domenica 30 maggio 2010

L'illusione viaggia in tranvai

l'illusione viaggia in tranvaiCaireles e Tarrajas stanno riparando il loro amato tram numero 133, ma ricevono la comunicazione che deve essere ritirato dal servizio.
Per annegare la tristezza passano la serata alla festa di una locanda e cominciano a bere. Non abbastanza ciucchi, approfittando di una recita che ha catturato il pubblico e distratto il guardiano della rimessa, vanno al deposito per recuperare uno scatolone di birra e brindare dentro il loro tram.
In preda all’ebbrezza decidono di fare un ultimo celebrativo giro notturno, pensando che nessuno se ne accorgerà, invece, all’indomani, avranno qualche problema a riportare il mezzo e nascondere la “scappatella”.
Un Buñuel minore in uno dei suoi film messicani, dirige una divertente commedia che scorre lungo una linea del tram di Città del Messico.
Se dal lato narrativo si punta sull'attesa del vedere quale sarà la prossima sventura dei nostri protagonisti, in quello simbolico le fermate e gli incontri casuali diventano l’occasione per esprimere le taglienti riflessioni del regista su religione, economia, differenza di classe, e altri aspetti della società.
Il film si apre con una voce fuori campo, da documentario, che su una panoramica della città ci ricorda essere popolata da milioni di uomini e donne che vivono e lavorano sperando nella realizzazione di un sogno; un'illusione. Il mezzo di trasporto scelto per il racconto è costruito per seguire un percorso prefissato e, infatti, nonostante “sali e scendi”, incidenti e cambi di destinazione alla fine ad un posto dovranno tornare; il destino è determinato.
Durante questo "fuori orario" in tranvai si costruisce un ritratto sociale, dove sfilano lavoratori, scolari, borghesi, rendendo quella piattaforma mobile un palcoscenico sul quale entrano ed escono i personaggi di una vita intrappolata in una rete sociale che invece di allacciare una comunità sembra costringerla in binari prestabiliti.
Deliziato
| Reg: 7 | Rec: 5 | Fot: 6 | Sce: 7 | Son: 6 |

giovedì 27 maggio 2010

2081

2081 distopieNel 2081 tutti sono uguali, o meglio le persone che si distinguono per qualcosa sono penalizzate nelle loro doti con dispositivi particolari in modo da calmierarne le capacità: se sei una brava ballerina ecco che dei pesi ti rendono più difficili i movimenti, se sei balbuziente puoi presentare lo stesso un telegiornale, se sei intelligente vieni tormentato con rumori fastidiosi. Se invece sei proprio una persona mediocre incapace di pensare, non ti occorre niente, vai bene così.
Un giovane bello, atletico e intelligente, imprigionato per non voler attenuare le sue caratteristiche superiori alla media, riesce a scappare. Nella fuga entra in un teatro con l’intento di risvegliare le menti del pubblico al motto di: «vivere liberi o morire!».
In questa società distopica immaginata dallo scrittore Kurt Vonnegut ed espressa nel suo racconto "Harrison Bergeron" si assiste ad un’evoluzione perversa degli ideali di uguaglianza e si irraggia un energico inno liberalista. L'interessante provocazione intellettuale non trova però un sostegno visivo soddisfacente da questa versioncina filmica proposta dal regista esordiente Chandler Tuttle che in una sola mezz'oretta riesce a risultare noioso e svolgere il compitino semplificando troppo in sceneggiatura, tentando una via poetica poco convincente con un alone di spocchia. [Guardalo su You Tube]
Sgradito
| Reg: 4 | Rec: 5 | Fot: 4 | Sce: 4 | Son: 5 |

martedì 25 maggio 2010

Young @ Heart

young at heartYoung at heart è un coro speciale dove l’età media si aggira attorno agli ottant’anni, noi seguiamo le sette settimane che precedono la realizzazione del loro spettacolo “Vivi e vegeti” nel quale i cattivi vecchietti si cimentano con classici rock e pop.
Un documentario musicale che all’idea potrebbe far storcere il naso pensando che gli arzilli anziani vengano esposti come “animali da spettacolo”, un po’ come capita quando la televisione usa i bambini come cattura spettatori, ma nel nostro caso si può ben dire che siano grandi e vaccinati, sanno cosa stanno facendo. La loro consapevolezza è di sentirsi parte di un gruppo, avere un obiettivo nonostante siano nella tratto finale della vita e poter godere d'essere ancora apprezzati e applauditi. Lo fanno con molta ironia e un po’ d’inconsapevole comicità.
La spinta partecipativa non viene propriamente dalla musica, per quello c’è il maestro Bob Cilman, e se gli domandi il genere che preferiscono rispondono la musica classica, quindi ben lontana da quella che devono cantare, ma loro sono lì per cercare di allargare gli orizzonti, e perché quando cantano si dimenticano delle ossa scricchiolanti e delle altre magagne.
Eppure le canzoni che il maestro sceglie diventano importantissime, acquistano un significato particolare e prendono una sfumatura inedita proprio grazie all’età e all’interpretazione dei performer. Per citare qualche titolo Should I stay or should I go dei Clash, Schizophrenia dei Sonic Youth, I wanna be sedated dei Ramones, Golden years di David Bowie, Forever Young di Dylan, sono tutte canzoni che strizzano l’occhio al gioco dell’età. Ma ce n’è una che più di tutte diventa veramente toccante ed è Fix it dei Coldplay dedicata ad un componente che non arriva allo spettacolo. Commovente.
Uno dei problemi fisiologici del coro è infatti fronteggiare le problematiche dovute all’essere nel declino della tragitto della vita. Significativa diventa la scena dove la corriera che li trasporta con stampata la scritta “Peter Pan” procede lungo la carreggiata mentre nell’altra corsia passa nel senso opposto un’ambulanza: tutto li spingerebbe verso un ospizio, un ospedale ed invece loro corrono ancora, nonostante la strada sia finita. Il trucco è non fermarsi, non fermarsi mai.
Deliziato
| Reg: 7 | Rec: - | Fot: 8 | Sce: 7 | Son: 9 |

lunedì 24 maggio 2010

Palma d'oro 2010

palma d'oro 2010 cannesIl miglior film dell'edizione 2010 del Festival di Cannes è stato valutato:

Oltre per il fatto che la palma d'oro è stata vinta dal film de "il-regista-thailandese" questa edizione vale la pena d'essere ricordata per due fatti politici che l'hanno toccata.
Il primo è l'assenza in giuria di Jafar Panahi che è da marzo in prigione a Teheran per essere intenzionato a girare un film sulle proteste antigovernative e quindi scomodo al regime iraniano.
AGGIORNAMENTO 25/5/2010: Il regista è stato scarcerato su cauzione.

binoche panahi
Il secondo fatto è la dichiarazione di Elio Germano alla consegna del premio come miglior attore (ex aequo con Javier Bardem) per l'interpretazione in "La nostra vita" di Daniele Lucchetti. Il giovane attore ha dedicato il premio agli italiani che fanno di tutto per rendere l'italia un paese migliore nonostante la loro classe dirigente [video].
In platea grandi applausi, al TG1 filo-governativo un problema tecnico censura l'accaduto.

domenica 23 maggio 2010

Vuoi un dito del piede? Avrai un dito del piede

grande lebowski"Movies R Fun" (part of the Lil' Inappropriate Book line)
by Cooley

sabato 22 maggio 2010

Perché così tanti film sono girati in California?


La risposta immediata è “ovvio c’è Hollywood”, ok, certo, ma perché si è sviluppata proprio lì? Anche in questo caso la risposta è semplice ed intuibile se si guarda una cartina geografica fisica della California. La sua posizione e la sua conformazione permettono un clima piuttosto stabile e variegato e si traduce nella riduzione dei costi per girare i film.
Con spostamenti longitudinali contenuti si può passare dalla spiaggia alla montagna e grazie all’estensione in latitudine si può passare da climi freddi del nord a quelli caldi del sud e addirittura desertici come nella minacciosa Valle della Morte.
Nell’immagine qui sotto si può gustare una mappa compilata nel 1927 dalla Paramount dove vengono suggerite le location in base alla tipologia di paesaggio di cui si abbisogna.

venerdì 21 maggio 2010

Sleep Dealer

sleep dealerMemo Cruz è un giovane amante della tecnologia, vive con la famiglia in una zona arida del Messico, tempo addietro erano proprietari di terre irrigate e coltivate mentre ora per procurarsi un po’ d’acqua devono recarsi alla diga costruita da una corporation che ha bloccato il corso del fiume e privatizzato l'acqua. Solo dopo essersi identificati ad un ingresso militarizzato possono accedere al bacino e riempire le loro bisacce, per trentacinque litri fanno ottantacinque dollari: dovrebbe essere acqua dolce ma è veramente “salata”.
Memo sogna di trasferirsi in città però il padre non vuole abbandonare la sua terra e quello per cui ha lavorato tutta la vita. Un drammatico evento, di cui è responsabile, porterà Momo a Tijuana dove farà la conoscenza della scrittrice Luz che l’aiuterà a farsi impiantare i nodi indispensabili per connettersi al mercato del lavoro. Quello che prima lo appassionava arriverà ad esaurirlo.
Il futuro immaginato da Alex Rivera non è poi così lontano da noi, l’economia globale si è spostata nella rete, le nuove fabbriche non fanno uscire alcun materiale, si prendono i lavoratori li collegano a cavi che diventano le nuove catene e assorbono la forza lavoro delocalizzando i risultati. Memo comanda un robot che costruisce un palazzo in America, in un posto dove non è mai stato. Le nuove fabbriche vengono soprannominate “sleep dealer” perché risucchiano lontano le energie degli “operai” e senza che se ne rendano conto li portano al collasso.
Questo Terzo Mondo cyber vede scomparire le distanze virtualmente mentre alti muri dividono ancora le frontiere, si libera la circolazione alla sfruttamento della manodopera, ma non quella dei corpi. Intanto alla televisione indottrinano il popolo su chi sono i buoni e chi i cattivi sfruttando il format del reality come telegiornale. Diventa difficile capire come stanno le cose veramente da spettatori, solo quando si diventa attori protagonisti capaci di mettere in discussione l'ordine stabilito si accende la speranza perché qualcosa possa cambiare e qualcuno faccia qualche passo per redimersi.
Un film ricco di idee che straripa non sostenuto da un adeguato budget, con effetti grafici di basso livello e con uno stile ricercato ma grossolano, producendo un composto spatolato più che pennellato.
Gradito
| Reg: 5 | Rec: 4 | Fot: 5 | Sce: 7 | Son: 5 |

domenica 16 maggio 2010

Fandango

fandangoAd Austin nella casa della confraternita universitaria dei Groovers si festeggia con fiumi di alcool l’addio al celibato di uno dei membri, ma la baldoria si smorza quando al momento del discorso affiora la notizia che lui e un altro di loro hanno in tasca il foglio di via per l’arruolamento nell’esercito con destinazione Vietnam.
Come affogare la tristezza per l’incombente fine della loro giovinezza? Bisogna partire subito per un’ultima avventura epica che riesca a far divertire e dimenticare per un altro po’ quello che attende, forse per scappare.
Il mezzo è una Cadillac azzurra carica di birre e di cinque amici, la meta è ai confini con il Messico per recuperare i resti del vecchio Dom, un “compagno” sotterrato fra le rocce anni prima.
Questo fandango (un ballo andalusiano) di addio combina atmosfera on the road e on the rock anni settanta con realismo esistenziale e situazioni surreali. Dietro i canoni della commedia si tenta di nascondere il dramma della vita adulta, il movimento è evocativo ed esprime una malinconia che è allo stesso tempo vitalistica. Si muove con passi decisi partendo da una situazione che potrebbe presagire una classica goliardata da college americano, ma il periodo del divertimento è qualcosa da dimenticare, c'è la storia che recide quel tempo come una ghigliottina. Si prova a correre, a prendere velocità ad anestetizzarsi ubriacandosi, ma prima o poi bisogna fermarsi.
Il Vietnam non si vede, ma si sente, è sempre all’orizzonte ed evocato nella baldoria dei fuochi d’artificio dentro il cimitero, con tombe che si annunciano ai piedi dei nostri personaggi mentre nel cielo scuro esplodono quegli ordigni pirotecnici: c'è poco da ridere, la realtà diventa metaforicamente rivelatrice.
Poi c'è la scena del lancio dall'aereo, non si tratta di volare per piacere, non si tratta di librarsi nell'aria, di sospendersi verso gli ideali. Si tratta di dimostrare coraggio, di sfidare temerariamente la morte dopo un'esilarante lezione di volo alla lavagna perché non c'è nessuno ad insegnarti veramente come sopravvivere. Quel lancio è un precipitare, quasi senza paracadute.
La danza sembra volgere al termine, bisogna passare ai riti conclusivi, si deve brindare ai privilegi della gioventù a quello che si era, a quello che si è e a quello si sarà, perché nonostante tutto il fandango spinge ad andare avanti e qualcuno a scelte decisive: il matrimonio si deve fare.
Si improvvisa una cerimonia con banchetto e un ultimo ballo rivelatore, poi tutto finisce e il gruppo si scioglie, le amicizie sfumano ognuno per la sua strada. Ma c'è chi si era già dileguato perché non poteva festeggiare veramente dato che ha perso l'amore, l'amicizia e non c'è niente di positivo che lo aspetta nel futuro. Allora non rimane che guardare in disparte lo spegnersi delle luci da lontano e, probabilmente, fuggire da un sistema di cui non si vuole far parte.
Deliziato
| Reg: 7 | Rec: 7 | Fot: 7 | Sce: 8 | Son: 8 |

venerdì 14 maggio 2010

Cella 211

Ho guardato questo film perché un giovane critico cinematografico, che viene pagato per farlo, e ha anche lui un blog, ne aveva parlato con toni entusiastici. Non faccio il nome perché sarebbe comunque pubblicità e, secondo me, non la merita.
Inizialmente avevo snobbato questo titolo che dal trailer non mi sembrava avesse qualcosa da offrirmi, poi, sentita l'esaltazione del tizio, ho pensato di mettere in discussione la mia presunzione.
Nei primi dieci minuti mi stavo ricredendo, si racconta di un giovane che all’indomani dovrebbe iniziare a lavorare come secondino e decide di fare un sopralluogo nel suo prossimo posto di lavoro. Purtroppo proprio quando è in visita al braccio più violento del carcere, esplode improvvisamente una rivolta capeggiata dal leader dei detenuti Malamadre. Il nostro giovane di belle speranze, per circostanze quasi paradossali, è costretto a mischiarsi alla masnada per evitare il linciaggio, improvvisandosi criminale e facendo poi il doppiogiochista.
Dopo questo originale inizio si aggiungono alla storia eventi improbabili che dovrebbero forzare un’atmosfera tesa, ma a me han teso solo i nervi per la loro artificiosa “casualità”. Anzi vado di spoiler, il protagonista finisce per pura sfortuna in gabbia perché perde i sensi dopo che gli è caduto in testa un calcinaccio dal soffitto, che centra giusto-giusto lui. A seguire, la sua dolce mogliettina incinta, penserà bene di intrufolarsi fra la folla che protesta e in mezzo a tutta quella gente verrà colpita da una manganellata giusta-giusta lei.
Alla fine questa macchinata storiella vuole mostrare un classico "insegnamento" per i film del genere: fra i cattivi c’è un po’ di buono e fra i buoni si nascondo cattivi che possono essere peggio dei cattivi. A legare tutti c'è sempre un forte egoismo di fondo è una strisciante corruttibilità. Niente di nuovo e truffaldino nel modo di raccontarlo.
Del capo rivolta, il carismatico Malamadre, si dice che non rida neanche Dio, ma di questo filmetto rido io.
Sgradito
| Reg: 5 | Rec: 5 | Fot: 6 | Sce: 4 | Son: 6 |

lunedì 10 maggio 2010

Star Trek - Il futuro ha inizio

star trek la rinascitaIn malafede e seguendo l’esortazione “conosci il tuo nemico” (i trekkari) mi sono messo alla visione di questo film.
Premetto che non conosco bene il mondo di Star Trek, mai visto i precedenti dieci film, solo qualche puntata della serie tv classica e della nuova generazione, senza continuità, praticamente per sbaglio, però ne so abbastanza per riconoscere i personaggi e tuffarmi in questo blockbuster di J.J.Abrams con un piccolo salvagente.
In sostanza si narra la storia del giovane Kirk e del giovane Spock, i due personaggi principali della serie, il terrestre e il vulcaniano mezzo terrestre, entrambi “ribelli” in famiglia e con un modo di affrontare gli eventi diametralmente opposto: Kirk è uno spavaldo sicuro di sé subito pronto all’azione mentre Spock ha fatto il corso per controllare le emozioni, ponderare e quindi prendere le decisioni.
Con l'attacco di un'astronave di romulani le due anime vengono in contatto e si presenta una classica contrapposizione fra azione emotiva e azione logica, va da sé che le due personalità si trovino in un iniziale conflitto, ma le due posizioni, come un tao, si completano a vicenda e anche i nostri “nemici” di primo pelo sono destinati ad unire le “forze” e diventare amiconi.
Devo dire che il film mi ha stupito, l’ho trovato divertente, anche in certi aspetti involontari come quando alla domanda “chi è il bastardo con le orecchie a punta?”, ho subito esclamato “è Sylar!” (Spock è interpretato da Zachary Quinto, Sylar in Heroes). Pensare che poi c’è pure Demetri di Flash Forward che fa il pilota della Enterprise. Che ridere, doveva morire entro il 29 Aprile 2010 ed è ancora vivo nel XXIII secolo. Nel mio immaginario i personaggi delle serie tv rimangono attaccati ai loro attori come una ventosa.
Non finisce qui, c’è un’altra specialità nel cast: Spock da vecchio. Sapevo che doveva essere interpretato da Leonard Nimoy, il “vero” Spock originale, ed invece mi trovo davanti Toto Cotugno. Ovviamente scherzo, però queste sono state le mie reazioni alla prima vista dei vari personaggi.
Mettendo da parte questa ilarità, il film mi ha stupito, J.J. Abrams ha fatto sentire il suo tocco dando una tonalità giovanilistica alla storia con un percorso interessante nonostante tanta azione ed effetti speciali, a volte anche fini a se stessi (come ad esempio la scena dei mostri su Delta Vega). Nel complesso risulta coinvolgente e, secondo me, si sente qualche influenza di Star Wars.
Chissà se sarà piaciuto ai veri fan di Star Trek? Credo non troppo. Probabilmente già all'inizio, quando papà Kirk "telefona" alla moglie incinta del prossimo capitano Kirk per un ultimo saluto, avranno chiamato lo "Scott teletrasporto!".
\V/, e che la Forza sia con voi, trekkie.
Gradito
| Reg: 8 | Rec: 7 | Fot: 8 | Sce: 7 | Son: 9 |

domenica 9 maggio 2010

Immagine 3D stereoscopica

Dopo l'illusione acustica 3D dell'olofonia ecco quella visiva della stereoscopia: con un gif animato si ha la sensazione delle profondità senza usare i classici occhialetti 3D del cinema. Non male.
Per i più maliziosi in questo post si può vedere anche una donna nuda che scala, eroicamente, una montagna.

mercoledì 5 maggio 2010

La città verrà distrutta all'alba

La città verrà distrutta all’alba, quindi sappiamo già come andrà a finire, ma partiamo da qualche giorno prima quando in una piccola cittadina di circa milleduecento abitati sembrava regnare la quiete.
Durante una partita di baseball fa ingresso in campo un uomo armato di fucile, sembra ubriaco e pronto a far fuoco, lo sceriffo prova a parlamentare poi, per evitare una brutta fine, interviene drasticamente.
Il problema è che le misure veramente drastiche devono ancora arrivare.
Lo sceriffo e la dolce mogliettina, coadiuvati dal fido aiuto-sceriffo, saranno protagonisti nella lotta alla sopravvivenza.
Questo remake del film di Romero del 1973, qui nel ruolo di produttore, lascia trasparire un consiglio ben preciso: anche se è poco rispettoso dell’ambiente, è sempre meglio bere dalle bottiglie di acque minerali. Infatti il virus che infetta il paese si diffonde nella popolazione attraverso l’acquedotto provocando nelle persone un’improvvisa sete di violenza.
Il percorso è il classico del genere con la celebre “fase uno”, il contenimento, che però non funziona mai. Coscienti della prevedibilità e della mancanza di originalità, oramai fisiologica per il genere, si cerca di giocare almeno rilanciando con colpetti di scena nella storia, ma ogni volta è troppo poco.
Non molto chiaro l’effetto di questo virus, in un primo momento si manifesta con persone mute e intontite che hanno un improvviso raptus violento, poi uno sembra pure diventare zombie, verso la fine cominciano a biascicare qualche parola per concludere con l’essere in grado di accordarsi fra loro. Bah, sarà una specie di evoluzione rapida un po' scomposta… o una forzatura per assecondare il gioco di rilanci che dicevo. A proposito di forzature bisogna citare le traiettorie improbabili che fanno i proiettili in certe scene clou.
Da segnalare anche il siparietto per decolpevolizzare i soldati che eseguono solo ordini, inconsapevoli di quello che fanno, sono ubbidienti assassini che, nell'incertezza del trovarsi di fronte ad eccessi emotivi naturali o dovuti al virus, per sicurezza abbattono e sterilizzano dandoci giù di lanciafiamme. Le bombe arriveranno poi, con il primo raggio di sole.
Sgradito
| Reg: 6 | Rec: 6 | Fot: 6 | Sce: 5 | Son: 6 |

martedì 4 maggio 2010

Yattaman

miss dronio yattaman

Janet e Gan-chan sono due giovani creatori di giocattoli che all’occorrenza si infilano al volo una tutina e diventano gli Yattaman. Grazie al supporto di robot dalle sembianze di animali contrastano le malvagie operazioni del trio Drombo.
Il trio è composto dalla longilinea Miss Dronio (Fukada Kyoko), dall'inventore Boyachy e dall'uomo di fatica Tonzula, i tre si muovono agli ordini del dio dei ladri Dokrobei che vuole trovare e unire i pezzi di una pietra dotata di poteri speciali, la Dokrostone, in grado di far varcare lo spazio-tempo.
Il regista Miike l’ho conosciuto nei territori truculenti di Ichi the killer, ben lontani da questa operazione pop che trasforma in film una serie animata che molti bambini degli anni ottanta ricorderanno, per lo meno i maschietti, considerato che la biondina dei cattivi si ritrovava spesso mezza nuda dopo la consueta esplosione della puntata.
La strada scelta da Miike è quella del citazionismo puro, tutti gli aspetti caratteristici del cartone animato si trovano nel film. Fedelissimo nei particolari e anche nelle scenette tipiche con gli improvvisi balletti, i patetismi e le idiozie. In pratica è come se avesse convertito in film due episodi e la conclusione della serie (spoiler, vedi ultima puntata: parte1, parte2).
Questo espediente ha il vantaggio di evitare di scontentare i fan, sicuramente Miike avrà sentito la “responsabilità” del compito in patria, ma ha il difetto di non aggiungere praticamente nulla. Il risultato per chi non si fa prendere dal piacere nostalgico dei ricordi lascia molte perplessità, delude nelle interpretazioni, ad esclusione di Boyachy, infastidisce con effetti grafici approssimativi (magari voluti così per risultare "giocattoloso"?) e racconta una storia schematica e poco avvincente.
Se si guarda il film in attesa di qualcosa che abbia il tocco della mano perversa di Takashi Miike è meglio lasciar perdere, c'è solo una scena che ci ricorda la sua presenza dietro la macchina da presa: un amplesso simulato ed esplosivo fra Yattacan e Virgin Road, la robot popputa del trio Drombo.
Se invece si è interessati soprattutto alle rievocazioni del "yattaaa, yattaaa, yatta-man!" allora si troverà con piacere un'ottima corrispondenza e un discreto divertimento, lungaggine nel finale a parte.
Gradito
| Reg: 6 | Rec: 4 | Fot: 7 | Sce: 5 | Son: 7 |