stato di militarizzazione con i soldati armati in città per sedare sul nascere qualsiasi minaccia. Intanto piccoli gruppi di neo-marxisti preparano azioni terroristiche mentre pornografiche starlette del pop cercano di rilanciarsi e il “grande fratello” osserva tutto.
Sì, forse non è molto diverso dalla situazione contemporanea, forse è solo un po' kitsch, ma la realizzazione è stancante.
Dopo Donnie Darko il regista Richard Kelly era atteso con buone speranze e una certa aspettativa, si dimostra invece un megalomane che propina un'accozzaglia magniloquente in cui tutto appare poco chiaro tranne il messaggio di fondo: la fine del mondo è già qui.
Un esempio di film postmoderno alla deriva, ovviamente si sprecano le citazioni, tra l'altro dei registi che preferisco, il che mi fa ancora più dispiacere: c'è addirittura una rivisitazione del Club Silencio di Lynch (Mulholland drive) con l'inno americano.
La colonna sonora selezionata da Moby sarebbe molto bella, ma da ascoltare in cd, nel film è spesso sovrastante; pensare che c'è pure Wave Of Mutilation dei miei Pixies.
Insomma il film si è rivelato una delusione e alla fine, dura 145 minuti, mi ha anche annoiato e il tutto pesa ancor più perché svilisce troppe cose che mi piacciono: con questi elementi avrebbe dovuto fare meglio, ma ammetto che mi rimane il piccolo dubbio di non aver capito io, che sia necessaria una seconda visione? Sarebbe dura.
Sgradito
| Reg: 6 | Rec: 5 | Fot: 6 | Sce: 4 | Son: 7 |

giovedì 17 luglio 2008

Ken il guerriero: La leggenda di Hokuto

La leggenda di HokutoPuò un personaggio come Ken Shiro essere rilanciato?
Credo di no, mi pare un'operazione nostalgica: le nuove leve difficilmente possono essere attirate da questo macho con la faccia da ferro da stiro e soprattutto con un'animazione di basso livello.
Fatto sta che arriva anche in Italia questo film, uscito in Giappone nel 2006, che dovrebbe essere il primo di una serie di cinque episodi dedicati ai personaggi maggiori del celebre manga.
Ken è uno degli eredi della divina arte marziale di Hokuto, le cicatrici nel suo petto rappresentano le sette stelle dell'orsa maggiore, e il suo destino dovrebbe essere quello di portare la pace in un mondo devastato dalle guerre mondiali su cui i più forti e violenti hanno preso un anarchico dominio.
Per portare la pace Ken Shiro va avanti a cazzotti e per questa occasione deve uccidere l'imperatore Sauzer.
Eroismo esasperato, arti marziali esagerate e un mondo di soprusi sono i punti base della storia su cui viene stesa una leggera trama di rapporti umani fra rappresentanti di scuole di arti marziali e qualche altro personaggio secondario.
L'impressione che ho avuto nella visione è che sa da vecchio, stagionato, ed è brutto da vedere. Rilanciare la mitologia di un personaggio entrato nell'immaginario degli adolescenti di fine-anni-ottanta/inizio-anni-novanta per i celebri punti di pressione sembra solo un'operazione per strizzare un altro po' di soldi da un'idea vecchia. Godibile solo da fan sfegatati.
Sgradito
| Reg: 5 | Ani: 4 | Fot: 4 | Sce: 5 | Son: 4 |

lunedì 5 maggio 2008

Crank

CrankLui è lo stesso di The Transporter, l'erede del Bruce Willis dei tempi d'oro, il duro solitario contro tutti che si piega ma non si spezza; lo scenario è “l'americanata”: inseguimenti, sparatorie e azione a ritmi forsennati. Ma questa volta l'accelerazione è giustificata, anzi indispensabile, una questione di vita o di morte, quella del protagonista.
Chev Chelios, killer professionista, è avvelenato con un intruglio cinese che inibisce qualche ricettore cerebrale e per rimanere vivo deve eccedere con l'afflusso di adrenalina altrimenti il cuore si ferma, e naturalmente trovare il tempo per vendicarsi.
Questo film è una mezza genialata, ironico, assurdo, ben girato e anche la sceneggiatura non sarebbe male se non ci fossero troppe pecche tipiche del genere: si preoccupano di far vedere il cambio di pistola per ovviare al classico “proiettili infiniti”, ma non si preoccupano di cellulari che resistono a tutto, ustioni che scompaiono e personaggi che invece compaiono improvvisamente al posto giusto, nel momento sbagliato.
Il riferimento ai mondo dei videogiochi (Grand Theft Auto in particolare) è evidente, confermato con titoli di inizio e di coda, e marca l'approccio con cui si deve guardare questo cult movie.
Nel finale si raggiunge l'apice dell'inconcepibile, ma si esplicita anche un certo “significato” che evidenzia come il cattivo non sia più solo una minaccia esterna, l'acerrimo nemico da sconfiggere, ma anche interna, una mancata scelta esistenziale che ora tocca il cuore: si corre, si corre e alla fine, quando ci si ferma, si pensa a quello che veramente si sarebbe voluto e si scopre che era rallentare, annusare il profumo di una rosa e stare con la propria amata. Dosi di epinefrina a parte.
Risate e sconcerto, dialoghi radical-trash, e regia dall'animo punk.
Deliziato
| Reg: 7 | Rec: 6 | Sce: 6 | Fot: 7 | Son: 8 |

lunedì 3 dicembre 2007

Radio America

Radio AmericaMostrare la radio come uno spettacolo teatrale, in un tempo sospeso; nelle mani di Altman è quasi una garanzia.
Un film corale dove vecchie glorie si trovano ad affrontare l'ultimo spettacolo: il teatro che per anni hanno calcato verrà abbattuto per far spazio a un parcheggio.
Atmosfera malinconica, ma allo stesso tempo intrisa di dialoghi e situazioni divertenti, come sottofondo le musiche country dello show. Fra le quinte si aggira una figura misteriosa, un angelo custode, dal compito mefistofelico, riuscirà a cambiare le sorti? O sarà solo l'ambasciatrice della triste sorte?
Il racconto nostalgico di una fine che non vorrebbe essere tale, neanche per Altman che prova a rendere il tutto più dolce confezionando un film dal tepore di un abbraccio, ma dal monito preciso:«Se ti capita di sentirti felice, porta pazienza. Passerà».
Deliziato
| Reg: 8 | Rec: 8 | Fot: 7 | Sce: 7 | Son: 8 |

sabato 17 novembre 2007

Inland Empire

Inland EmpireUna visone è troppo poco, due saziano.
Inland empire è un moltiplicarsi inafferrabile di storie dove più si prova a dare una forma lineare, o almeno ragionevole, più si scopre che i pezzi non combaciano, che sono simili e/o elementi alternativi di storie. Di altre storie.
Siamo in pieno spirito post-moderno dove per spiegare una cosa bisogna spiegarne un'altra e poi un'altra ancora che si ricollega a sua volta a un'altra, e così via in gioco di rimandi infiniti per soddisfare il difficile compito.
Lynch continua il discorso sul cinema come la macchina dei sogni e Inland Empire rende lampante come il “materiale” del cinema sia un lavoro di ri-amalgama, ri-composizione, uno spostatamento di location, ma sempre un racconto di vite e sogni.
Il film è diviso grosso modo in tre parti e, per abitudine, siamo portati nella visone a definire la prima come “reale” e la seconda come il viaggio onirico. Questo almeno è sostenibile fino all'ultima parte che fa sospettare come anche la prima potesse essere una vita immaginata, una storia mancata.
In Inland Empire il sogno è nella realtà e la realtà è nel sogno, in questo stato si perde il piano della “veglia”, ma allora tutto diventa sogno e la realtà diventa illusione. Tutto è scomponibile e ricomponibile come fa un caleidoscopio che presenta immagini diverse decostruendo e ricomponendo gli stessi pezzi. Tutto avviene nella nostra mente. Tutto questo, lasciando da parte la “spettatrice” e la sit-com dei conigli, che non riesco a comprendere.
Un impero da esplorare, dove le storie possibili sono impossibili da sintetizzare, da ridurre. Ma allora cosa vado a vedere?
Non voglio la semplificazione interpretativa tipica di tanti filmetti, ma nemmeno un'impossibilità interpretativa.
Se Lynch crede di parlare direttamente al nostro inconscio, giocando con l'evocazione di emozioni in possibili storie in uno stato pre-narrativo, tanto vale “guardarmi” un mio sogno, anche se sentirò la mancanza delle belle immagini digitali. Lascio “Mulholland drive” come suo migliore film e uno fra i miei preferiti.

Gradito
| Reg: 9 | Rec: 8 | Fot: 8 | Sce: ? | Son: 8 |

giovedì 18 ottobre 2007

Nightmare detective

Nightmare detectiveTsukamoto per me rimarrà quello di Tetsuo e a guardare bene questo "Detective dell'incubo" si può riscontrare un'evoluzione del suo discorso sulla catastrofe postindustriale, anche se visivamente meno visionario degli esordi.
La polizia indaga su una coppia di suicidi-omicidi dove le vittime hanno in comune lo stesso numero (0) chiamato prima di togliersi-perdere la vita. Per dipanare la matassa viene chiesto l'aiuto di un giovane sensitivo.
La “sbobba” di Tetsuo non è più una minaccia corporea, gli orrori prodotti dal mondo sono penetrati saldamente dentro gli uomini fino ad insinuarsi nel loro inconscio: il processo di disumanizzazione si è compiuto. Intorno all'essere umano sono rimaste solo luci fredde, luoghi grigi e due giapponesine monoespressive molto belle. Il messaggio Tsukamoto lo esprime chiaramente, più con le parole dette che con la storia un po' sconnessa: “...odio tutto questo. Sono tutti idioti ed egoisti in questo mondo corrotto [...] dove le qualità individuali sono definite in base alle conquiste sociali. [...] in questo stato si perde anche il piacere primario della vita”. A lasciare perplessi è il finale stonato che da spazio a un'improvvisa apertura, forse richiesta per smorzare l'altissima dose di pessimismo (o realismo?).
Deliziato
| Reg: 6 | Rec: 5 | Fot: 8 | Sce: 5 | Son: 6 |