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giovedì 16 luglio 2020

Ci sono due soldati, no un regista - 1917

Ho iniziato a vedere 1917 attendendomi di seguire la storia di due giovani soldati britannici inviati in una missione, in teoria impossibile, per avvisare e fermare i compagni schierati pronti per un attacco che si rivelerebbe una trappola e in una conseguente carneficina, ma dopo una decina di minuti stavo vedendo la storia di una macchina da presa (mdp) in territorio di guerra.
C'è un momento che fa da spartiacque (non solo metaforico) nel capovolgimento del soggetto protagonista, è quando i due soldati incontrano un laghetto, loro devono costeggiarlo, la mdp invece può andare via dritto, attraversarlo, "camminare sulle acque", per lei non ci sono limiti.
Da lì in poi per la storia raccontata l'interesse cala, anche se devono ancora avvenire gli eventi più significativi, quello che si vuole vedere è il percorso che seguirà quel lungo piano sequenza. Bisogna dire che l'effetto è notevole, però lo scemare del coinvolgimento per le sorti dei personaggi e invece il protagonismo della mdp è secondo me un problema. 
Se inizialmente, in trincea, sembra di essere lì per vivere da vicino gli eventi, dal laghetto in poi mi sembra di essere lì per vedere quanto è brava quella mdp ad attraversare senza vacillare uno scenario complicato come può essere quello movimentato di una zona di guerra.
Si arriva alla fine del film che l'eroicità della storia è schiacciata in secondo piano dalla mdp, anch'essa senza eroicità (incapace di prendere una qualche posizione), usata per mostrare abilità, ma senza dare un "punto di vista", senza fornire qualcosa al racconto, bensì mettendosi sotto il riflettore solo per la prodezza tecnica.
Il piano sequenza è una tecnica che mi piace molto, vari sono i registi che l'hanno adottata per una parte di film e qualcun altro, già prima di 1917, per tutta la durata del film, fra questi cito Victoria uno dei miei film preferiti 2015 là sì che acquisiva un senso e dava qualcosa in più alla storia.
In questo 1917 di Sam Mendes il celebre slogan "la potenza è nulla senza controllo" appare inadatto, qui ci sono entrambi, la potenza produttiva e il controllo della tecnica di regia, eppure manca lo stesso qualcosa. In questo caso bisognerebbe riformulare il motto in: potenza e controllo non bastano per fare un gran film se non li usi per un senso, un'emozione, una riflessione. Gradito

martedì 30 giugno 2020

Il Recidivo risponde al posto di Ghezzi

Uno dei post più visitati negli ultimi tempi è quello dedicato ai film preferiti di Enrico Ghezzi, ma c'è anche Il Recidivo da queste parti e può rispondere anche lui a quelle stesse domande. Infatti alla trasmissione Questo è un paese di fessi su Radio 610 è stato intervistato proprio lui, figura molto modesta nella blogosfera e punto di riferimento di nessuno nel panorama cinematografico. La puntata non la potete riascoltare interamente, ma annoto qui sotto a mo' di promemoria, o consiglio, le sue risposte.

Alla richiesta di scegliere tre film italiani, dopo aver ammesso che, nonostante abbia visto più di 2000 film, il cinema italiano rimane una delle sue grandi lacune, ne ha citati tre di Nanni Moretti:
- Io sono un Autarchico
- Ecce bombo
- Sogni d'oro

Spinto a fare qualche altro titolo non dello stesso regista, ha ribadito che di cinema italiano ha visto poco, poi ha nominato: 
- Le conseguenze dell'amore di Paolo Sorrentino
- C'eravamo tanto amati di Ettore Scola
- I pugni in tasca di Marco Bellocchio

Alla richiesta di quale fosse secondo lui un film sopravvalutato ha risposto che: 
Crede che tutto l'ultimo Quentin Tarantino sia un po' sopravvalutato, per fare un titolo: C'era una volta a... Hollywood.

Il film che ha visto più volte è: 
- L'esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam, anche perché la visione era gratis ai tempi di Stream TV (una delle prime pay per view in Italia).

Regista da recuperare:
- Satoshi Kon, con i suoi quattro film d'animazione che culminano in Paprika - Sognando un sogno, più la sua serie Paronoia Agent.
 
Registi attuali che più gli piacciono:
In passato aveva stilato la lista dei 20 registi che preferiva, fra di loro ce ne sono ancora in attività, ma con l'occasione nomina anche una coppia di fratelli registi più o meno emergente: Josh & Benny Safdie.

La chicca:
Non ha mai pensato di poter fare una regia però ha un'idea di film nel cassetto. Tanti anni fa, immaginando un film che gli sarebbe piaciuto, aveva visualizzato un pub con vari tavolini dove la macchina da presa si sposta per seguire le discussioni dei vari avventori. Dopo gli intrecci di chiacchiere, discorsi di politica, filosofia, idiozie e drammi, tutto condito da pinte di birra, si esce seguendo un personaggio e finisce con la macchina da presa dentro la sua vomitata. Tutto in un piano sequenza ovviamente.

venerdì 22 maggio 2020

Devs

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Alex Garland è uno dei registi che più ho promosso indirettamente negli ultimi anni. Nelle mie top dell'anno (2015, 2018), molto striminzite in quanto a numero di titoli, hanno trovato spazio tutti e due i suoi film come regista. “Come regista” perché Garland si era fatto conoscere nel mondo del cinema inizialmente come sceneggiatore, prima era uno scrittore di libri, infatti fu il successo del suo romanzo "The Beach", alla fine degli anni novanta, a catturare anche Danny Boyle che ne girò la trasposizione filmica con il giovane Leonardo Di Caprio nel ruolo di protagonista, e con Garland a curare la sceneggiatura.
Con questa premessa appare chiaro perché l’aspetto che più ho trovato convincente nei suoi film sia lo sviluppo del tema trattato, poi supportato più da una buona fotografia e visione estetica che da un particolare stile di regia. Quando ho sentito che aveva scritto e girato anche una mini-serie con soggetto una commistione di tecnologia, determinismo e libero arbitro mi sono sfregato le mani, considerato che sono argomenti che mi interessano da molto tempo. Mi sono quindi lanciato alla visione di Devs, mini-serie di 8 episodi, per ora inedita in Italia, disponibile su Hulu.

sonoya-mizuno-devs
Gli eventi si svolgono a San Francisco dove un giovane programmatore deve presentare il risultato di un progetto al capo-guru dell’azienda hi-tech Amaya. Se l’esito sarà positivo il giovane potrebbe entrare a far parte della sezione di ricerca e sviluppo, reparto denominato, per l’appunto, Devs.
Sembrerebbe poco avvincente, ma l’elemento in più è che quella sezione è altamente riservata e fa ricerca pionieristica sull’informatica quantistica. Nel reparto crittografia dell'azienda lavora anche la fidanzata del giovane, si chiama Lily ed è interpretata da Sonoya Mizuno che avevamo già apprezzato in Ex Machina. Sarà presto lei a diventare la protagonista della vicende.
Non è solo l’attrice a creare un legame fra questa mini-serie e il primo film di Garland (Ex Machina), entrambi sembrano futuristici, ma sono rappresentati come un futuro già qui, dove tutto appartiene al nostro tempo tranne il “ritrovato” tecnologico. Unendo i due titoli, risulta quel “Deus ex machina” che indica una persona o un evento che interviene all’improvviso (alle volte in modo forzato) per risolvere una situazione apparentemente senza via d’uscita. Tradotto in modo letterale significa “divinità che scende dalla macchina” e quindi cade a pennello come possibile immagine di sintesi per entrambe le opere: potrebbe essere una macchina a risolvere il quesito se il libero arbitrio sia, in realtà, solo una sensazione emergente di un essere in un sistema complesso ma in fondo deterministico.



La mini serie l’ho guardata molto volentieri, se siete appassionati alle problematiche esistenziali connesse alla funzione d’onda di Schrödinger e alle possibili interpretazioni della meccanica quantistica, ci troverete delle citazioni (interpretazione di Copenaghen, di Von Neuman-Wigner e soprattuto quella di De Broglie-Bohm e quella a molti mondi di Everett), segno che qualche libro di divulgazione sul tema se lo è letto anche Garland. Se queste cose non le conoscete però gradite fantascienza e thriller allora può bastare perchè piaccia anche a voi.
Una critica che voglio fare è che la si potrebbe definire una mini serie “a parentesi” nel senso che la parte centrale è un po’ debole e per il racconto poteva bastare anche solo l’apertura e la chiusura, quindi se ne sarebbe potuto fare un film, ma dato che il formato serie ormai è molto richiesto… E allora si poteva sviluppare meglio quella parte centrale, con più contenuto sostanziale, dando un po’ di storia anche ai personaggi secondari e soprattutto ampliando il discorso teorico (spunti ce n’erano) facendone quindi una serie più lunga. Con il rischio di diventare poi troppo pesante per certo pubblico? Beh, forse si poteva osare.